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Garlasco, il gusto perverso degli italiani per la cronaca nera e i processi mediatici

Garlasco, il gusto perverso degli italiani per la cronaca nera e i processi mediatici

Andrea Sempio racconta in un audio WhatsApp il giorno in cui scoprì di essere indagato per il delitto di Garlasco

Esiste un momento ben preciso in cui un uomo smette di essere una persona e diventa una notizia, qualsiasi cosa dica o faccia. Quel momento, nella contemporaneità, coincide con il proprio volto che compare sui giornali, oppure sul televisore di casa. Andrea Sempio lo sa ora meglio di chiunque altro, come ai tempi lo sapeva Alberto Stasi – e tanti altri indagati e imputati negli innumerevoli casi di cronaca nera in Italia –, e lo racconta in un audio WhatsApp inviato a Gianluigi Nuzzi, e trasmesso a Dentro la notizia: “Stavo uscendo dalla cucina, vado verso la sala e di punto in bianco compare la mia faccia sul televisore.” Potrebbe sembrare un episodio letterario di qualche romanzo o qualche racconto, forse di Kafka o di Sciascia, con l’imputato che apprende il proprio spiacevole coinvolgimento dallo schermo. Eppure no, questa non è letteratura: è cronaca.

Garlasco: la folla, il cane, il cancello

Il dettaglio del cane che abbaia, della folla pigiata contro il cancello, dei telefoni di famiglia che squillano all’impazzata — “chissà come mai, il nostro numero ce l’avevano tutti”, narra Sempio con amarezza — compone un affresco che non è soltanto il ritratto di un uomo travolto, ma la radiografia di un sistema mediatico-giudiziario che si autoalimenta prima ancora che esistano prove, sentenze, certezze. Insomma, il circo arriva sempre in anticipo sul giudice.

Una storia giudiziaria vecchia e perversa

Il delitto di Garlasco è, da quasi vent’anni, molto di più di un tragico fatto di cronaca: è uno di quei casi — come Cogne, come Avetrana — in cui l‘Italia intera si è specchiata, trovando riflesse le proprie ossessioni sul colpevole da costruire o da demolire a seconda delle stagioni. Sempio, nell’audio trasmesso da Dentro la notizia, non difende se stesso, ma si limita a descrivere quello che accade. E nella sua descrizione c’è tutta la violenza ordinaria (purtroppo) di un Paese che consuma i processi come telenovele, dove qualsiasi ipotesi o indiscrezione apre nuovi capitoli, nuovi indagati, nuovi microfoni sotto i cancelli. È prime time, ma in gioco ci sono delle vite umane. Spesso questo si dimentica.

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