Sedici ore di camera di consiglio, una sentenza alle 2:20 di notte. La Corte d’Assise di Rimini ha assolto Louis Dassilva dall’accusa di aver ucciso Pierina Paganelli. Il verdetto è arrivato martedì 9 giugno, e con lui è tornato al centro del dibattito un principio cardine del diritto penale italiano: quello del ragionevole dubbio, che ha già dominato (e sta tuttora dominando) il caso di Garlasco.
Perché Garlasco funge da spartiacque
Il primo a evocarlo, a caldo, è stato Andrea Guidi, uno dei due avvocati difensori di Dassilva (l’altro è Riario Fabbri). «Sono fiero di aver difeso una persona che ritengo innocente», ha detto ai giornalisti, spiegando che la difesa ha costruito la propria strategia processuale portando in aula «una serie di elementi» destinati a escludere «una sentenza di responsabilità». Poi la riflessione più ampia: il ragionevole dubbio esiste «prima di Garlasco», ma è stato proprio il lungo e tormentato caso della morte di Chiara Poggi, con le sue indagini, i processi, i colpi di scena e l’amplificazione mediatica, a farlo «emergere in modo più eclatante».
Cosa dice la legge sul «ragionevole dubbio»
Non si tratta di una semplice retorica difensiva. Il ragionevole dubbio ha un fondamento normativo preciso. È entrato nell’ordinamento italiano con la legge numero 26 del 20 febbraio 2006, la cosiddetta legge Pecorella. Da quel momento, l’articolo 533 del codice di procedura penale stabilisce che il giudice può pronunciare una condanna solo se l’imputato «risulta colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio». Il principio, per la precisione, affonda le radici nell’articolo 27 della Costituzione: nessuno è considerato colpevole fino a condanna definitiva.
Un caso che rimane apertissimo
L’epilogo della vicenda, tuttavia, è ancora tutto da scrivere. La Procura di Rimini, difatti, insieme al pubblico ministero Daniele Paci (titolare dell’inchiesta), ha già annunciato un ricorso in Appello. Il caso Paganelli, insomma, esattamente come quello di Garlasco, è tutt’altro che chiuso.
