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Adolescenti e social, ecco come superare i conflitti e coltivare un rapporto sano

Adolescenti e social, ecco come superare i conflitti e coltivare un rapporto sano

Il rapporto tra genitori e figli nell’era digitale è più complesso di quanto sembri. Lo psicologo Luca Mazzucchelli spiega perché il nodo non è solo il tempo sugli schermi

Quanto tempo passano gli adolescenti sul telefono? E i genitori, lo mettono via a tavola? Le domande sembrano semplici, ma nascondono in realtà una complessità che diverse famiglie faticano ad affrontare. Il rapporto tra genitori, adolescenti e social media rappresenta difatti uno dei terreni più controversi dell’educazione contemporanea: da una parte i ragazzi, immersi in un mondo digitale che gli adulti conoscono appena o non conoscono affatto; dall’altra i genitori, divisi tra il desiderio di proteggere i loro figli e il rischio di allontanarli. In mezzo a questo conflitto apparentemente inevitabile, si inseriscono i fantomatici schermi. Eppure, esiste un modo per superare lo scontro, e vivere un rapporto sano e armonico in cui coesistano adolescenti, genitori e social. Ne abbiamo parlato con Luca Mazzucchelli, psicologo, psicoterapeuta e divulgatore tra i più rinomati in Italia.

Quali sono i problemi più comuni attualmente riguardo al rapporto tra genitori, adolescenti e social media?

Prima di tutto credo sia importante distinguere i sintomi dai problemi, perché spesso tendiamo a confonderli.

I sintomi li vediamo tutti: il tempo eccessivo passato davanti agli schermi, i conflitti a tavola per il telefono, i ragazzi che rispondono a monosillabi ai genitori ma scrivono messaggi lunghissimi agli amici, il multitasking continuo mentre fanno i compiti, l’ansia quando non possono controllare le notifiche. Sono segnali evidenti, quotidiani, che comprensibilmente preoccupano molti adulti.

Ma i problemi veri sono ciò che sta sotto questi sintomi. E, secondo me, ce ne sono almeno due ancora molto sottovalutati.
Il primo è l’incoerenza degli adulti. Molti genitori faticano a gestire il proprio rapporto con la tecnologia, ma chiedono ai figli di riuscirci meglio di loro. Controlliamo il telefono a tavola, rispondiamo ai messaggi mentre i figli ci parlano, scrolliamo i social prima di dormire: spesso facciamo esattamente ciò che poi chiediamo ai ragazzi di non fare.

Il punto è che gli adolescenti non imparano solo da ciò che diciamo, ma soprattutto da ciò che vedono. Se il messaggio verbale è «stacca dal telefono», ma il modello quotidiano è quello di un adulto costantemente connesso, la regola perde forza e credibilità.

Il secondo problema è che ci concentriamo molto sulla tecnologia che i ragazzi hanno tra le mani, e troppo poco su ciò che quella tecnologia va ad amplificare dentro di loro.

Tutti si chiedono quanto tempo gli adolescenti passino sui social. Molto meno spesso ci chiediamo chi sia il ragazzo o la ragazza che tiene quello smartphone in mano: che rapporto ha con le proprie emozioni? Con la noia? Con il bisogno di approvazione? Con la frustrazione? Con il confronto con gli altri?

Perché lo smartphone, di per sé, non crea tutto dal nulla: spesso amplifica ciò che è già presente. Un adolescente che ha una buona consapevolezza di sé, relazioni solide e adulti affidabili intorno, userà i social in modo molto diverso da un adolescente che cerca online conferme, riconoscimento o appartenenza che fatica a trovare offline.

Per questo il tema non può essere ridotto solo a “quante ore passa al telefono”. La domanda più utile è: che funzione sta avendo quel telefono nella sua vita? Sta intrattenendo, connettendo, informando? Oppure sta compensando solitudine, insicurezza, ansia o mancanza di dialogo?

È lì che, come adulti, dovremmo imparare a guardare.

