Impianti sportivi e ospedali, strade e residenze universitarie. Secondo i dati disponibili, sono ancora 485 le «incompiute» che drenano soldi. Da Nord a Sud.
Doveva diventare una vera città all’interno dell’ateneo, una struttura universitaria sede di attività didattica e scientifica, «aperta a rappresentare il mondo della scienza e dell’avanguardia tecnologica», come ebbe a dichiarare nel 2015 l’allora rettore dell’Università di Tor Vergata, Giuseppe Novelli. E invece la Città dello Sport dell’ateneo di Roma (600 ettari di estensione) con la sua copertura reticolare di ferro, la cosiddetta «Vela di Calatrava» dal nome dell’archistar spagnolo che l’ha progettata, è oggi l’emblema dell’incompiuto italiano. Un esempio del malfunzionamento made in Italy: stando all’ultimo quadro economico, l’importo dell’intervento supera i 600 milioni di euro, ma per ultimare la costruzione ne sarebbero necessari altri 200.
Tutto fermo perché, stando ai documenti visionati da Panorama, i lavori, pur essendo stati avviati, «risultano interrotti entro il termine contrattualmente previsto per l’ultimazione, non sussistendo, allo stato, le condizioni di riavvio degli stessi». È, questo, soltanto un caso tra centinaia e centinaia. L’Italia è disseminata di palazzetti dello sport, dighe, porti, teatri e ospedali incompiuti: strutture vittime di burocrazia e inefficienze. Non c’è regione che sfugga alla geografia dello spreco: dalla scuola materna di Abbiategrasso fino alla strada provinciale di Catanzaro, sono 485 le opere rimaste a metà o soltanto abbozzate. L’elenco (aggiornato al 31 dicembre 2019) sarà pubblicato a breve dal ministero delle Infrastrutture, ora guidato da Paola De Micheli che ha ricevuto la documentazione presentata da tutte le Regioni. O, meglio, da quasi tutte. Anche l’elenco dell’incompiuto è – come dire – incompiuto: Abruzzo, Sicilia e Calabria, nel momento in cui è stata scritta quest’inchiesta, non hanno ancora comunicato lo «stato delle opere» al 2019.
In ogni caso, nonostante tutti gli anni diminuiscano quelle ancora da ultimare (nel 2018 erano 546) non c’è granché da esultare se, considerando solo le 26 infrastrutture sovraregionali e dunque i cui soggetti appaltanti sono ministeri o società statali, i lavori sono già costati qualcosa come 1,4 miliardi di euro e altri 821 milioni e rotti sarebbero necessari per vederli finiti. La cifra complessiva è impressionante: la spesa dell’incompiuto sostenuta fino a oggi sfiora i 4 miliardi e occorrerebbero ancora 1,5 miliardi circa per completare tutte le 485 costruzioni a metà. «Ci sono troppi ritardi e rallentamenti nella realizzazione di infrastrutture. Non possiamo più permettercelo. A maggiore ragione ora che stiamo studiando come spendere le risorse del Recovery fund» dice il presidente dell’Associazione nazionale costruttori edili (Ance), Gabriele Buia.
Al di là delle incompiute, «contiamo almeno 57 miliardi di mancati investimenti. E ogni euro investito in infrastrutture ha un moltiplicatore di 3,5 euro. Significa che ogni miliardo genera circa 15 mila posti di lavoro. Se pensiamo che ne sono bloccati 57 di miliardi, i calcoli sono facili» aggiunge il numero uno dell’Ance. Senza dimenticare, ancora, un altro aspetto: il numero delle incompiute in realtà è sottostimato anche solo per la marea di lavori che invece risultano bloccati magari per qualche bega legale o burocratica. «I tempi sono biblici, a cominciare dagli iter per l’assegnazione dell’appalto. E ci sono opere complesse, che prevedono una serie di interventi come espropri e pareri, che bloccano l’avanzamento di infrastrutture. Tutti gli enti devono esprimersi, poi magari c’è il cambio di segno politico in un comune o alla regione e si torna daccapo» osserva ancora Buia. In molti casi c’è un deficit di progettazione che ha dell’incredibile: all’interno degli accordi di programma, che sono appalti quadro in cui la stazione appaltante può prevedere diversi lavori, a volte mancano i singoli progetti. Si assegna qualcosa, ma non si sa cosa. Difficile iniziare i lavori con queste premesse.
