Il 7 maggio 2026, la Procura ha depositato le conclusioni della nuova inchiesta sul delitto di Garlasco: Andrea Sempio, amico del fratello della vittima, viene indicato come unico responsabile dell’omicidio di Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di famiglia, in provincia di Pavia. Sempio era stato iscritto nel registro degli indagati nel marzo 2025, con l’accusa di concorso in omicidio, a 18 anni dal fatto. Nuovi esami sui reperti, impronte rilevate sul muro accanto al corpo e testimonianze mai del tutto valorizzate nelle indagini originarie hanno convinto gli inquirenti a riaprire il caso.
Nel frattempo, Alberto Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione nel dicembre 2015, sta ancora scontando la sua pena nel carcere di Bollate.
Una condanna piena di dubbi
La vicenda giudiziaria di Stasi è fra le più controverse della cronaca italiana recente (e non solo). In primo e secondo grado fu assolto con formula piena, nonostante la Procura avesse chiesto 30 anni. Nel 2013 la Corte di Cassazione annullò entrambe le sentenze. Nel dicembre 2014 arrivò la condanna in appello bis, confermata poi in via definitiva. Ben cinque gradi di giudizio.
La condanna si è retta esclusivamente su un insieme di elementi indiziari: Chiara aveva aperto la porta a qualcuno di conosciuto; le scarpe di Stasi erano della stessa marca e numero di quelle dell’aggressore; sul dispenser del sapone in bagno, dove l’assassino si era lavato le mani, furono trovate solo le sue impronte. Il racconto di Stasi sul ritrovamento del corpo fu giudicato dai giudici «poco credibile, incongruo e illogico». Elementi indiziari che i giudici allora ritennero sufficienti, ma che negli anni hanno sollevato sempre più dubbi.
I nodi irrisolti di Garlasco
Nessuna prova diretta ha mai inchiodato Stasi. I suoi abiti erano privi di tracce ematiche, come certificato dai Ris. L’arma del delitto non è mai stata trovata. Il movente non è mai stato chiarito: le sentenze parlano di un generico «attacco di rabbia». E gli errori investigativi dei primi giorni pesano ancora: la scena del crimine fu contaminata da decine di persone entrate senza protezioni; gli indumenti di Stasi furono sequestrati solo il giorno dopo; il suo computer fu compromesso prima di arrivare ai laboratori. Nel 2021 la Cassazione aveva già respinto la richiesta di revisione della condanna. Ma il quadro, oggi, è cambiato.
La possibile revisione del processo
Con le conclusioni della nuova inchiesta che indicano un altro responsabile, la domanda giuridica centrale diventa è questa: esistono i presupposti per una revisione del processo a carico di Stasi? L’istituto della revisione, previsto dal codice di procedura penale, consente di rimettere in discussione una condanna definitiva in presenza di prove nuove o sopravvenute che dimostrino l’innocenza del condannato. Non basta un’indagine parallela, non basta un nuovo indagato. Occorre che emergano elementi incompatibili con la sentenza già emessa.
Al momento, nessun procedimento di revisione risulta avviato. Stasi, che si è sempre proclamato innocente, esce dal carcere di Bollate dal 2023 per lavorare come contabile, nell’ambito dei programmi di reinserimento per detenuti che hanno scontato almeno un terzo della pena con buona condotta. Ma di notte, torna ogni volta in prigione. Le risposte alle domande che contano, per lui, sono ancora tutte nelle mani della giustizia.
