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Garlasco, piano con i giudizi: occorre evitare assolutamente uno Stasi-bis

Garlasco, piano con i giudizi: occorre evitare assolutamente uno Stasi-bis

Tra nuove indagini e vecchi dubbi, il caso Garlasco riflette una questione nazionale: quando processo mediatico e giustizia rischiano di confondersi

Alcuni casi giudiziari diventano (purtroppo) categorie dello spirito. Il delitto di Garlasco è ormai uno di questi: non più soltanto la morte di Chiara Poggi, avvenuta il 13 agosto 2007, ma un topos della giustizia italiana — quella giustizia che, come scrisse Sciascia nel celebre Il giorno della civetta, “non è uguale per tutti”.

Quasi 19 anni dopo, con un condannato definitivo che avanza verso la revisione del processo e un nuovo indagato la cui colpevolezza poggia su basi piuttosto esili, siamo di fronte non solo a un probabile errore giudiziario, ma a qualcosa di più inquietante: un sistema mediatico a cui, più che importare della verità in sé, importa la propria versione dei fatti, si compiace delle proprie intuizioni e convinzioni. Come se in gioco non vi fossero, dopo la tragica morte di Chiara, la vita di un probabile innocente che ha scontato oltre 10 anni di carcere e di un indagato che rischia di finire, senza le prove necessarie per una condanna definitiva, esattamente come il suo predecessore.

La dinamica omicidiaria che non torna

La ricostruzione accusatoria a carico di Andrea Sempio — l’amico del fratello di Chiara, che avrebbe ucciso la ragazza dopo un approccio sessuale respinto — presenta lacune piuttosto consistenti. Sempio si sarebbe appostato in giardino, avrebbe colpito con un martello mai trovato, si sarebbe recato in bagno per specchiarsi — per specchiarsi, si badi — e poi lavato in un lavandino della cucina che non è mai stato analizzato. Dopodiché sarebbe fuggito attraverso i campi, sporco di sangue, fino a casa della nonna, la quale non avrebbe notato nulla. Nemmeno una macchia. La nonna come personaggio beckettiano: presente senza vedere, testimone senza testimonianza.

La misteriosa cavigliera di Chiara Poggi

C’è poi la cavigliera che Chiara indossava al momento della morte — elemento trascurato, analizzato a metà, sul quale il consulente dei Poggi, Dario Redaelli, segnala tracce di Dna presumibilmente appartenenti all’assassino. E qui entra in scena Alberto Stasi, il fidanzato condannato, che nel 2025 davanti ai pm dichiara di non aver mai visto quell’accessorio in quattro anni di relazione, nemmeno nell’ultimo viaggio insieme a Londra. “Chiara non mi diede una vera spiegazione” — e quella mancata spiegazione, cristallizzata a verbale, è forse il dettaglio più perturbante di tutta la vicenda: un oggetto senza storia, portato quel giorno per ragioni ignote, con sopra il Dna di qualcuno.

Garlasco, oltre ogni ragionevole dubbio

Il diritto penale moderno, almeno nella sua formulazione anglosassone che abbiamo mutuato con l’entusiasmo superficiale che riserviamo alle mode intellettuali, esige la condanna “oltre ogni ragionevole dubbio”. Qui il dubbio non è ragionevole: è strutturale. I soliloqui intercettati, il Dna, un’impronta — la numero 33 — non bastano a costruire una certezza processuale. Bastano, semmai, a costruire una versione romanzesca. E i romanzi, per quanto avvincenti, non si devono scontare in carcere.

Le avvisaglie di un epilogo identico a quello di Stasi ci sono, dal primo all’ultimo: stesso trattamento di giornali, televisione, radio, podcast, social media, e chi più ne ha più ne metta. Stessa fretta di giudizio, stessa presunzione nel convincerci di sapere come siano andate le cose, dopo tutti questi anni e senza avere tutti gli elementi a disposizione. Farsi domande è lecito e sintomo di intelligenza, ma a dare le risposte deve essere la giustizia. Che poi, spesso e volentieri, le dà sbagliate. La storia dovrebbe insegnare a non ripetere gli stessi errori. Ma gli elementi per uno Stasi bis, purtroppo, vi sono tutti.

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