Silvio Berlusconi e la televisione: così ha rivoluzionato la tv in Italia

È la metà degli anni '70 quando Silvio Berlusconi fa il grande salto: dai mat­toni alle televisioni. Racconta chi c'era, ed è un testimone eccellente come Fedele Confalonieri, che andò così: una sera riunisce i suoi più stretti collaboratori e gli di­ce: «Da domani ci occupiamo di televisione». Un triplo carpiato che spiazzò tutti, tranne chi da tempo conosceva le sue intuizioni da imprenditore funambolo. «Berlusconi è sempre stato molto sorprendente. La pri­ma reazione era di dire: “Do­ve diavolo vuole andare?”. E qui va dato atto a Berlusconi che non ha mai buttato via soldi. Ha preso un miliardo di fido, non ha preso soldi dall’edilizia, e si è messo in gioco in prima persona», spiegò Confalonieri, presidente di Finivest prima e di Mediaset poi. Del circolo di amici e collaboratori dell’Edil­nord - la società di costruzioni edilizie di Berlusconi - c'era anche Carlo Bernasconi, che fino a quel momento si occupava di muratori, architetti, ingegneri, geome­tri e che, in una manciata di anni, sarebbe diventato uno dei manager più importanti, stimati e capaci di Fininvest (per trent'anni al fianco del Cavaliere, fu lui a fondare nel '95 Medusa Film, di cui restò presidente fino alla morte, nel 2001). «Lo portò a comprare i dirit­ti per la televisione a Los An­geles, a Roma: i primi acqui­sti famosi, le star. Carlo Ber­nasconi è stato un altro degli attori principali, come colla­boratori vicini a Berlusconi. Ma Berlusconi ha fatto da so­lo come sempre e senza spen­dere troppo. Berlusconi è an­che molto attento, come tutti i bravi imprenditori che non buttano via i quattrini», aggiunse Confalonieri.

Tutto nacque a Milano 2, centro residenziale alle porte della città realizzato dallo stesso Berlusconi. L'intuizione fu pionieristica e, per molti aspetti, geniale: trasformare TeleMilano 58, la rete via cavo del quartiere, in una tv moderna e in grado di sfidare la Rai. È il 1977 quando l'imprenditore chiama e corteggia Mike Bongiorno, all'epoca nel pieno della sua carriera (con programmi seguiti da 22/23 milioni di spettatori), il quale rivelò poi di non avere la minima idea di chi fosse Berlusconi. «Chiesi in giro e mi dissero che era un costruttore, che aveva fatto Milano 2. All’inizio pensai addirittura che volesse vendermi un appartamento. Comunque accettai di vederlo e ci incontrammo in un ristorante. Dopo un quarto d’ora mi resi conto che quell’uomo era di una brillantezza incredibile e avrebbe fatto una grande carriera». Da vero ammaliatore, Berlusconi gli raccontò il suo sogno ambizioso che sapeva di capovolgimento totale: «Mi spiegò che aveva in mente di creare la televisione indipendente e di voler lanciare nuovi programmi che la Rai non voleva o non poteva fare perché legata appunto ai partiti politici e al Vaticano. Io lo ascoltai attentamente ma gli dissi anche che non potevo certo lasciare la Rai». Strappare Bongiorno alla Rai aveva una forte valenza simbolica, perché il conduttore non solo era uno dei volti più popolari della tv ma era un veterano, un "padre nobile" della televisione italiana, uno di quelli che aveva contribuito a fondarla, nel '54. Berlusconi ovviamente non si arrende al primo no del conduttore, lo corteggia fino a quando Bongiorno accetta e diventa "bigamo", lavorando sia per la Rai che per la tivù di Berlusconi.

