Una provetta può contenere un campione di pantaloncino. Oppure una maglietta. Dipende dal giorno. Il 7 settembre 2007 la provetta «RIS005603» è il ritaglio del pantaloncino del pigiama intriso di sangue di Chiara Poggi, mentre il 6 dicembre dello stesso anno, sulla carta o, meglio, nei registri, il pezzo diventa quello della maglietta del pigiama.
Nessuno sembra aver toccato la provetta. L’indumento cambia nel verbale. Ma, si sa, quando l’inventario dice una cosa e il laboratorio ne fa un’altra, a fare fede è il laboratorio. O, quantomeno, è la regola con cui il Ris di Parma ha risolto questo giallo. Un pigiama che sembra avere più vite di un gatto. La maglietta è «Join Fruits», poi «Joy Fruits»; il marchio è «Oviesse», poi «Oviesse young».
E le carte non raccontano con precisione sempre la stessa storia. Il 13 agosto 2007 Alberto Stasi dice di aver visto Chiara sulle scale con un pigiama rosa, composto da maglietta e pantaloncino corto. Il 22 agosto precisa di non aver davvero visto il rosa: tra panico, choc e penombra lo aveva «riconosciuto».
Il 7 settembre il Ris esamina i due capi. La maglietta, intrisa di sangue, non mostra luminescenze significative e non viene prelevato materiale. Il pantaloncino presenta, invece, areole giallastre: vengono ricavati due tasselli, poi inseriti nelle Falcon: «RIS005603», «Pigiamino vittima sangue», e «RIS005604», «Pigiamino vittima bianco». Poi arriva la discrasia. Nel verbale del 6 dicembre, la «005603» diventa «un pezzo di stoffa della maglietta», mentre la 005604 resta un lembo dei pantaloncini.
La difesa Stasi la indica nella Memoria come possibile confusione nella catena di custodia. Nel 2025 il Ris replica che fanno fede il verbale del 7 settembre e la relazione finale: i due ritagli provenivano dal pantaloncino.
I «non ricordo» legati a Garlasco
E non è l’unica incongruenza. Un verbale del Ris del 4 settembre 2007 attesta l’acquisizione di un campione biologico dalla salma di Chiara, destinato ai confronti genetici.
Eppure l’allora capitano Alberto Marino, sentito dalla Procura di Pavia il 10 settembre scorso, ha dichiarato di non ricordare che fosse stato trasmesso al reparto, spiegando così la scelta di ricavare il Dna della vittima da un cucchiaino trovato nella villetta. Un campione acquisito sulla carta, ma del quale non si ricorda l’arrivo in laboratorio. La maglietta torna, però, nella ricostruzione dell’aggressione.
La relazione tecnica del 12 dicembre 2007 segnala una possibile traccia di mano insanguinata, diretta dall’alto verso il basso, e proiezioni sui pantaloni e sulle gambe. Poi c’è un altro capitolo, diverso dai ritagli del pigiama: quello degli eluiti, cioè gli estratti di Dna. La loro sorte viene ricostruita nel 2025 dal colonnello Matteo Donghi, dopo le istanze presentate dalla difesa Stasi.
L’eliminazione di prove importanti
Emerge che l’ordine di alienare gli eluiti della pratica 3306/07 sarebbe stato impartito dal tenente colonnello Alberto Marino, poco dopo aver assunto nel maggio 2016 il comando della sezione Biologia. Il 15 settembre 2016, nove mesi dopo la Cassazione che aveva reso definitiva la condanna di Stasi, viene spento il freezer «BioBank».
Le fotografie del 20 e del 30 settembre mostrano poi le provette con gli eluiti nei sacchi dei rifiuti speciali. La spiegazione del Ris è che si trattava di «intermedi di lavorazione», non di reperti giudiziari. E, così, mentre una provetta nel 2007 può cambiare indumento sulla carta e anni dopo gli estratti di Dna possono finire nei rifiuti senza un verbale dedicato.