Quali potrebbero essere invece gli sviluppi positivi di questo rapporto?

Uno sviluppo positivo possibile è che la tecnologia diventi anche un’occasione di dialogo.

Faccio un esempio personale. Qualche settimana fa ho aperto un account su Brawl Stars, che è il gioco preferito dei miei figli. Può sembrare una cosa piccola, però per me è stata un’esperienza educativa importante.

Abbiamo iniziato a giocare insieme, a parlarne, a commentare le partite, le strategie, i personaggi. In questo modo si è aperto un canale comunicativo in più. Ho capito meglio che cosa li diverte, che cosa li appassiona, come ragionano dentro quel mondo.

La cosa interessante è che, da quando mi sono avvicinato con curiosità a qualcosa che piace a loro, anche loro hanno iniziato ad ascoltarmi di più su cose che interessano a me. Anche su temi che non c’entrano nulla con il gioco.

Questo per me è uno degli aspetti più positivi. Quando la tecnologia entra in un contesto familiare in cui c’è dialogo, può diventare un ponte. Lo stesso schermo che a volte crea distanza può anche diventare un’occasione per stare insieme, conoscersi meglio e parlare di più.

Naturalmente non basta giocare insieme o stare sulla stessa piattaforma per risolvere tutto. Però l’interesse autentico di un genitore verso il mondo digitale del figlio può cambiare molto il clima della relazione. Perché il messaggio che passa è: «mi interessa capire quello che interessa a te».

E spesso, quando un ragazzo si sente raggiunto nel proprio mondo, diventa più disponibile a far entrare l’adulto anche in altri pezzi della sua vita.

Come si bilancia a suo avviso la relazione fra genitori, figli e social media?

In molti si interrogano sul dilemma «libertà o controllo»: diamo loro spazio o li blindiamo? A mio avviso il dilemma vero è un altro: presenza o assenza?

La presenza di un genitore nella vita digitale di un figlio è uno degli elementi più protettivi. Non significa controllare ogni cosa, né sapere sempre tutto. Significa esserci, interessarsi, ascoltare, provare a capire quel mondo invece di respingerlo in blocco.

Poi è chiaro: l’equilibrio è difficile. Non esiste una regola valida per tutti e una volta per sempre. Cambia con l’età del ragazzo, con il suo livello di maturità, con la qualità della relazione, anche con il tipo di uso che fa della tecnologia.

Io suggerisco spesso di partire da un ordine preciso: prima parla il figlio. Il genitore si mette nella posizione di chi vuole capire, si fa spiegare, si fa raccontare, a volte anche insegnare. Solo dopo porta il proprio punto di vista: la sua esperienza, i suoi valori, le sue preoccupazioni.

Questo ordine è importante. Se un adulto parte subito con la lezione, molti ragazzi si chiudono prima ancora di ascoltare. Se invece si sentono capiti, diventa più facile aprire uno spazio di confronto.

Detto questo, una quota di controllo serve, soprattutto fino a una certa età. Parental control, regole chiare, limiti di tempo, supervisione: sono strumenti utili. Però li vedo come un punto di partenza, non come l’obiettivo finale.

L’obiettivo è aiutare progressivamente un ragazzo a sviluppare criteri interni: capire quando si sta facendo del male, quando un contenuto lo destabilizza, quando una chat sta superando un limite, quando ha bisogno di chiedere aiuto.

Anche perché gli adolescenti sono ancora in una fase di sviluppo. La parte del cervello che aiuta a valutare le conseguenze e a regolare gli impulsi matura gradualmente, ben oltre l’adolescenza. Quindi è normale che possano fare scelte impulsive, sottovalutare un rischio o cacciarsi in situazioni complicate.

In quei momenti, la differenza la fa soprattutto una cosa: quel ragazzo ha almeno un adulto con cui sente di poter parlare davvero? Se quel canale esiste, è più probabile che racconti cosa è successo quando c’è ancora tempo per intervenire. Se non esiste, tenderà a nascondere, minimizzare o affrontare tutto da solo.