A sorpresa, la prima reazione della tivù pubblica non fu negativa. «I dirigenti di allora erano sicuri che quello sarebbe stato un fuoco di paglia e consideravano Berlusconi roba da niente. Dopo due, tre anni che facevo questi piccoli programmi per Canale 58, Berlusconi mi chiese di lavorare esclusivamente per lui. Quando comunicai in Rai che li avrei abbandonati per Berlusconi erano tutti increduli e ripetevano che quello non era altro che un palazzinaro», raccontò Bongiorno. Ma perché un conduttore blasonato come lui accettò la "proposta indecente" di Berlusconi? Per la clamorosa proposta economica - 52 milioni l'anno contro i 600 milioni che il Cav gli mise sul piatto - ma non solo. «Per primo Bongiorno aveva capito che non serviva più promuovere programmi per vendere la televisione, ma occorreva realizzare spazi pubblicitari per vendere prodotti, rivelandosi anche in questo un maestro, il vero profeta del verbo berlusconiano», scrive nella Garzantina della tv il principe dei critici televisivi, Aldo Grasso. Il 30 settembre 1980, dalla fusione di cinque emittenti locali nasce Canale 5 e con le l'impero tv di Berlusconi che, mutuando le modalità di azione dei network statunitensi, fa nascere la tv commerciale in Italia. Nel giro di pochi anni, complice anche la deregulation in materia televisiva, si aggiungono Italia1 (nel 1982) e poi Rete4 (nel 1984). «Il suo ingresso in politica ha dato luogo a un conflitto di interessi tra ruolo pubblico e attività private, che ha scatenato un acceso dibattito politico», scrive ancora Grasso analizzando il senso della sua "discesa in campo" televisiva. Che cambia tutto, o quasi, accelerando la fine del monopolio della Rai. In pochi anni Berlusconi diventa "Sua Emittenza", come lo ribattezzerà anche Giovanni Minoli in uno dei suoi più celebri faccia a faccia.

L'effetto valanga a quel punto è inarrestabile, la sfida con la tv pubblica inevitabile. «A quel punto cominciai a chiamare tutti i miei colleghi e amici: Pippo Baudo, Corrado, Raffaella Carrà … E vennero tutti a lavorare con noi di corsa, tanto che in Rai cominciarono a preoccuparsi di quello stillicidio», raccontò Bongiorno. Prima ancora arriva Loretta Goggi, protagonista di Hello Goggi, il primo varietà autoprodotto di Canale 5, ma la campagna acquisti del Cavaliere è spregiudicata e conquista volti tv come Sandra Mondaini, Raimondo Vianello e Maurizio Costanzo. C'è chi resta e chi invece se ne va dopo qualche stagione, ma a quel punto la Rai fu costretta a scontrarsi con la concorrenza del gruppo non solo sul piano degli ascolti, dei contenuti e anche dei cachet: per tenersi o riconquistare i volti amati dal grande pubblico, la tv di Stato è costretta a rilanciare con cachet più importanti che destano polemiche (anche politiche). Ma che cosa appassionava Berlusconi del mondo della televisio­ne? «Berlusconi è un uomo di spettacolo nato. Quando cantavamo e suonavamo in­sieme era uno che ci sapeva veramente fare. Se avesse se­guito quella carriera sarebbe diventato un grande uomo di spettacolo. E qui trovava pa­ne per i suoi denti», sintetizzò Confalonieri. Sono leggendari gli inizi, che Berlusconi che si occupava di tutto, dai copioni alle luci, dalle inquadrature alle comparse. «Più che leggenda è verità. Sono stati anni di creatività e dinamismo oggi inimmaginabili», ha raccontato Gianna Tani, per venticinque anni la "signora dei casting" di Mediaset. «Berlusconi era capace di chiamare per dirmi: ‘Gianna, non mi piacciono quelle due persone sedute in prima fila, le sposti in seconda’. Era attento a tutto». Lo confermò anche Confalonieri, citando una celebre battuta di Biagi: «Berlusconi era uno che en­trava negli studi, che rivede­va gli scritti, le battute di tutti. La famosa boutade di Enzo Biagi, che se avesse avuto un filino di seno avrebbe fatto an­che l’annunciatrice, era una battuta scherzosa ma signifi­c­ativa di quanto si interessas­se di tutto». Nasce in quegli anni il claim geniale: «Corri a casa in tutta fretta, c’è un Biscione che ti aspetta».

