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(Ansa)
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Il problema della scuola è che in Italia non si vuole più insegnare

Più concorsi, più velocità nelle assegnazioni, eppure poi si arriva a metà ottobre con organici incompleti e scuole in difficoltà.

Se fino a qualche anno fa il problema era di sistema, perché non c’era un sistema abilitante regolare e per ritardi inspiegabili ma reali, in questi anni la situazione è cambiata all’origine, anche se il risultato finale pare lo stesso.

Succede che in Italia la professione dell’insegnante non sia per nulla ambita per molti motivi e che questa situazione alle lunga rappresenti un enorme problema.

Nessuno sceglie di insegnare per soldi. Non vogliamo mercenari in cattedra, sia chiaro, ma insegnare è un mestiere e nella valutazione del lavoro che si sceglie – o che ci si ritrova – rientra anche la sfera economica. Lo stipendio è basso e, al netto di ogni discussione in merito al tempo libero, rasenta l’indecoroso per un lavoratore, laureato peraltro. Senza stabilire un confronto con altre professioni e partendo dal fatto che in Italia i salari sono generalmente modesti, certo è che con lo stipendio da docente si fatica a mantenere una casa in affitto e le bollette regolarmente pagate.

Nessuno sceglie di insegnare per raggiungere una buona posizione sociale. Non vogliamo una casta di prof, ma oggi chi insegna lo dice a mezza bocca al bar, in spiaggia, dal medico, perché fare l’insegnante oggi significa svolgere un lavoro poco considerato nella società, atterrito da luoghi comuni e stereotipi, ridicolizzato dalla nenia sui tre mesi di vacanza e dai dati che certificano ogni anno l’emorragia dei saperi di base degli studenti, ma anche per nulla aiutato dalla scuola sempre più burocratizzata ed elemento di tensione personale anziché essere luogo di liberazione e affermazione culturale.

Nessuno sceglie di insegnare se può fare altro. Certo, non c’è concorrenza che tenga, si insegna in attesa di fare altro, o perché non si può – o non si può più – fare altro. E così, chi studia in facoltà che indirizzano inevitabilmente all’insegnamento, come possono essere gli studi in lettere o filosofia, finisce con l’insegnare, ma chi intraprende percorsi universitari che non siano per lo più orientati alla cattedra, in cattedra non ci vuole capitare. Si pensi a tutte le facoltà scientifiche: la scuola ha bisogno di centinaia di migliaia di insegnanti di matematica, scienze, fisica e di diverse discipline tecniche per cui serva una laurea in ingegneria o in diritto, ma non si trovano più persone con queste competenze disposte a entrare nel mondo della scuola. O almeno, non abbastanza.

Il problema è tutto qui: l’Italia deve reagire e mettere la scuola italiana nella condizione sociale-politica-economica-culturale per contendere un laureato in chimica a un’azienda, un laureato in diritto a uno studio legale o a un altro concorso pubblico, un laureato in filosofia a un’agenzia di comunicazione, un – e ben più di uno! - laureato in matematica e fisica ad altre realtà rispetto alla scuola.

Altrimenti resteranno solo quelli che ci credono, ma non bastano, insieme a quelli che non hanno trovato lavoro altrove, demotivati o magari frustrati, insieme a quelli che hanno scelto una vita più tranquilla, salvo poi venire spesso travolti dal vortice della scuola e uscirne a pezzi, insieme a quelli che ci si sono trovati in mezzo e ora insegnano per vivere. Come risollevare la scuola in pochi e così stranamente assortiti? Forse, così combinati, non si riuscirà più nemmeno a organizzare una resistenza per tenerla in piedi.

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