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E se fossimo attaccati dai droni? Ecco come risponderebbe la difesa italiana

E se fossimo attaccati dai droni? Ecco come risponderebbe la difesa italiana
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La fonte anonima che dalla Lituania ha fatto in modo da far pubblicare a El Mundo la notizia secondo la quale la Cia statunitense avrebbe scoperto che la Russia starebbe preparando un attacco con droni per colpire l’Italia, Roma in particolare, è credibile come una banconota da tre euro. Anzi, scontata, poiché è ovvio da almeno un decennio che per far decollare un drone grande non più di due metri non serva una portaerei.

Ma con il suo “Non ci risulta”, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha tagliato corto sulla faccenda ed è logico pensare che, arrivando dalla Lituania, la soffiata giornalistica proviene anche da chi, a nel nordest europeo, ha più paura di Mosca e ogni interesse a mantenere alta la guardia. Non si sa quindi neppure come potrebbe chiamarsi l’operazione russa con droni che decollerebbero da navi mercantili in navigazione nel Mediterraneo per colpire Italia ma anche Francia e Spagna. “È un allarme che non trova nessuna conferma” ha detto Crosetto, “viviamo già tempi difficili e non serve gettare benzina sul fuoco”.

Lo scudo aereo nazionale e il protocollo Slow Mover Interceptor

Se da un lato è ovvio che quasi 7.400 km di coste marine sono difficili da controllare, dall’altro però sappiamo che Marina, Aeronautica Militare ed Esercito sono organizzati anche per queste minacce. I militari le chiamano Smi, sigla di Slow Mover Interceptor, ovvero le forze armate italiane hanno sviluppato la capacità di intercettare oggetti volanti relativamente più lenti rispetto ai velivoli militari, appunto come i droni. Si tratta quindi di una procedura di difesa aerea contro velivoli sospetti a bassa quota e velocità. E ciò a prescindere dal fatto che la Marina, da sola, può svolgere pattugliamenti a largo spettro per tenere sotto controllo navi sospette.

Il fatto che un drone russo come il famigerato Gerbera russo voli a “soli” 160 km orari non deve trarre in inganno: possono risultare difficili da tracciare sui radar a causa della ridotta traccia che si genera dalla riflessione delle onde radio, dunque è necessaria un’’allerta precoce e, a monte, un controllo delle possibili postazioni di lancio, siano esse terrestri (statiche o su camion), oppure marine (da navi e battelli in genere).

Dagli assetti Scramble alle contromisure elettroniche sul mare

Funziona così: all’allarme “Scramble” segue un immediato decollo dei nostri mezzi aerei che possono essere sia caccia intercettori (Eurofighter ed F-35), oppure, nei teatri operativi più particolari anche elicotteri Combat-Sar come gli HH-139A. I piloti arrivano ad avere un contatto visivo con l’intruso e quindi lo riconoscono. E qualora fosse una minaccia lo possono abbattere. Non è qualcosa che ancora non è capitato: la stessa missione viene fatta con una certa frequenza quando velivoli civili, anche piccoli e leggeri (quindi relativamente lenti), bucano porzioni di spazio aereo senza permesso, perdono il contatto radio con gli enti di controllo oppure sconfinano. Ed è capitato che piloti dell’Aeronautica usassero proprio i voli da diporto per esercitarsi nell’intercettazione, effettuando un allenamento e al tempo stesso comunque attività di polizia aerea.

Non bastasse, esistono le nostre capacità anti-drone, un settore tecnologico nel quale l’Italia è presente da almeno un decennio e per il quale abbiamo investito per tempo nella protezione di infrastrutture critiche come aeroporti, stazioni, centrali energetiche e centri di comando. Oltre Leonardo, una delle realtà italiane più attive è ELT Group, costruttore di sistemi anti-drone anche per unità navali come lo Adrian DRIAN, già impiegato in contesti operativi dalla Marina Militare su unità di prima linea (navi Fremm e Mcs). Diviene ovvio, perciò, che il miglior modo per non farsi prendere di sorpresa è tenere sotto controllo, con satelliti e ricognitori, tutte le imbarcazioni sospette per provenienza e rotta mantenuta.

Sorveglianza navale avanzata e il futuro dei cacciatorpedinieri Ddx

L’autonomia di un Gerbera è di circa 600km, quindi per colpire bersagli nell’entroterra è necessario avvicinarsi il più possibile alle coste, dunque la protezione delle unità navali richiede capacità avanzate in grado di garantire continuità della sorveglianza, rapidità di reazione e la difesa di assetti strategici. E affinché il prossimo futuro non veda ancora più minacce servono investimenti: mercoledì scorso la Orizzonte Sistemi navali, joint venture Fincantieri–Leonardo, ha siglato con l’Organizzazione congiunta per la cooperazione in materia di armamenti (Occar) il contratto per i due nuovi cacciatorpedinieri Ddx che saranno dotati dei più avanzati sistemi di difesa aerea e missilistica contro minacce lente ma anche ipersoniche, grazie ai radar digitali Aesa e ai sistemi d’arma forniti da Mbda. Potranno anche lanciare droni aerei, di superficie e subacquei per missioni di ricognizione e sorveglianza.

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