«Putin vuole rubare la nostra terra». Le parole degli abitanti del Donbass, tra rabbia e paura

Lo temevano da giorni ed ora che l’incubo si è avverato, prevedono un fosco futuro per il loro Paese. Gli abitanti del Donbass che vivono al di fuori delle regioni separatiste di Donetsk e Lugansk reagiscono con sgomento agli ultimi sviluppi della crisi Mosca-Kiev. Da quando Putin ha dichiarato con decreto l’indipendenza dei due territori, vedono solo i peggiori scenari per i giorni a venire. “La guerra qui prosegue dal 2014, ma adesso il piano della Russia si fa sempre più evidente. Vogliono toglierci tutto, c’è un uomo che si sveglia la mattina e decide quali terre sono sue, poi se le prende”, dice Stanislav che vive a Toretsk, talmente a ridosso del confine da aver ben presente cosa significhi avere a che fare ogni giorno con posti di blocco, bombardamenti e giovani vite spezzate dalla guerra del Donbass. Le prime provocazioni erano arrivate dal fronte dei separatisti solo pochi giorni fa, proprio quando la mancata esplosione di una “grande guerra” prevista per il giorno sedici aveva illuso il mondo di una concreta de-escalation nella crisi russo-ucraina. “Noi non ci fidiamo”, era però il parere di diversi residenti del Donbass che, a conti fatti, ci avevano preso.

(Daniela Lombardi)

Giulia, moglie di medico militare


(Daniela Lombardi

I giacimenti minerari del Donbass


(Daniela Lombardi)

Le case abbandonate nella “zona grigia” sulla linea del fronte


(Daniela Lombardi)

Campo minato vicino a Donestk



Le provocazioni erano cominciate dal fronte russo, prima con la distruzione di un asilo, poi con raffiche di artiglieria pesante verso i Paesi sulla linea del fronte coi separatisti. “Mio marito è medico militare, gli hanno chiesto di mettersi a disposizione perché la sua opera potrebbe servire presto”, riferiva preoccupata fin dai primi spari Giulia, madre di due bambine che a Shilbinavka aspetta il ritorno del suo uomo. Lo strappo separatista di Putin rende ormai flebili le speranze di un ritorno ad una pur solo apparente normalità, come era quella di pochi giorni fa. E se c’è chi pensa che vorrebbe andarsene per trovare un minimo di tranquillità ma non ha i mezzi per farlo, c’è anche chi raggiungerà i parenti che lavorano in varie parti d’Europa.

“Vado da mia figlia che ormai da tempo vive in Italia”, dichiara un’anziana che ha valige e biglietto pronti per lasciarsi alle spalle l’orrore. Chi invece resiste, non intende farsi trovare impreparato. Volontari di tutte le età si addestrano ormai settimanalmente per capire come reagire prontamente in caso di attacco. Sono tanti e di diverso tipo i corsi di addestramento preparati da gruppi di attivisti e dedicati alla popolazione di tutte le età e di tutte le estrazioni sociali. A Kiev, per esempio, vengono distribuiti volantini per invitare i cittadini a partecipare. Diverse sono le “materie” insegnate: come correre prontamente verso i bunker della città e ripararsi dai bombardamenti, come aiutare i feriti grazie a nozioni di primo soccorso ma anche come usare le armi per difendere in modo attivo la propria terra. “Noi ucraini combatteremo, stanno “rosicchiando” i nostri territori lentamente ma non ci riusciranno. Vogliamo scegliere l’occidente, ci sentiamo europei, non abbiamo nulla a che fare con i sovietici”, dichiara l’organizzatore di uno dei corsi, che si tiene gratuitamente, ogni sabato, nelle diverse aree della capitale.

Mentre Putin proprio in queste ore reclama l’appartenenza dell’Ucraina ad una cultura comune a quella di Mosca, la gente manifesta la totale insofferenza per tutto ciò che ha a che fare con la Russia. L’arrivo dei carri armati a Donestk, proprio dove era facile supporre che sarebbero ricominciate le ostilità, ha finito con l’esacerbare gli animi e accrescere sentimenti di astio verso i russi. Sentimenti che già erano maturati anche per le condizioni economiche in cui le zone di confine sono state ridotte dalla guerra. Potenzialmente, il territorio ha tutto: miniere, terre nere, una produzione di grano di grossa entità (tanto è vero che l’Ucraina è definita il “granaio d’Europa”). Il conflitto ha però allontanato e scoraggiato gli investimenti locali e stranieri, ha depauperato i villaggi, costretto intere famiglie all’emigrazione a causa della disoccupazione. “Ci vorrà tanto, troppo tempo per tornare alla normalità. Questo mio paese ha ancora tutti i servizi essenziali, la canalizzazione del gas, luce, strade accettabili ma si sta inesorabilmente svuotando perché non c’è più lavoro, non ci sono diversivi, svaghi. Sta finendo tutto”, dice Larysa, cresciuta a Kleban-Byc. Altri paesi stanno peggio, con strade dissestate, servizi carenti: la desolazione si respira ancora di più, man mano che ci si avvicina al confine. Una situazione che, con le nuove mosse di Putin, non può che precipitare inesorabilmente.

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