Roma, Torino, Firenze… Sempre più comuni chiudono il centro alle macchine meno nuove, seguendo l’esempio di Milano. Una scelta che taglia fuori chi non può spendere in motori green.
Il partito della ztl ha colpito ancora: mai come in questo caso si tratta di una definizione calzante, con una smania che pervade tante città amministrate dal centrosinistra. Quale? Bloccare auto, porre divieti per spingere all’uso di veicoli di nuova generazione che però, evidentemente, non tutti possono permettersi. Da Milano a Roma, da Torino a Firenze, è un fiorire di delibere contro la circolazione di veicoli inquinanti. La motivazione, per carità, è sacrosanta. Si punta ad abbattere i livelli di inquinamento e migliorare la qualità dell’aria. Solo che i sindaci di varie metropoli assumono misure draconiane che, manco a dirlo, danneggiano i cittadini con problemi economici, che non possono cambiare auto ogni anno, scegliendo l’ibrida o l’ultimo modello in vendita.
Il nuovo credo della ztl si sta mostrando in tutta la sua pienezza a Roma. Gualtieri, insieme all’assessore alla mobilità, Eugenio Patanè, ha pensato di mettere in piedi un vero e proprio «grande fratello» per lasciare i più poveri fuori dalla città. Un modello che sta facendo scuola. L’unica soluzione diventa quella di spostarsi con l’inefficiente trasporto pubblico capitolino. Da qualche settimana sono spuntati cantieri dal nord al sud della Capitale per l’installazione di 51 varchi all’ingresso della zona a traffico limitato «fascia verde». L’occhio lungo delle telecamere è pronto a entrare in vigore dal prossimo novembre, registrando i mezzi a cui è vietato l’accesso in base alla delibera emanata qualche mese fa. Chi sarà inizialmente messo alla porta di Roma? Chi possiede auto a benzina e a gasolio Pre-Euro 1, Euro 1 ed Euro 2, quelle immatricolate una ventina di anni fa a cui si aggiungono gli «autoveicoli alimentati a gasolio Euro 3», quindi con anche meno di venti anni. E a completare il quadro lo stop agli scooter ciclomotori a benzina Pre-Euro 1 ed Euro 1 e a gasolio Pre-Euro 1, Euro 1 ed Euro 2. Ma non basta. Gradualmente l’accoppiata Gualtieri-Patanè prevede di estendere il divieto dal nuovo anno quando i varchi da grande fratello saranno ampiamente funzionanti, fino a stoppare l’ingresso a Roma ai diesel Euro 5, i mezzi immatricolati dal 2011 in poi. In realtà, dunque, hanno solo una decina di anni di vita, ma per l’ambientalismo da ztl non sono idonei a circolare. E pazienza se molti cittadini saranno costretti a tenere ferme o rottamare vetture per cui hanno pagato le rate fino a pochi mesi fa. Tanto il problema sarà di chi vive nelle periferie e secondo le stime saranno circa 600 mila veicoli su un totale di un milione e 700mila vetture censite. E tutto questo mentre Gualtieri si crogiola per una presunta «azione per una vera rivoluzione della mobilità a Roma».
Contro il progetto dell’amministrazione si è scatenata l’ira dei cittadini: in pochi giorni sono state raccolte oltre 80 mila firme, la gran parte con petizioni online che si sono aggiunte ai banchetti spontanei del comitato che è sorto. A portare la protesta in Campidoglio è stato il consigliere comunale della Lega, Fabrizio Santori: «Non riusciamo a capire l’accanimento verso i cittadini meno abbienti, che saranno costretti a cambiare i propri mezzi pagati a fatica, tra lavoro precario, bollette alle stelle, mutui con tassi tra i più alti d’Europa», dice a Panorama. Il progetto nasce comunque da lontano. «L’operazione se l’è cantata Patanè in Regione, quando era presidente della commissione Trasporti nella precedente consiliatura, e se l’è suonata al Comune, nelle vesti di assessore alla Mobilità» insiste Santori.
C’è da dire, però, che quanto sta accadendo a Roma è solo l’ultimo esempio di una serie di misure che hanno creato non poche polemiche. È un continuo di petizioni, banchetti, raccolta firme, petizioni online. Basta andare sul sito Change.org e trovarne una di qualche mese fa aperta a Bologna. Nella città amministrata dal sindaco Matteo Lepore, dal lunedì al venerdì, dalle 8.30 alle 18.30, vige il divieto di circolazione per i veicoli a diesel euro 4, pure se muniti di impianto a gpl. Mentre per i mezzi a benzina la misura riguarda gli euro 2. Ma con un’aggiunta: nei giorni in cui si paventa una qualche «emergenza ambientale», il blocco si estende ai diesel euro 5. Per il futuro si sta studiando una stretta ancora più rigida: l’amministrazione Lepore vuole introdurre un pagamento addirittura per i residenti che entrano ed escono dalla ztl. «Il pagamento per l’accesso in centro è praticato da tante città europee e italiane» si è giustificata l’assessora alla Mobilità, Valentina Orioli. Un’altra protesta, più recente, si sta verificando a Torino. «Non chiudiamo il centro di Torino» è l’ultima raccolta firme lanciata sul web. Da settembre, infatti, il sindaco del Pd Stefano Lo Russo ha imposto il divieto di accesso ai diesel euro 5 con un coinvolgimento stimato di circa mezzo milione di veicoli.
A Milano stessa musica. Ormai da mesi proseguono le aspre critiche rivolte al sindaco Beppe Sala per la cosiddetta «Area B», entrata in vigore dallo scorso ottobre e che vieta l’ingresso alle vetture a benzina fino all’Euro 2 e a quelle a diesel fino all’Euro 5. È soprattutto Fratelli d’Italia che si sta dando da fare ancora oggi per convincere il sindaco ad annullare i nuovi divieti. «Questo provvedimento massacra gli studenti e i lavoratori, e i vantaggi che si ottengono in termini di qualità dell’aria sono minimi», dicono dal partito di Giorgia Meloni. Ed è curioso che dello stesso avviso sia la Cgil: il segretario milanese Massimo Bonini ha definito in tempi non sospetti l’Area B «un provvedimento classista». Finita qui? Certo che no. Anche a Genova il sindaco di centrodestra, Marco Bucci, ha introdotto restrizioni, che interesseranno un parco veicoli più limitato, circa 15 mila. Infatti ci si fermerà alla soglia dei veicoli Euro 3, con la deroga concessa ai mezzi d’epoca se registrati. Una misura che ha già scatenato ampie polemiche. «Dal Pd, il partito delle ztl, non c’è da aspettarsi altro che provvedimenti che tutelano chi ancora si può permettere di vivere nei centri storici. E Firenze non fa eccezione» spiega a Panorama il consigliere regionale della Lega Marco Landi. Ma non è tutto: a Firenze da mesi si parla anche del cosiddetto «scudo verde»: 81 telecamere disposte in vari varchi per monitorare il traffico e le tipologie di veicoli. Per adesso la misura pare sia stata solo rinviata. Ma pure Landi non si meraviglierebbe se alla fine venisse approvata: «È l’ennesima operazione che riesce a mettere insieme due caratteristiche della sinistra: il radicalismo chic e il piacere di vessare i cittadini».
