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Dassilva assolto per l’omicidio di Pierina Paganelli: il caso che ha diviso Rimini non è finito

Dassilva assolto per l’omicidio di Pierina Paganelli: il caso che ha diviso Rimini non è finito

Louis Dassilva assolto per l’omicidio di Pierina Paganelli. La Procura di Rimini annuncia appello: il caso resta aperto

Louis Dassilva è stato assolto. Non una sentenza qualsiasi, non una formula capace di chiudere davvero una vicenda che per quasi tre anni ha attraversato cronaca nera, indagini, rapporti familiari spezzati, sospetti, intercettazioni, perizie, confessioni contestate e un processo seguito come un romanzo giudiziario senza pace. La Corte d’Assise di Rimini, dopo oltre sedici ore di camera di consiglio, ha assolto l’unico imputato per l’omicidio di Pierina Paganelli, la 78enne uccisa la sera del 3 ottobre 2023 nel garage del condominio di via del Ciclamino, a Rimini.

La sentenza è arrivata nella notte, dopo le 2. Dassilva, che rischiava l’ergastolo chiesto dal pubblico ministero Daniele Paci, è stato immediatamente liberato dal carcere, dove si trovava dal 2024. Ad attenderlo fuori c’era la moglie Valeria Bartolucci, che gli è corsa incontro per abbracciarlo. Poi gli avvocati Riario Fabbri e Andrea Guidi lo hanno accompagnato in un domicilio diverso da quello di via del Ciclamino, per evitare l’assembramento dei giornalisti davanti al condominio diventato, nel tempo, il centro fisico e simbolico dell’intera vicenda.

Le sue prime parole sono state nette: «È stata fatta giustizia, ha vinto solo la giustizia. È la rinascita della giustizia». Ma la Procura di Rimini non considera chiusa la partita. L’appello sarà proposto dopo il deposito delle motivazioni, attese entro novanta giorni. La formula dell’assoluzione, ex articolo 530 comma 2 del codice di procedura penale, indica che per la Corte non vi sono prove sufficienti per affermare la responsabilità dell’imputato.

Dassilva assolto per l’omicidio di Pierina Paganelli: il caso che ha diviso Rimini non è finito

Il delitto nel garage di via del Ciclamino

La storia comincia la mattina del 4 ottobre 2023, quando il corpo di Pierina Paganelli viene trovato dalla nuora Manuela Bianchi nel garage del condominio di via del Ciclamino. L’omicidio, secondo la ricostruzione investigativa, era avvenuto la sera prima. Una telecamera di un garage aveva captato le urla della donna, fissando l’orario della morte alle 22.13.

La scena del crimine apparve subito complessa. Il corpo della vittima era nel piano interrato dello stabile, in una zona comune tra garage e scale. Pierina, descritta come una fervente testimone di Geova, non sembrò agli investigatori una vittima casuale. Nelle prime ore venne valutata anche l’ipotesi di un femminicidio, ma l’ex marito della donna, un albergatore riminese, risultò essere in Germania da mesi e quella pista venne rapidamente abbandonata.

L’attenzione degli investigatori si spostò quindi sul condominio, sui rapporti interni, sulle tensioni familiari e sui legami che ruotavano attorno alla vittima. A pochi metri dall’abitazione di Pierina vivevano Louis Dassilva e la moglie Valeria Bartolucci. Nello stesso contesto familiare e condominiale c’erano il figlio della vittima, Giuliano Saponi, la nuora Manuela Bianchi, la figlia minorenne della coppia e Loris Bianchi, fratello di Manuela, che frequentava la casa.

L’accusa: il movente nella relazione con Manuela

Secondo la Procura, il movente dell’omicidio sarebbe stato legato alla relazione extraconiugale tra Louis Dassilva e Manuela Bianchi, nuora della vittima. Una relazione emersa dalle indagini e diventata uno degli elementi più discussi dell’intero processo. L’intercettazione del 4 ottobre nella sala d’attesa della Questura rivelò il legame tra i due. In quella conversazione, Manuela incalzava Dassilva e lui, dopo un lungo silenzio, pronunciò una frase che il gip Vinicio Cantarini avrebbe poi definito come una «presunta confessione»: «Non cambia niente tra di noi».

Da quel momento, la vicenda giudiziaria si è intrecciata con quella privata. Sono emersi messaggi, incontri, fotografie, scritte sui muri, codici sentimentali e soprattutto il luogo degli appuntamenti: il garage, lo stesso spazio in cui Pierina era stata uccisa. È su questo intreccio, secondo l’accusa, che si sarebbe costruito il movente: la paura che la relazione venisse scoperta e che l’equilibrio familiare e personale dell’imputato crollasse.