Per questo il bilanciamento, per me, sta nel tenere insieme regole e relazione. Le regole servono a proteggere. La relazione serve a fare in modo che, quando le regole non bastano, il ragazzo non resti solo.

Quali sono le «regole d’oro» da imporre, per i genitori, ai propri figli per un utilizzo sano di questi mezzi?

Non credo esistano regole universali da dare ai figli, perché ogni famiglia ha la sua storia, le sue abitudini e il suo equilibrio. Quello che mi sento di dire è che le regole, qualunque esse siano, devono essere scelte con consapevolezza e condivise tra i genitori. Se mamma e papà non sono allineati, qualsiasi regola diventa molto più fragile.

In generale, personalmente penso che più tardi si dà uno smartphone a un ragazzo, meglio è. Però, al di là dell’età precisa o delle singole regole, ci sono tre aspetti che un genitore dovrebbe osservare prima di tutto su sé stesso.

Il primo è la coerenza. Non posso chiedere a mio figlio qualcosa che io per primo non provo a fare. Se voglio che a tavola non ci sia il telefono, devo essere il primo a metterlo via. Se voglio che non passi la sera a scrollare, devo stare attento a che modello sto offrendo. I ragazzi ascoltano le parole, certo, ma osservano moltissimo i comportamenti.

Il secondo aspetto è costruire il dialogo nella quotidianità, non solo nell’emergenza. Se parliamo di social, videogiochi o telefono solo quando è successo qualcosa, è facile che nostro figlio associ quei temi a tensione, rimprovero o giudizio. Le conversazioni più utili spesso nascono nei momenti a bassa pressione: in macchina, prima di dormire, durante una passeggiata, guardando qualcosa insieme.

Il terzo aspetto, per me, è il più importante: lavorare sulla tecnologia interiore. Intendo il rapporto che un ragazzo ha con le proprie emozioni, con la noia, con la frustrazione, con il bisogno di approvazione, con il confronto con gli altri.

È un lavoro lento, quotidiano, poco visibile dall’esterno. Però è quello che nel tempo lo protegge davvero. Perché prima o poi quello smartphone lo avrà in mano, e la domanda decisiva non sarà solo quanto tempo ci passerà sopra, ma con quali strumenti interiori lo userà.

Cosa ne pensa delle novità che Meta sta introducendo in Italia con il Centro per le famiglie?

Penso che qualsiasi strumento aiuti i genitori a orientarsi meglio sia utile. Oggi molti genitori si sentono abbastanza spaesati: non sanno bene dove guardare, quali impostazioni esistono, quali rischi considerare, da dove cominciare.

Da questo punto di vista, avere un punto unico da cui supervisionare l’esperienza dei figli sulle diverse piattaforme può essere un aiuto concreto. Può rendere più semplice informarsi, impostare alcune regole, capire meglio che cosa succede dentro quegli ambienti digitali.

Detto questo, credo sia importante non confondere lo strumento con il compito educativo. I genitori non possono delegare alla tecnologia qualcosa che resta profondamente relazionale.

Un filtro sui contenuti può essere utile, ma non insegna da solo il pensiero critico. Un limite di tempo può aiutare, ma non costruisce automaticamente l’autoregolazione. La supervisione digitale può essere una buona impalcatura, però poi serve il dialogo, serve la presenza, serve la relazione quotidiana.

Il rischio è che un genitore configuri le impostazioni e pensi di aver risolto il problema. In realtà quello è solo un punto di partenza. Serve poi parlare con i figli, chiedere che cosa vedono, che cosa li colpisce, che cosa li mette a disagio, come vivono quello spazio.

L’obiettivo, nel tempo, è che un ragazzo sviluppi strumenti interni: capacità di scegliere, di fermarsi, di riconoscere un contenuto problematico, di chiedere aiuto quando qualcosa non va.

Questi strumenti tecnologici possono accompagnare il percorso. Però il lavoro educativo vero resta nelle mani degli adulti.

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