Juventus, il patteggiamento è il giusto finale

Non c'è dubbio che l'entità dell'ammenda con cui la Juventus ha chiuso il filone stipendi, partnership e rapporti con i procuratori, uscendo dalle secche di una vicenda giudiziaria sportiva che rischiava di inquinarne anche la prossima stagione, possa apparire a una prima lettura un regalo all'italiana. Settecentodiciottomila e duecentoquaranta euro sono una goccia nell'oceano del fatturato di un'azienda che muove centinaia di milioni ogni anno, ma sono anche il modo sbagliato di leggere come si è conclusa la storia che ha condizionato un anno di calcio italiano.

Non si può discutere del patteggiamento concordato con la Procura Figc e accettato dal Tribunale Federale Nazionale dimenticando anche gli tasselli del puzzle. A cominciare dal -10 ereditato per la storia delle plusvalenze, dalla mancata punizione delle altre società coinvolte e dalla necessità primaria per il sistema calcio italiano di riuscire a mettere un punto all'interno delle proprie regole e del proprio ordinamento. Facendo un passo indietro per osservare il quadro complessivo, la Juventus esce dalla vicenda nata dall'inchiesta di Torino con la retrocessione dalla zona Champions League ai margini dell'Europa (forse fuori per intervento della Uefa), un danno indiretto di non meno di 80-90 milioni di euro, l'azzeramento dei propri vertici societari, la rinuncia a qualsiasi ricorso dentro e fuori l'ordinamento sportivo e poi - anche - 718.240 euro di multa. Troppo? Poco?

Non esiste possibilità di mettere d'accordo chi pensa che la Juventus sia stata vittima di un agguato (la maggior parte del popolo bianconero) e chi considera l'esito dei due filoni come un regalo alla Vecchia Signora. Non serve nemmeno. Ha detto il presidente della Figc, Gabriele Gravina, che esiste "un momento per gli accertamenti giudiziari" e uno "per guardare al futuro con maggiore serenità", sempre "nel rispetto delle regole". Una posizione non troppo distante da quella della Juventus, che ha ribadito "la correttezza del proprio operato", ma ha giustificato la scelta di accordarsi con la Procura con la necessità di "mettere un punto fermo superando lo stato di tensione e instabilità".

E' la ragione per cui il finale di questa storia è un compromesso pragmatico funzionale alla riduzione del danno. Per la Juventus e per il calcio italiano, che ha assistito con non celata preoccupazione allo scontro frontale che si è consumato nei mesi dell'inverno, quelli del balletto di sentenze, ricorsi e penalizzazioni tra i vari gradi della giustizia sportiva. Da oggi si può ripartire: la Juventus può programmare un nuovo ciclo, che dovrà scontare i danni fatti da questa vicenda, i vertici del calcio italiano mettere sul mercato un prodotto non più penalizzato dall'incertezza e i tifosi sanno che da agosto assisteranno a un campionato senza asterischi. Almeno fino a quando le procure sparse in mezza Italia non spediranno a Roma l'esito delle indagini sugli altri club nate come costole di quella di Torino. Allora sarà lecito attendersi un intervento della giustizia sportiva, altrimenti la sensazione di ingiustizia sarebbe ineliminabile.

Siglata la pax italiana, restano sul tavolo due grandi temi: la riforma della giustizia sportiva, che ha mostrato qualche crepa e che andrà adattata allo scorrere dei tempi, e la gestione del rapporto conflittuale tra la Juventus (vecchia e nuova) e la Uefa. Su questo bisogna essere chiari: la Figc non può accettare un trattamento ad hoc riservato da Ceferin ai bianconeri come forma di pressione per le questioni legate alla Superlega. Qualunque sia la posizione sul tema - Gravina è legittimamente schierato con la Uefa - ogni ritorsione sarebbe da rimandare al mittente. Non esiste una Juventus senza coppe e un lasciapassare per Barcellona e Manchester City che di vicende imbarazzanti in casa propria ne stanno ugualmente affrontando, evidentemente senza entrare nel mirino di Nyon.

PS - Resta fuori la posizione di Andrea Agnelli. Ha lasciato il passo alla Juventus, fatto in modo che i legali potessero prendere la strada più utile per dare certezze sportive alla società, senza appesantire il quadro con una posizione che pesa per mille ed evidenti ragioni anche di natura politico-sportiva. Non è detto che anche per l'ex presidente non si arrivi a un accordo. Anzi. Solo, serve il tempo e il contesto adatto.

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