La Procura ha sostenuto che Dassilva, all’ora della morte di Pierina, non avesse un alibi. Per questo il pm Daniele Paci aveva chiesto l’ergastolo, contestando aggravanti pesanti, tra cui premeditazione, crudeltà e futili motivi. Ma la Corte d’Assise non ha ritenuto sufficiente l’impianto accusatorio.

Il ruolo centrale di Manuela Bianchi

Manuela Bianchi è stata una figura decisiva dell’inchiesta e del processo. Non soltanto perché aveva avuto una relazione con l’imputato, ma perché è stata la testimone che più di ogni altra ha orientato l’accusa contro Dassilva. Indagata per favoreggiamento, ha raccontato agli inquirenti e poi in incidente probatorio di aver incontrato Louis nel garage la mattina del ritrovamento del corpo, prima di scoprire il cadavere della suocera.

Secondo il suo racconto, Dassilva le avrebbe dato indicazioni su cosa dire alla polizia e su come comportarsi per nascondere la relazione tra loro. La sera dell’omicidio, sempre secondo quanto emerso dagli atti, Manuela si trovava in casa con il fratello Loris e con la figlia. Per gli investigatori, alle 22.13, l’ora indicata come momento dell’uccisione di Pierina, avrebbe avuto un alibi ritenuto inattaccabile.

Dopo l’assoluzione di Dassilva, Manuela Bianchi ha dichiarato di avere la coscienza serena e di aver sempre detto la verità. Ha preso atto con rispetto della decisione della Corte, ribadendo di non essersi mai sottratta al racconto dei fatti, nonostante il dolore e le difficoltà di questi anni. La sua posizione, però, resta uno dei nodi della vicenda, anche perché un confronto diretto tra lei e Dassilva non è mai stato celebrato in Corte d’Assise, pur non essendoci state opposizioni delle parti.

Le perizie e il nodo delle prove scientifiche

Il processo ha acquisito migliaia di pagine di atti, intercettazioni, testimonianze e perizie. Tra gli elementi tecnici più importanti c’è l’esame del Dna, eseguito dal professor Emiliano Giardina, che non avrebbe individuato tracce riconducibili a Dassilva. Centrale anche la cosiddetta Cam3, la telecamera della farmacia di via del Ciclamino: per la Procura avrebbe ripreso l’assassino dopo il delitto, mentre per il perito del Tribunale l’uomo ripreso sarebbe un altro condomino.

Sono emersi anche elementi laterali, come le intercettazioni relative a riti voodoo che Dassilva avrebbe chiesto a uno stregone senegalese contro i poliziotti e il pm. Dettagli suggestivi, certamente rilevanti sul piano mediatico, ma non sufficienti, evidentemente, a convincere la Corte della responsabilità dell’imputato oltre ogni ragionevole dubbio.

In aula Dassilva ha sempre ribadito la propria innocenza. Ha rinnegato l’amore per Manuela, pur ammettendo altre relazioni oltre a quella con la compagna in Senegal, dalla quale ha due figli. «Valeria mi ha sempre perdonato, lo avrebbe fatto anche stavolta», ha detto durante il processo. La moglie, Valeria Bartolucci, gli è rimasta accanto fino alla fine e ha accolto l’assoluzione come una liberazione.

La Procura farà appello

La sentenza di primo grado non chiude il caso. La Procura di Rimini ha già annunciato appello contro l’assoluzione. Bisognerà attendere il deposito delle motivazioni, previsto entro novanta giorni, per capire il ragionamento della Corte e i punti su cui l’accusa deciderà di impostare il secondo grado.

Il nodo, ora, non è più soltanto chi abbia ucciso Pierina Paganelli, ma perché un impianto accusatorio costruito in quasi tre anni di indagini e processo non sia bastato a ottenere una condanna. La formula assolutoria non cancella il delitto, non restituisce una verità alternativa, non individua un altro responsabile. Dice, però, che secondo i giudici non vi sono prove sufficienti per attribuire quel delitto a Louis Dassilva.

È qui che il caso resta aperto. Aperto per la famiglia di Pierina, che attende di capire le motivazioni della sentenza. Aperto per la Procura, che tornerà davanti ai giudici d’appello. Aperto per Manuela Bianchi, la cui testimonianza resta al centro dello scontro processuale. Aperto, soprattutto, per una domanda che dopo l’assoluzione torna più pesante di prima: chi ha ucciso Pierina Paganelli?

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