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Garlasco, svelato l’anello debole che portò alla condanna di Stasi

Garlasco, svelato l’anello debole che portò alla condanna di Stasi
Alberto Stasi (Ansa)

Il delitto di Garlasco resta ancora senza una verità certa. Parla per la prima volta il Pg Cedrangolo, che chiese l’annullamento della condanna di Stasi

Processi, condanne e nuove indagini. Del delitto di Garlasco e dei suoi protagonisti si è detto tutto e niente, senza che si giungesse mai a una verità certa. Di certo vi sono solo ragionevoli dubbi, per utilizzare un termine che, con l’omicidio di Chiara Poggi, è diventato di uso comune.

L’unico condannato in via definitiva, Alberto Stasi, si avvia verso una revisione del processo. I pubblici ministeri della nuova inchiesta ritengono che non fosse nemmeno presente sulla scena al momento dell’omicidio. Un dato emerge con chiarezza dagli stessi atti processuali: poco prima delle 10 di quella mattina, Stasi era al computer di casa e lavorava alla sua tesi di laurea. Eppure è stato condannato.

La testimonianza di Oscar Cedrangolo su Garlasco

A fare luce su alcune delle contraddizioni più profonde del caso è ora Oscar Cedrangolo, già Procuratore generale della Cassazione, l’uomo che nel 2015 chiese l’annullamento della condanna di Stasi. Per la prima volta ha rilasciato un’intervista, a Zona Bianca su Rete 4, in cui ha spiegato le ragioni di quella scelta.

«In questa sede e in queste aule non si giudicano gli imputati ma le sentenze», ha dichiarato Cedrangolo. «Si stabilisce se la sentenza è fatta bene o male. Se è fatta bene si conferma, se fatta male si annulla. Io non sono in grado con queste carte di dire se è innocente o non lo è, e nemmeno voi».

L’indizio che si è rivelato falso

Cedrangolo è entrato poi nel merito della sentenza di condanna in appello bis, costruita su un mosaico di sette indizi. Il primo, e il più fragile, era l’idea che Stasi avesse cercato di far passare l’omicidio per un incidente domestico. «Si è rivelata una solenne bufala», ha sentenziato. Il motivo è semplice: quella ricostruzione non fu mai avanzata dal fidanzato di Chiara, ma dai carabinieri, i primi a entrare nella villetta quella mattina.

Per l’avvocato di Stasi, Antonio De Rensis, si tratta di una vera e propria svolta decisiva. «Questo è il vero grande scoop giornalistico perché nessuno lo aveva mai intervistato», ha commentato il legale. «L’incipit dovrebbe essere stampato e ricordato da chi evoca la sentenza di condanna di Stasi».

La situazione di Andrea Sempio

Nel frattempo, le indagini si sono concentrate su Andrea Sempio, al momento unico indagato. Ma anche in questo caso le prove non appaiono schiaccianti. I tre elementi principali a suo carico (i cosiddetti «soliloqui», un’impronta e una traccia di Dna sotto le unghie di Chiara), sono tutti contestati dalla difesa, che ha presentato perizie per smontarli uno a uno.

I legali di Sempio stanno inoltre cercando elementi trascurati nelle indagini originarie, compreso un possibile percorso di fuga mai seriamente valutato. Un testimone aveva riferito di aver trovato una bicicletta nera abbandonata nei campi dietro la villetta. Ma quella segnalazione non fu tenuta in considerazione.

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