Dove vuole e può arrivare Putin con le sue bugie sull'attentato di Mosca

Dopo l’attentato dell’Isis a Mosca, Vladimir Putin non si dà pace. Ma, anziché lavorare sulle falle della propria intelligence (avvertita quasi un mese prima dell’imminenza di un attacco jihadista nella capitale dagli Usa), per il momento cerca soltanto capri espiatori. Dove? In Ucraina, ovviamente. Il presidente russo aveva commentato a caldo il fatto di sangue, indicando che l’obiettivo della rappresaglia sarebbe stata comunque Kiev, a suo dire il mandante occulto dell’attentato jihadista al Crocus City Hall, dove il bilancio delle vittime nel frattempo è salito a 139 morti, mentre un centinaio di feriti rimangono ricoverati in ospedale.

Putin, per giustificare agli occhi della popolazione il disastro della sicurezza andato in scena il 22 marzo e di aver ignorato gli allarmi, è ora costretto a scomodare il direttore dell’Fsb, Alexander Bortnikov, perché trovi un nesso diretto (allo stato dei fatti, inesistente) tra i servizi segreti ucraini e i miliziani dell’Isis-K. Così, con un funambolismo da trapezista, Bortnikov ha provato a unire alcuni puntini: «I servizi segreti dell'Ucraina hanno contribuito all'attentato terroristico di Mosca, che è stato perpetrato da islamisti radicali». E ancora: «I terroristi sono stati addestrati da Kiev», aggiungendo che «Usa e Regno Unito sono coinvolti».

Dunque, mentre Putin e l’intelligence russa brigano nel tentativo maldestro di affibbiare colpe al nemico – «Dobbiamo rispondere alla domanda perché i terroristi cercavano di andare in Ucraina e chi li aspettava là, per accoglierli come eroi» ha affermato lo stesso presidente – ecco che una voce insospettabile si leva fuori dal coro. E arriva nientemeno che il presidente bielorusso Alexandr Lukashenko. Il quale, pur essendo un grande alleato di Mosca, afferma: «I terroristi hanno tentato la fuga verso Minsk» e non già verso Kiev. I suoi servizi segreti hanno ricevuto informazioni secondo cui i terroristi si stavano muovendo in direzione di Brjansk, regione russa situata al confine con la Bielorussia e l’Ucraina, intercettati in direzione della capitale bielorussa.

Dunque, se è chiaro il perché Putin accusi Kiev e l’Occidente, come giustifica le sue stesse affermazioni secondo cui quel crimine «sappiamo che è stato commesso per mano di islamici radicali, la cui ideologia lo stesso mondo islamico combatte da secoli»? Semplicemente, non ne ha alcun bisogno. Basta lanciare un’accusa - «Ci interessa sapere chi ne trae vantaggio» ha detto Putin, aggiungendo che l’attacco è stato «un atto intimidatorio» - per spostare l’attenzione dalle proprie défaillance al campo avversario.

Il vero nemico della Russia è il jihadismo

Eppure tutti, russi non meno che occidentali, sanno fin troppo bene che l’Islam radicale è da sempre il grande nemico di Mosca, e la fallita invasione sovietica dell’Afghanistan ne è la dimostrazione più evidente. Guarda caso proprio da qui arriva l’Isis Khorasan (o più semplicemente Isis-K), ramo del gruppo terroristico dello Stato islamico operativo dal 2014 in Asia centrale, nelle aree rurali afghane, responsabile della strage di Mosca.

Obiettivo dichiarato di Isis-K è creare un Califfato nell’Asia meridionale e centrale governato dalle leggi della Sharia, lungo un territorio che unisce Afghanistan, Pakistan, Iran e anche alcune ex repubbliche sovietiche, come il Turkmenistan, l’Uzbekistan e il Tagikistan. Che, anche qui guarda caso, è proprio il Paese da cui provengono i quattro terroristi catturati.

Il Grande Khorasan, da cui il gruppo terroristico trae il nome, è infatti la regione storica dell’Altopiano iraniano situata tra l'Asia occidentale e centrale, che le forze islamiste radicali vorrebbero ripristinare né più e né meno come i loro «colleghi» del Caucaso, dove la maggior parte degli abitanti è di fede musulmana sunnita e non riconosce lo Stato russo come proprio dominus.