Nel lungo elenco delle incompiute d’Italia c’è di tutto. Come la linea ferroviaria Ferrandina-Matera: avrebbe dovuto portare la città dei Sassi fuori dall’isolamento e invece i lavori, iniziati nel 1986, sono oggi fermi al 12 per cento. Non che il Nord sia dappertutto modello di efficienza. Anche qui tanti progetti sono stati nel tempo abbandonati. Così capita, per esempio, che a Biella (in totale il Piemonte conta sette ecomostri) non ci sia più esigenza di ultimare il laboratorio di sanità pubblica, pensato e ideato negli anni Ottanta. Spesa: sei milioni di euro. Peccato che ci si accorse solo una volta avviati i lavori di un traliccio dell’alta tensione, che bloccò definitivamente l’opera.
Nell’elenco piemontese, invece, non compare più l’autostrada Asti-Cuneo: dopo ben 30 anni di ritardi e costi superiori ai due miliardi, l’ultimo cantiere del tratto da Alba a Verduno è stato consegnato alla ditta costruttrice, nella speranza che i nove chilometri mancanti siano completati. La Lombardia, invece, di incompiute ne conta 27, come il «nuovo ponte sul fiume Ticino» lungo la Statale 494, in provincia di Pavia: una spesa da 50 milioni per un progetto che oggi risulta interrotto per «fallimento, liquidazione coatta e concordato preventivo dell’impresa appaltatrice». Discorso simile per le residenze dell’Università Bicocca di Milano: tutto fermo nonostante i 20 milioni messi a progetto secondo l’ultimo quadro economico. Occorrono ancora sette milioni per terminarli.
Non è da meno il Lazio con le sue otto incompiute, costate finora quasi 11 milioni. Uno dei casi più curiosi, però, arriva dal piccolo Molise, oggi guidato da Donato Toma che, in fatto di incompiute, giganteggia: per ultimare le dieci opere in elenco occorrerebbero ancora 74,6 milioni. Un esempio su tutti? L’ospedale di Agnone, provincia di Isernia: i lavori, si legge nel report ministeriale, risultano «interrotti oltre il termine contrattualmente previsto per l’ultimazione». Fa niente per i 50 milioni dell’ultimo quadro economico: la realizzazione è ferma al nove per cento e ne servirebbero altri 42 per dotare il Molise di un altro ospedale.
E che dire del confinante Abruzzo? Gli oneri per l’ultimazione delle sue incompiute sono pari a 28,5 milioni. Anche qui, c’è di tutto. Dalla ristrutturazione di una casa di riposo a Pescara (750 mila euro) al polo scolastico di Casoli: costato 826 mila euro, risulta (al 2018) non fruibile perché mancano oneri per l’ultimazione dei lavori pari a soli 33 euro.
La maglia nera del non-finito italiano, però, spetta alla Sicilia. Lo stacco è, se si vuole, clamoroso: l’isola del governatore Nello Musumeci ne conta (secondo l’ultimo dato disponibile per la regione, risalente al 2018) 154. Basti pensare che la seconda regione, la Sardegna, ne annovera 66; la terza, la Lombardia, 27. Manco a dirlo, tra l’incompiuto siciliano c’è di tutto. Dai bagni di cura saunistica a Pantelleria, costati mezzo milione e completati solo al 20 per cento fino all’ormai tristemente noto impianto sportivo di Giarre (provincia di Catania) mai portato a termine, nonostante i lavori siano cominciati oltre dieci anni fa e i ragazzini giochino a calcio tra gli scheletri di cemento. Un epilogo che il palazzetto condivide anche con la piscina e il parco pubblico, altri lavori mai finiti nella cittadella siciliana di 27 mila abitanti.
Tanti, poi, sono i cantieri per realizzare alloggi per anziani mai portati a termine. Secondo la tabella consultata da Panorama sono 12 in tutta la Sicilia. Altrettanto clamoroso il caso della strada comunale esterna Costa: un asse viario ciclabile e pedonale che doveva collegare i comuni di Castiglione di Sicilia e Linguaglossa, in provincia di Catania. È costata 22 milioni. Mancano da anni lavori per due milioni nell’ultimo tratto. Così il collaudo resta un miraggio.
