Intervista a Guido Maria Brera, il diavolo (buono) di piazza Affari

Incontrarlo con ancora negli occhi le immagini di depravazione del Lupo di Wall Street può essere fuorviante. Le suggestioni cinematografiche e quel po’ di esperienza biografica indurrebbero a cercare conferme allo stereotipo: il banker rampante che sotto quel sorriso seducente sa comunque di amaro. Invece, assieme alle prime chiacchiere, si mescolano indizi che lo allontanano da un cliché che forse è pure scaduto. Niente scarpe superlucide di chi è arrivato, ma Nike nere sotto un completo blu che pare anonimo; molta più voglia di parlare di emozioni (le canzoni di Fabrizio De André, tanto per dire) che di cose e persone; una non consueta curiosità verso il prossimo e una profonda fede religiosa. Guido Maria Brera, 44 anni, è un banker che ha fatto presto tanti soldi. Oggi che è ancora un finanziere, ai vertici di una società di gestione patrimoniale da 150 dipendenti, è in libreria con un romanzo, I Diavoli, che ha l’ambizione di «raccontare la finanza dalla sua scatola nera».

Perché ha deciso di scrivere questo libro?
Per due ragioni. La prima, vagamente altruistica, ha a che fare con un’intenzione divulgativa che maturo da anni. Mi sembra utile che le persone sappiano più cose possibile su questo mondo che determina le loro vite. Per ragionare su una cura, che è necessaria, serve prima la diagnosi.

E la seconda ragione?
È di tipo autobiografico. A un certo punto  sono entrato in crisi, esattamente come Massimo, il protagonista: quando arriva in cima alla sua piramide, realizza che in fondo sta molto male. Il libro è un’autoanalisi.

Da Roma, sbarcato a Londra, lei è diventato uno tra i più importanti gestori di capitali d’Europa, prima di fondare la sua società. Cosa l’ha messa in crisi?
Prendere atto che la finanza può essere «bio-politica»: incide nella carne delle persone. Nel libro, non a caso, i protagonisti investono in titoli di Stato, una sorta di bastone con cui s’influenza la collettività.

Per quanto lei, «gestore di patrimoni», si collochi tra i buoni, è pur sempre funzionale a un sistema che può fare male. O no?
Certo che sì: come gli avvocati d’affari, un determinato circuito mediatico e un’ampia élite globale. Quando ho iniziato, pensavo facesse bene a me, non male agli altri. Ora divido la finanza in cattiva e buona: la prima è sperequativa, fa i soldi con i soldi e funziona solo con chi li ha; la seconda porta i soldi dove ci sono idee e ha l’ambizione di essere più democratica.

«Alle 7.53 ha estratto una bustina di carta da zucchero (…). Quindi ha steso una riga di polvere bianca. Poi ha sminuzzato i cristalli col taglio di una carta di credito Centurion Black (…). Ora, 7 minuti e 36 secondi dopo l’inizio delle contrattazioni, il Diavolo ha le pupille dilatate e si sente un dio». Sembra una scena del film «The Wolf of Wall Street». Anche lei è stato «lupo»?
Quello qui descritto è un «Diavolo» alla vecchia maniera, anni 90, come quelli del film con DiCaprio. Io non ho fatto in tempo. E poi ho studiato in un collegio di preti, che mi hanno fatto crescere con un sacco di sensi di colpa: anche volendo, non ci sarei riuscito.  

«Eppure nel floor, il piano delle contrattazioni, c’è tutto (…). Lo stato maggiore, i reduci di molte guerre e le reclute alle prime battaglie, quelli che credono in qualcosa, chi non ha mai creduto. Ci sono i migliori tra i migliori». Ha ancora senso che i «migliori» ambiscano a lavorare là?
Come ai miei tempi, la finanza è rimasta il buco nero verso cui puntano i più bravi: è il settore più retribuito. Per come stanno le cose oggi, sarebbero dei Don Chisciotte a non voler stare nel «floor». Sta a noi creare le condizioni perché la situazione cambi.

È un lavoro in cui tutto, a cominciare dal movente, ruota intorno ai soldi.
È cosi all’inizio. Quando si arriva al successo,  piano piano ci si distacca dal denaro e si cerca il potere: i soldi smettono di essere il fine e diventano un mezzo.

Nel libro si racconta anche della disgregazione di una famiglia. È possibile, per un banker, averne una?
Credo di sì. Ma la donna deve essere molto brava a tenerla in piedi; oppure molto ipocrita, per sopportare compromessi e una vita fatta di assenze e anche di vizi. Con la mia prima moglie non ha retto perché eravamo entrambi troppo giovani e onesti.

Lei scrive: «C’è gente pericolosa che guarda all’Europa. Sono dei prestigiatori e per evitare che si dubiti del dollaro o del debito americano sono disposti a tutto. Anche a usare la paura». Il suo romanzo è profondamente antiamericano.
L’America è un Minotauro che ha sempre bisogno di sacrificare qualcuno per proliferare. Per un periodo la sua vittima è stata l’Europa. Nel romanzo si racconta del «complotto» di chi, a un certo momento, ha deciso di accendere i riflettori sull’Europa, a vantaggio di Stati Uniti e Germania.

Cosa pensa delle tesi complottiste sulla situazione economica italiana del 2011, che segnò la fine del governo di Silvio Berlusconi a favore di quello di Mario Monti?
Credo che nella primavera 2011 sia mancata l’attenzione politica a ciò che stava accadendo. Prima dell’estate, ebbi modo di incrociare a un matrimonio l’allora premier Silvio Berlusconi. Ero molto allarmato per ciò che vedevo sui mercati e avrei voluto avere più di quei 30 secondi per parlargliene.

Le dicerie, oltre l’età e il look, la collocherebbero fra i renziani: è vero?
Credo sia un altro il finanziere «giovane» vicino a Matteo Renzi… Scherzi a parte, vista la liquidità della politica di oggi, non saprei nemmeno dove collocarmi. Quanto al nuovo premier, è presto per giudicarlo: per ora, mi piace si capisca quello che dice.

Altre voci vogliono che il libro sia stato scritto da Walter Siti, che l’anno scorso ha vinto il premio Strega con «Resistere non serve a niente», ispirato anche da lei.
Walter è stato la prima persona cui l’ho fatto leggere, una volta finito. Comunque, lo prendo come un complimento: vuole dire che è scritto bene.

Lei ha creato una fondazione che aiuta bambini con problemi di salute, ma tende a negarlo.
Le cose si fanno, ma non si dicono. Aggiungo solo che sono stato molto fortunato in un triste frangente che mi ha toccato nel privato. L’ho fatto per sdebitarmi con la Provvidenza.

Quindi lei è credente?
La fede mi ha salvato tante volte. Sono cattolico praticante: anche se divorziato, faccio la comunione senza sensi di colpa, grazie a un prete di Aversa che mi confessa.

È fidanzato con la showgirl Caterina Balivo: a lei, e ai suoi tre figli, è dedicato il romanzo. Qual è il minimo comune denominatore fra il libro, la sua compagna e la finanza?
La copertina: c’è un lingotto e a lei piace l’oro.

È vero che punta a farne un film?
Sì, ma ho frenato su tutto: vorrei che avesse un’ambientazione anglosassone e che fosse girato in inglese.

Parla di questo libro come di un percorso di guarigione. Da cosa?
A 30 anni ero già vecchio. Avevo tutto: la carriera e due figli. Ma non ero contento di nulla. Vivevo nel più assoluto individualismo, convinto di dover essere per forza il migliore. Sono guarito quando ho imparato che condividere è più bello che competere.  

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