Nei 19 anni di peripezie garlaschesi, un colpevole definitivo, dopo anni di mostrificazione mediatica, è diventato un (probabile) innocente santificato dal web, e un nome fino a ieri coinvolto tre volte nelle indagini e altrettante archiviato, agli atti è diventato il nuovo centro di gravità permanente dell’inchiesta. Condannato dai media prima della sentenza definitiva, come ai tempi lo fu il suo predecessore.
Chiara Poggi fu uccisa il 13 agosto 2007 a Garlasco. Alberto Stasi venne condannato in via definitiva, a furor di popolo, nel 2015. Oggi, invece, la Procura di Pavia punta tutto su Andrea Sempio, amico del fratello della vittima Marco. Corsi e ricorsi storici in cui sembrano ripetersi esattamente gli stessi errori, come in un loop infinito in cui l’unica cosa che cambia sono i protagonisti tragici di questo macabro episodio di cronaca nera.
La nuova ricostruzione e i suoi punti deboli
La ricostruzione accusatoria ha una sua coerenza interna – almeno sulla carta. Sempio avrebbe visto un video intimo di Chiara con Stasi, avrebbe tentato un approccio, sarebbe stato respinto e, in quella mattina d’estate, avrebbe varcato la soglia della villetta dei Poggi per uccidere, in un impeto di rabbia incontrollabile. Una colluttazione di 15-20 minuti, la fuga precipitosa attraverso i campi, il nascondiglio ad appena 500 metri a casa della nonna – che non nota nulla di strano – e il ritorno a casa prima di mezzogiorno, secondo la testimonianza della madre con i vestiti puliti.
Ma qui la ricostruzione comincia a mostrare la profondità delle sue crepe. Un uomo che esce da una scena del crimine intrisa di sangue, percorre a piedi i campi, si ferma dalla nonna, e arriva a casa del tutto immacolato: no, la logica non collabora con l’accusa. La signora, purtroppo, è ormai scomparsa, e non potrà essere controinterrogata. La madre continua a giurare sui vestiti puliti. E il lavabo della cucina – quello dove Sempio si sarebbe lavato – non venne mai analizzato.
Il peso della perizia psichiatrica
Il punto più rivelatore, però, è forse un altro. I pm, ora, vorrebbero sottoporre il 38enne a una perizia psichiatrica. Il suo legale, Liborio Cataliotti, si oppone con una logica difficile da confutare: prima si stabilisce il fatto, poi – semmai – si valuta la persona. La criminologa Roberta Bruzzone è ancora più diretta, con una punta di sarcasmo amaro che non è passata inosservata: se non si riesce a collocare Sempio sulla scena del crimine, si prova a collocarvi la sua mente. È una deriva, quella di cui parla la Bruzzone, che evoca una «dimensione suggestiva più che probatoria» piuttosto «preoccupante».
Perché il sistema Garlasco è profondamente malato
Analizziamo poi gli elementi presenti sul tavolo dell’inchiesta. Il Dna sotto le unghie di Chiara appartiene (in parte) a ignoti. La famosa «impronta 33» è ancora discussa. I soliloqui in macchina, intercettati da una microspia, vengono letti come confessione dell’omicidio dall’accusa, e come sfogo di un uomo braccato dalla difesa. No, nessuna prova è davvero schiacciante. Esattamente come nessuna lo era nel caso di Stasi (che però venne condannato e sconta tuttora quella pena).
I fatti contribuiscono dunque a riflettere su come Garlasco sia diventato molto più di un caso giudiziario: uno specchio dei problemi della società. Uno specchio che riflette i limiti di un’indagine condotta male (volutamente o meno), le pressioni mediatiche, la tentazione di trovare un colpevole per chiudere l’inchiesta a qualunque costo, anche quando non vi sono gli elementi necessari per condannarlo. Ma in Italia esiste l’articolo 533 del Codice di Procedura Penale, secondo cui il giudice può condannare solo se la colpevolezza dell’imputato è provata al di là di ogni ragionevole dubbio. Non è questo il caso.