La radicalizzazione del Caucaso in funzione anti-russa, nondimeno, è a sua volta una grande spina nel fianco di Mosca. Questa mutazione ribellistica è avvenuta proprio sotto gli occhi di Vladimir Putin, che l’ha osservata crescere d’intensità nella seconda metà degli anni Novanta, sobillata da predicatori provenienti soprattutto dall’Arabia Saudita. Qui la repressione di Mosca è stata fortissima, proprio per evitare che il secessionismo ceceno, nato laico, s’islamizzasse progressivamente. Cosa che invece è puntualmente avvenuta, e si è acuita dopo che Putin ha fatto della Cecenia una zona di guerra, e della sua capitale Grozny una moderna Cartagine. Al punto che nel 2003 le Nazioni Unite l’hanno proclamata la città più devastata del mondo.

Il bluff di Vladimir Putin

Per capire il bluff di Putin sulle accuse all’Ucraina – e indirettamente all’Occidente - non servono informazioni segrete. Bastano le dichiarazioni di ex funzionari del Kgb come Oleg Kalugin, che nel 2001, a pochi giorni dagli attentati dell’11 settembre, confessò: «A Putin interessa dimostrare agli americani e al mondo che la guerra in Cecenia non è stata un crimine contro l’umanità, ma una battaglia contro il terrorismo. E dunque il Cremlino sarà prodigo di informazioni utili a rintracciare la mano di Osama Bin Laden e della sua rete Al Qaeda fin quando portano in Cecenia. […] Una sciocchezza». Come a dire che, se servono, le bugie vanno bene.

All’epoca dei fatti – siamo nella fase post-guerra fredda – i rapporti USA-Russia avevano assunto una connotazione del tutto nuova. Si era così passati a una fase, se non di amicizia, almeno d’intesa contro un nemico reale e comune: due anni prima delle Torri Gemelle, la Federazione Russa era già in guerra contro l’Islam, e il conflitto ceceno stava conoscendo il suo apice. Così, quand’anche il presidente americano George W. Bush diede inizio a una crociata internazionale contro il terrorismo islamista, il suo omologo russo, Vladimir Putin, offrì volentieri l’appoggio a Washington per le operazioni militari in Afghanistan, concedendogli (sia pur parzialmente) lo spazio aereo russo, la cooperazione dell’intelligence e persino la possibilità di usare basi russe di eredità sovietica in Asia Centrale.

Ma quel tempo è passato e, mentre gli Usa una volta eliminato Bin Laden si sono stancati di combattere il terrorismo jihadista, Mosca non si è potuta permettere questo lusso. Al contrario, ha ampliato il raggio d’azione combattendo il jihadismo sunnita, oltre che in Caucaso, in tutte le repubbliche ex sovietiche, così come in Siria, in Libia, in Sudan e nel Sahel, e sostenendo al contempo l’Iran sciita, acerrimo nemico dell’Isis e della Fratellanza Musulmana (da cui deriva l’intero apparato ideologico dei terroristi islamici). Tutto questo ha reso la Federazione Russa il nemico pubblico numero uno dell’Isis, di Al Qaeda e delle formazioni jihadiste sunnite. Altro che Ucraina, Stati Uniti e Regno Unito…

Tutti gli attacchi dell’ISIS contro la Russia

La più eloquente dimostrazione del fatto che Isis e altre sigle della galassia jihadista hanno proprio Mosca e la Federazione Russa come loro obiettivo sensibile sta tutta nel lunghissimo elenco di attentati jihadisti che hanno colpito la capitale russa e altre località russe. Ecco i principali:

8 settembre 1999 - una bomba esplode di notte e distrugge un edificio di nove piani, nel quartiere Piciatniki, alla periferia di Mosca. Nell’attentato muoiono 92 persone, i feriti sono 200.

13 settembre 1999 - una bomba esplode e distrugge un edificio di sette piani a Mosca, lungo il viale Kashirskoe. Nell'attentato muoiono 118 persone, tra cui 13 bambini. Neanche questo è rivendicato, ma sarà una delle cause dell'intervento russo in Cecenia, il 1 ottobre dello stesso anno.

8 agosto 2000 - 13 morti e 92 feriti, nell’attentato compiuto con una ordigno esplosivo nei sottopassaggi di piazza Puskhin, a poca distanza del Cremlino.

23-26 ottobre 2002 - Il più sanguinoso episodio sinora registrato, con il sequestro degli spettatori presenti nel teatro Dubrovka. Tutti i 41 guerriglieri del commando ceceno vengono uccisi, muoiono però anche 129 ostaggi, la quasi totalità perché avvelenati dai gas usati dalle forze speciali russe.

