Chi ha condotto delle indagini sa che la maggior parte degli omicidi si risolvono nelle prime 48-72 ore: un sopralluogo condotto con rigore, un’ipotesi ben tracciata, l’emotività ancora accesa nei testimoni e nell’assassino possono portare alla prova regina, la confessione. Se il tempo scorre e gli errori scientifici si accumulano, quel caso sarà inevitabilmente destinato al flop – investigativo prima, giudiziario poi. Il delitto di Garlasco è, in questo senso, un caso di scuola (in negativo, purtroppo). Per anni raccontato come il paradigma dell’omicidio smontato dalla logica indiziaria – nessuna confessione, nessun testimone oculare, nessuna arma ritrovata, nessuna impronta decisiva – ha prodotto tuttavia una condanna definitiva. Quella di Alberto Stasi.
Il mosaico di Garlasco e le sue crepe
Una condanna non sulla base di una prova regina, ma di un mosaico di indizi che, letti nella loro convergenza complessiva, portarono i giudici a ritenere Stasi colpevole dell’omicidio della fidanzata. Ecco, oggi quel mosaico torna a incrinarsi. Le nuove indagini della Procura di Pavia – guidata da Fabio Napoleone, magistrato di solida esperienza – con la riapertura dell’attenzione investigativa attorno ad Andrea Sempio, non rappresentano soltanto l’ennesima ondata mediatica su uno dei casi più discussi della cronaca italiana. Pongono una questione ben più delicata: quanto è solida una condanna costruita prevalentemente su inferenze logiche, quando emergono nuovi elementi scientifici potenzialmente incompatibili con quella ricostruzione? Ed è qui che il caso smette di essere cronaca nera e diventa una questione di sistema, anche etica.
Il percorso processuale di Stasi resta uno dei più anomali della giustizia italiana. In primo grado, con rito abbreviato davanti al gup di Vigevano – Stasi aveva scelto, con il suo difensore dell’epoca Angelo Giarda, grande penalista, il rito “allo stato degli atti” – arriva l’assoluzione. Il quadro indiziario, scrissero i giudici, presentava troppe lacune per superare il ragionevole dubbio: arma mai trovata, orario della morte incerto, assenza di tracce biologiche dell’imputato sulla scena, impronte non attribuibili, il computer della vittima contaminato da accessi investigativi non corretti, il dna sui pedali della bicicletta ritenuto ambiguo. Nel 2011 arriva una seconda assoluzione, in Corte d’assise d’appello a Milano. Due giudici, in due gradi diversi, convergono sulla stessa conclusione: sospetti fortissimi, ma non una colpevolezza attribuibile “oltre ogni ragionevole dubbio”.
La condanna in Cassazione
Ma qui interviene la prima sentenza della Cassazione, nel 2013, che annulla l’assoluzione sostenendo che gli indizi sarebbero stati valutati in modo frammentato, anziché nella loro convergenza unitaria. Da lì nasce il ribaltamento. Nel giudizio di rinvio emerge il vero paradosso del caso Garlasco: non emerge una nuova prova, non si trova l’arma, non affiora una traccia di Dna schiacciante. Cambia soltanto il modo di leggere gli stessi elementi. E quella stessa architettura indiziaria che prima generava un dubbio diventa improvvisamente sufficiente per la condanna definitiva.
È questa dinamica ad aver trasformato Stasi in uno dei simboli del dibattito sull’”oltre ogni ragionevole dubbio”. Non a caso, l’allora giurista e oggi ministro della Giustizia Carlo Nordio osservò come vicende processuali caratterizzate da due assoluzioni seguite da condanna definitiva imponessero “una riflessione”, perché “situazioni del genere finiscono inevitabilmente per interrogare il sistema sulla reale applicazione del principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio”.
Il sillogismo e i suoi fantasmi
L’articolo 192 del codice di procedura penale consente di condannare anche in assenza di prova diretta, purché gli indizi siano gravi, precisi e concordanti. Ma il caso Garlasco mostra anche il lato più problematico del sistema: quando il processo si fonda non su una prova scientifica schiacciante ma su una costruzione logico-indiziaria, il confine tra ragionevole inferenza e ragionevole dubbio può diventare sottilissimo. Il sillogismo aristotelico può assumere, senza che nessuno se ne accorga, le sembianze di un sillogismo del tutto perverso.
E oggi il quadro cambia di nuovo. Riemerge un soggetto alternativo formalmente indagato. Tornano sotto la lente il Dna trovato sotto le unghie di Chiara Poggi, l’”impronta 33″ vicino alla scala, nuove ipotesi sull’orario della morte che renderebbero compatibile l’alibi di Stasi. Attenzione, però: questo non significa automaticamente innocenza di Stasi né colpevolezza di Sempio. Significa che il cuore stesso della condanna – la presunta convergenza logica degli indizi – torna a essere vulnerabile. La forza di uno Stato di diritto non si misura dalla rapidità con cui trova un colpevole. Si misura dalla capacità di convivere con il dubbio sulle proprie sentenze definitive – anche quando quel dubbio è scomodo, impopolare, e riapre ferite che tutti pensavano ormai archiviate.
