Angèle è diventata una popstar facendo quasi tutto ciò che il pop contemporaneo sembra sconsigliare: non ha alzato la voce, non ha costruito un personaggio sull’eccesso, non ha trasformato ogni passaggio della propria vita in spettacolo. Eppure, in meno di un decennio, è diventata una delle figure europee più riconoscibili della sua generazione.
Quasi quattro miliardi di stream, arene sold out, collaborazioni con Dua Lipa, Phoenix, Kavinsky, Mahmood e Justice, una presenza ormai naturale tra musica, moda e cinema. La sua qualità più interessante sta nella capacità di allargare continuamente il proprio raggio d’azione senza perdere misura, lingua, provenienza. Di diventare globale senza rendersi generica.
Più cresce la macchina intorno a lei, più sembra cercare l’essenziale: una voce riconoscibile, il ritmo di una frase, un gesto, una silhouette. È esattamente ciò che accade nell’agosto del 2024, allo Stade de France, durante la cerimonia di chiusura dei Giochi olimpici di Parigi. Tutto intorno è smisurato: lo stadio, il rito globale, Kavinsky e Phoenix sul palco, le prime note di Nightcall, una delle canzoni simbolo dell’elettronica francese. Angèle entra senza cercare di adeguarsi alla grandezza della scena. Caschetto biondo, silhouette nera, voce sottile, sensuale. Non prova a riempire lo stadio: sembra piuttosto ridurne la distanza.
In quella scena c’è una parte essenziale del suo stile. Di fronte alla monumentalità, non cerca di diventare più grande: lavora per sottrazione. Non occupa tutto lo spazio, ma lo rende immediatamente suo.
Quella misura non nasce però dal nulla. Angèle Joséphine Aimée Van Laeken nasce nel 1995 a Uccle, nell’area di Bruxelles, e cresce a Linkebeek, in una famiglia nella quale lo spettacolo non ha mai avuto nulla di astratto. Il padre, Serge Van Laeken, in arte Marka, è musicista e cantante; la madre, Laurence Bibot, attrice e umorista; il fratello maggiore Roméo Elvis diventerà uno dei nomi più noti del rap belga. Anche il Belgio conta. Non soltanto come origine geografica, ma come disposizione culturale. Bruxelles è francofona senza essere Parigi, internazionale senza rinunciare alla propria eccentricità.
La vocalist cresce in questo spazio laterale rispetto al centro francese: abbastanza vicino da conoscerne i codici, abbastanza distante da non sentirsi obbligata a rispettarli. Prima del pop, del resto, c’è il pianoforte. Lo studia per tredici anni, passa attraverso la formazione classica e poi il jazz, frequentando il Jazz Studio di Anversa. È un elemento decisivo perché sottrae la sua storia alla favola trita e ritrita della ragazza scoperta quasi per caso sui social. I video online arrivano, e saranno fondamentali; ma prima c’è una musicista che ha già imparato armonia, tempo, ascolto e che ha fatto esperienza suonando nei bar e nei piccoli locali di Bruxelles.
Quella formazione si sente soprattutto in ciò che non fa. Non usa la tecnica per ostentarla. Non trasforma il pianoforte in una garanzia di serietà né il jazz in un certificato di raffinatezza. Li porta dentro una scrittura che vuole restare immediata.
È anche ciò che le permette, fin dall’inizio, di muoversi tra generi diversi senza dare l’impressione di visitarli da turista. Con Roméo Elvis entra naturalmente in contatto con il rap; Brol , il rimo album, mette insieme chanson, pop ed elettronica; Fever, con Dua Lipa, la porta dentro un pop internazionale più levigato; Nightcall, con Kavinsky e Phoenix, la mette in dialogo con una precisa tradizione dell’elettronica e del pop francesi.
Lei non cambia genere per mostrare di saperlo fare. Cambia cornice mantenendo quasi intatto il centro. La voce rimane riconoscibile, così come il rapporto molto fisico con la lingua francese, l’ironia, il gusto per melodie che non esibiscono la loro complessità. È il contesto sonoro a spostarsi intorno a lei. La vera continuità, dunque, non è un genere. È il suo modo di stare dentro la musica. Ed è forse proprio da qui che si capisce perché, nel suo caso, moda e cinema non sembrino deviazioni laterali o semplici conseguenze della celebrità. Sono piuttosto altre forme attraverso cui lavora sulla stessa materia: l’immagine, il corpo, la presenza.
Nel 2025 è il volto di Chamce Eau Splendide di Chanel, per la quale compone e interpreta il brano A Little More; allo stesso tempo attraversa un universo molto diverso come quello di Adidas Superstar senza perdere riconoscibilità. «Devo cercare un equilibrio tra la persona che sono davvero, l’immagine e la cantante che voglio essere», ha spiegato a Vogue. Una frase che dice molto più della moda: descrive il problema centrale di ogni artista diventato personaggio pubblico.
E poi, il cinema: compare in Annette di Leos Carax e nel 2023 interpreta Falbala in Astérix & Obélix: L’Empire du Milieu di Guillaume Canet. Ma anche qui procede con una cautela quasi opposta alla logica della celebrity che trasforma automaticamente il successo musicale in accesso ad altri mestieri. «Non volevo accettare un ruolo solo per il mio richiamo commerciale», ha spiegato a Vogue France.
È forse proprio questa diffidenza verso ciò che il successo rende troppo facile che aiuta a spiegare il momento in cui si trova oggi. Nel febbraio 2026 è tornata con What You Want, realizzato con Justice, il duo francese formato da Gaspard Augé e Xavier de Rosnay, da oltre vent’anni tra i riferimenti dell’elettronica europea. Il brano anticipa Instinct, il nuovo album in uscita il 16 ottobre, seguito nel 2027 da un tour internazionale. Il titolo sembra quasi contenere una contraddizione. L’istinto appartiene a ciò che precede il calcolo; Angèle arriva invece a cercarlo dopo aver imparato il mestiere, il palco, l’immagine, le regole della popolarità. Dopo aver scoperto quanto lontano può portare un nome, la questione diventa forse un’altra: capire dove non lasciarsi portare. Perché, alla fine, il gesto più raro per una popstar non è occupare sempre più spazio. È sapere quanto lasciarne vuoto.