Mentre forma e sostanza s'intrecciano, la sfida con la Rai si fa incandescente. Berlusconi intuisce che c'è del potenziale e accende per primo la tv del mattino (fino al 1981 la Rai trasmetteva il monoscopio ancora a mezzogiorno) e altre fasce strategiche, importa dall'America format e prodotti - come Dallas e poi Dynasty - che sbancano gli indici di gradimento e poi l'Auditel (che arrivò nel 1986). Ed è in quel momento che intervengono i giudici: sequestrano le videocassette che contengono le registrazioni dei programmi attraverso le quali Berlusconi riversa le trasmissioni in tutta Italia, spezzando così il monopolio della Rai. Solo grazie ad un decreto si sblocca la situazione e parte di fatto la liberalizzazione delle tv in Italia. Ma da tempo è partito il cambiamento estetico e contenutistico, sia attraverso un uso nuovo della regia e delle luci, sia con programmi cult come Drive In, con le pinup super maggiorate che diventano l'emblema dell'edonismo televisivo degli anni '80. L'asprezza delle critiche verso quel tipo di tv è tale che l'onda lunga arriva fino ai giorni nostri: c'è chi critica ferocemente l'impatto che la tv berlusconiana ha avuto, chi invece la considera rivoluzionaria. Certo è che Berlusconi inventò da zero - almeno in Italia - forme di comunicazione inedite per lanciare programmi e personaggi, introdusse modi nuovi di vendere gli spazi pubblicitari, aumentando in modo esponenziale i fatturati. Serie tv, quiz, poi programmi d'informazione, la diretta (agli inizi degli anni '90), nuovi format: Berlusconi accelera e controprogramma, spesso avendo la meglio sulla Rai. «Ha avuto il merito di dare impulso, attraverso l'offerta di nuovi spazi pubblicitari, alle piccole e medie industrie, che in precedenza non erano in grado di accedere ai canali Rai per propagandare i loro prodotti, e di aver costretto le reti pubbliche, abituate a una produzione dai tempi lunghi e rallentati, a rinnovare i palinsesti e a sperimentare nuovi ritmi di visione, rapidi e frantumati. Al tempo stesso, ha piegato la produzione televisiva alla logica dello sponsor, nuovo decisivo interlocutore che ha sostituito il telespettatore come punto di riferimento nella programmazione, imponendo di trasmettere programmi capaci di trascinare il numero più alto di "contatti"», osserva ancora Grasso. Un "mutamento genetico" e proprio per questo esente da critiche che arrivano soprattutto da sinistra. Dove però non mancano gli sguardi lucidi di una mente aperta e avanguardista come quella di Angelo Guglielmi: «La nascita dei network privati è stato un fatto positivo. Ha significato l’apertura di un sistema che prima era chiuso, bloccato, dal punto di vista industriale e da quello culturale. Di fronte a questo fenomeno, la sinistra ha reagito in modo sbagliato».

Ma davanti alle critiche Berlusconi - uomo che da sempre divide, persino all'interno del suo inner circle, quando annuncia la "discesa in campo" in politica nel '94 - pare non dare mai troppo ascolto. Tira dritto e costruisce le fondamenta di un impero che oggi sfiora i 5 mila dipendenti tra Italia e Spagna, punta all'espansione in altri paesi europei tra cui la Germania (il progetto di Pier Silvio Berlusconi è quello di creare una tv europea) e ha chiuso il bilancio del 2022 con un utile netto reported di 216,9 milioni di euro (molto superiore alle attese). Un colosso strutturato, che entra da quarant'anni nelle case degli italiani con volti di punta che hanno cambiato il modo di fare la televisione in Italia (su tutti un nome: Maria De Filippi). Ora il futuro è tutto nelle mani dei figli, in particolare di Marina e Pier Silvio, chiamati a gestire un'eredità importante, sia sul piano imprenditoriale che di storia della comunicazione. «C’è la televisio­ne e tu hai la possibilità di vi­vere quest’avventura di una rivoluzione veramente cultu­rale», disse Confalonieri. Oggi è tempo di una nuova rivoluzione ma sempre nel solco scavato dal Berlusconi più visionario.

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