5 luglio 2003 - Nell’aerodromo di Tushino (Mosca) due ragazze, di cui una di origine cecena, fanno esplodere le loro cinture al plastico in mezzo a una folla di giovani che attendevano di entrare a un raduno di musica rock. Nell’attentato restano uccise 15 persone, comprese le due terroriste, 59 i feriti.

9 dicembre 2003 - Una donna kamikaze si fa esplodere davanti all'hotel National, nella centralissima via Tverskaia di Mosca, a poche decine di metri dalla Duma. 6 morti, tra cui l’attentatrice, e 13 feriti.

6 febbraio 2004 - Una kamikaze fa esplodere un ordigno su un convoglio della metropolitana tra le stazioni Paveletskaia e Avtozavodskaia, a ridosso del centro di Mosca. L'esplosione fa 41 morti e 134 feriti.

19 dicembre2015 - Nel primo attacco rivendicato dall’Isis sul suolo russo, un uomo spara a 11 turisti in visita alla cittadella Naryn-Kala di Derbent, nella Repubblica del Daghestan, uccidendone uno.

17 agosto 2016 - Due uomini aggrediscono un agente di polizia con pistole e asce a un posto di blocco nel sobborgo di Balashikha, Mosca. Vengono uccisi dagli agenti, mentre un poliziotto rimane gravemente ferito.

23 ottobre 2016 - Due uomini sparano contro un agente di polizia che stava ispezionando la loro auto a Nizhny Novgorod. Il poliziotto risponde al fuoco, freddando i due aggressori. L’Isis rivendica l’attacco, affermando che si tratta di due «soldati dello Stato islamico».

17 dicembre 2016 - Due militanti dell’Isis accoltellano un agente di polizia a Grozny, Cecenia, e usano la pistola e un’auto rubata per uccidere altri tre agenti di polizia. L’Isis non rivendica, ma il Dipartimento di Stato americano diffonde video in cui i jihadisti giuravano fedeltà al gruppo, mentre erano in Siria.

24 marzo 2017 - Un gruppo di affiliati all'Isis attacca una postazione della Guardia nazionale russa a Grozny, provocando la morte di 6 soldati.

4 aprile 2017 - Due agenti di polizia russi muoiono in una sparatoria nella città meridionale di Astrakhan, azione rivendicata dall’Isis

19 agosto 2017 - Un giovane di 19 anni della città siberiana di Surgut accoltella sette persone, prima di essere ucciso dalla polizia. L’attacco è rivendicato dall'Isis, insieme ad altri assalti gemelli avvenuti in contemporanea in Finlandia e Germania.

27 dicembre 2017 – L’esplosione di una bomba in un supermercato della catena Perekriostok di San Pietroburgo, ferisce una ventina di persone. L’Isis rivendica.

8 febbraio 2018 - Un uomo armato spara indiscriminatamente all’esterno di una chiesa nella cittadina di Kizliar contro una folla di persone che celebravano la festa di Masletnisa (simile al nostro Carnevale). Cinque persone muoiono e altrettante rimangono ferite. Rivendicato poche ore dopo dall’Isis.

Maggio 2018 – L’Isis rivendica tre attacchi: Neftekamsk, Nizhny Novgorod e un terzo in Daghestan. Affermano di aver compiuto attacchi contro agenti di polizia e un santuario Sufi, per fortuna senza provocare vittime.

31 dicembre 2018 – Un’esplosione in un edificio residenziale nella città russa di Magnitogorsk, negli Urali, provoca 39 morti. Mosca parla di esplosione di una bombola di gas, ma l’Isis ne rivendica la responsabilità, affermando di aver ucciso 39 «crociati russi».

8 aprile 2019 - Esplosione a Kolomna, nei dintorni di Mosca, rivendicata dall’Isis. Non ci sono vittime.

1 luglio 2019 - Un uomo uccide un agente di polizia con un coltello a un posto di blocco nel distretto ceceno di Achkhoy-Martonovsky e viene colpito a morte da un altro poliziotto. Anche in questo caso, l’Isis rivendica l’attentato.

22 marzo 2024 – Quattro terroristi dell’Isis-K attaccano simultaneamente il Crocus City Hall di Mosca e poi gli danno fuoco: il bilancio è di 139 morti e 180 feriti.

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