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Furti, truffe, violenze e ospedali assaltati. Ora bisogna chiudere tutti i campi rom

Furti, truffe, violenze e ospedali assaltati. Ora bisogna chiudere tutti i campi rom

Dal turista che non può recuperare i bagagli rubati all’ultima tentata razzia in una villetta: cos’altro deve accadere per agire?

Ma cos’altro deve accadere in questa Italia per mettere fine ai campi rom? Nel giro di pochi giorni ci siamo ritrovati a commentare l’assurda vicenda di un turista brasiliano in visita a Roma a cui avevano rubato i bagagli dall’auto, bagagli che – grazie al geolocalizzatore – era riuscito a tracciare e a individuare in un campo nomadi: andato lì per riprendersi la sua roba, è stato accerchiato e minacciato dai rom e nonostante la presenza dei vigili non ha potuto tornare in possesso dei suoi bagagli nonostante fossero lì, in una di quelle «case», perché non c’era il permesso del giudice a entrare nel campo.

Ora quest’altra storiaccia che si consuma tra la brughiera attorno a Malpensa e la periferia di Torino, in corso Unione Sovietica dove si trova il campo rom, il «Sangone» di Mirafiori. Da qui l’altra notte erano partite circa 200 persone – ripeto: 200 persone! – alla volta dell’ospedale di Magenta per vegliare il loro compare che aveva da poche ore tentato di rubare in una casa di Lonate Pozzolo (Varese). Purtroppo per lui però la rapina era finita con l’inquilino di casa che, accortosi dei rumori, li ha beccati in cucina e per difendersi nella colluttazione si era difeso con un coltello. Legittima difesa, o almeno così speriamo visto che ormai nelle aule di tribunale per questi casi è un terno al lotto. Da Lonate Pozzolo, luogo della rapina, all’ospedale di Magenta il ladro si era ritrovato perché il suo complice lo aveva prima caricato in macchina in condizioni gravi per la ferita da taglio e poi scaricato davanti al pronto soccorso. Giunta la notizia al campo rom di provenienza (distante 120 chilometri dalla struttura sanitaria), cosa succedeva? Che partivano in 200 con la madre del moribondo, per conoscere le condizioni di salute. Appena arrivati cominciavano a creare disordine e trambusto assalendo il pronto soccorso del piccolo ospedale Fornaroli del Comune nel Parco del Ticino, al confine tra Lombardia e Piemonte. Facevano casino perché volevano sapere del loro compare, volevano entrare per vederlo. E siccome erano in tanti hanno cercato di imporre le abitudini della (loro) casa: prepotenza e arroganza. Per fortuna il cordone formato dai carabinieri ha evitato il peggio, soprattutto quando si è saputo della morte del ragazzo sinti. «Perché me l’hanno ammazzato?», urlava la madre all’indirizzo della sua comunità, cercando il conforto e una ragione all’accaduto tra quelle 200 persone. Del resto, fuori dalla cerchia di quelle 200 persone, la risposta che diamo alla madre è abbastanza semplice: perché suo figlio è entrato a casa di altri per rubare e ha trovato il padrone di casa che, per difendersi, ha usato un coltello. In altre parole, se il figliolo fosse rimasto a casa sarebbe vivo.

Le gesta di quel figliolo erano note all’interno del campo nei pressi di Mirafiori: reati contro il patrimonio; un bel curriculum fatto di i furti in abitazione e truffe agli anziani, quando – insieme ai complici di turno (del campo?) – si spacciava per poliziotto, tecnico del gas o dell’acquedotto, al fine di sottrarre alle vittime soldi, ori, gioielli e preziosi. Nel corso degli anni, gli avevano trovato di tutto: auto e moto «camuffate», targhe clonate, sirene e distintivi farlocchi, ricetrasmittenti, mezzi trasformati in camerini mobili per indossare parrucche e divise d’ogni tipo. Era questo il «campione» dello storico campo rom di corso Unione Sovietica per cui si sono mobilitati in 200. Quasi a mo’ di sfida: loro contro quel ragazzo che per difendersi ha usato un coltello.

Staremo a vedere cosa diranno i giudici. E soprattutto staremo a vedere cosa farà il Comune di Torino con quel campo da dove è partita l’ennesima sfida. Una sfida che noi raccogliamo perché non può essere che ogni volta si trova un motivo per consentire la persistenza di ecosistemi dove l’illegalità diventa un comportamento tollerato. Non è possibile che il turista non possa recuperare i bagagli dentro il campo perché manca la disposizione del giudice. Non è possibile che in 200 arrivino a ridosso di un ospedale come fossero i giustizieri della notte. Così come non è possibile che extracomunitari e stranieri vari si sentano i padroni delle aree circostanti le stazioni o pezzi di periferia. O che i maranza spadroneggino nei centri urbani. Ora basta.

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