L'album del giorno: Pink Floyd, The dark side of the moon

Che cosa nasconde realmente la "faccia oscura della luna", quella che non riusciamo a vedere dalla Terra? Perché il tempo scorre così velocemente? Che cosa siamo disposti a fare per denaro? Cosa ci aspetta dopo la morte? La follia è davvero così lontana da noi o è più vicina di quello che pensiamo? Perché siamo sempre più vittime della nostra stessa incomunicabilità? Queste e altre profonde domande hanno ispirato i Pink Floyd mentre componevano il loro ottavo album, il leggendario The dark side of the moon, da molti considerato il capolavoro della band inglese, oltre che uno degli album più venduti nella storia del rock grazie anche all'iconica copertina con il prisma, ideata da Storm Thorgerson e realizzata da George Hardie.

Il fascio di luce nell'immagine ha sei colori, escludendo l'indaco dalla tradizionale divisione della sequenza in rosso, arancione, giallo, verde, blu, indaco e viola, e prosegue lungo tutto l'interno della confezione dividendola orizzontalmente in due parti: in quella inferiore compaiono i testi delle canzoni mentre in quella superiore troviamo l'elenco delle tracce e i crediti. Fu fondamentale, per tradurre in pratica le intuizioni compositive della band, l'apporto del tecnico del suono Alan Parsons (pagato allora la miseria di 35 sterline a settimana) che ottenne una candidatura ai Grammy Awards 1974 nella categoria Miglior sonoro per un album non-classico: è merito suo, ad esempio, il celebre ticchettio degli orologi nel brano Time. Nel 1973 il Watergate e la fine della guerra del Vietnam avevano spazzato via le utopie e le illusioni degli anni Sessanta. Mentre la dimensione collettiva perdeva sempre più importanza, l'unico viaggio decisivo da intraprendere era all'interno di noi stessi, senza trascurare le zone d'ombra, la "faccia oscura della luna". Già da Breathe è evidente che i Pink Floyd avevano abbandonato lo spazio per concentrarsi sulla dimensione terrena, sul respiro, sull'essenza della nostra umanità.

The great gig in the sky, sorretto dalle tastiere cinematiche di Richard Wright e dall'emozionate assolo vocale di Clare Torry, è un chiaro riferimento alla morte, anche se nel 1990 fu votata da una radio pubblica come "Miglior canzone con cui fare l'amore". Money è stato l'unico blues in 7/8 ad arrivare in cima ai singoli della Billboard, mentre Time è una profonda riflessione sul trascorrere inesorabile del tempo e sulla sua inafferrabilità. Lo stress dei viaggi e la paura di morire in volo attraversano la nervosa On the run, mentre i conflitti politici e la guerra hanno ispirato Us and Them. Il viaggio sonoro di The dark side of the moon si conclude con Eclipse, il cui testo è un elenco di cose apparentemente senza senso ("Tutto ciò che tocchi/Tutto ciò che vedi/Tutto ciò che assaggi/Tutto ciò che senti/Tutto ciò che ami/Tutto ciò che odi/Tutto ciò di cui diffidi"…), che in realtà rappresenta la chiusura del cerchio. Tra le tante leggende metropolitane che circolano su The dark side of the moon, una delle più suggestive è la sorprendente sincronia tra i brani dell'album e le immagini del film Il mago di Oz. Secondo le intenzioni di Roger Waters le canzoni dell'album volevano essere "un'espressione di empatia politica, filosofica e umanitaria". Il batterista Nick Mason ha dichiarato: "Credo che ogni album precedente sia stata una tappa verso The dark side of the moon". Il disco si chiude con le parole di Gerry O'Driscoll, il portiere dei leggendari studi di Abbey Road: "Non c'è un lato oscuro della luna, tutto è oscuro". Per fortuna c'è la musica dei Pink Floyd a portare sulla Terra un po'di luce.

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