Possedere un armadio all’ultima moda, ma a quale costo?
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Possedere un armadio all’ultima moda, ma a quale costo?
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Possedere un armadio all’ultima moda, ma a quale costo?

Il fenomeno del fast fashion è entrato nelle nostre vite dalla porta principale, e noi non abbiamo fatto nulla per fermarlo. Diventando ormai quotidianità, uscire e comprare una camicia o un pantalone a un prezzo irrisorio ci sembra la mossa più vantaggiosa, dimenticando però che non stiamo solo acquistando un capo d’abbigliamento bensì sostenendo una moda tossica.

La “moda veloce” ha incrementato la folle corsa all’ultima tendenza diventando oggi incontrollabile, la distinzione dell’individuo è stata sostituita dall’omologazione di massa, questo soprattutto nelle nuove generazioni. Indossare qualcosa che è al di fuori delle tendenze attuali ti rende automaticamente un outsider, suscitando nella Generazione Z un disperato bisogno di accettazione.

Cosa comporta tutto questo? Un incremento esorbitante delle produzioni di abbigliamento, quindi l’aumento di emissioni nocive. Se parliamo di fast fashion, si stima una produzione annuale di 4.000 - 5.000 milioni di tonnellate di CO2, ovvero l’8 - 10% delle emissioni globali. L’utilizzo di materiali nocivi come il poliestere genera con i lavaggi quotidiani un totale di 190.000 tonnellate di microplastiche che vengono rilasciate negli oceani. Arrivando a creare oltre 50 collezioni l’anno, i colossi del settore sono responsabili di oltre 92.000 milioni di tonnellate annue di rifiuti tessili, tra cui presenti anche i capi invenduti.

Il mercato della moda al giorno d’oggi è caratterizzato da un’attenzione alla sostenibilità sempre maggiore, con l’obiettivo di soddisfare la richiesta alcune aziende hanno dato vita a linee d’abbigliamento green. Nonostante le lodevoli iniziative, il fast fashion e la sostenibilità non saranno mai compatibili. Questi due realtà infatti sono fondate su principi completamente opposti, le esigenze e gli obiettivi che definiscono le aziende del fast fashion non potranno mai garantire una produzione sostenibile.

Se parliamo della richiesta di sostenibilità, non possiamo non citare il greenwashing: quest’espressione proviene dall’unione di due parole inglesi green (verde) e washing (lavare), in italiano potremmo tradurlo in «ecologismo di facciata». Questo termine risale al 1986, quando l’ambientalista statunitense Jay Westerveldn denunciò le catene alberghiere che chiesero la riduzione del consumo di asciugamani facendo leva sull’impatto ambientale, quando in realtà l’invito era mosso unicamente da motivazioni economiche. Insomma, possiamo definire il greenwashing come un esercizio destinato a ripulire l’immagine dell’azienda con l’obiettivo di riconquistare il favore dei consumatori, infatti oggi sempre più aziende si professano eco-friendly, quando la realtà è ben diversa.

Un report della Water Witness International (WWI) - organizzazione che si occupa di sostenere e migliorare la gestione delle risorse idriche in Etiopia, Malawi e Tanzania - risalente all’anno scorso ha portato alla luce le condizioni sempre più disastrose dei fiumi in Africa. Nel paese di Lesotho e nei territori della Tanzania lo scarico delle industrie che si occupano della produzione di abbigliamento ha tinto di blu i fiumi in cui versano, colorando non solo i jeans. I grandi marchi della moda low cost infatti sfruttano la manodopera nei territori più poveri, servendosi di minorenni e spesso negando loro i diritti fondamentali dei dipendenti.

Al di là degli evidenti problemi ambientali e sociali che il fast fashion ha portato, dimentichiamo che la moda non è solo tessuto ma molto di più. Ora più che mai i designer si impegnano nel creare abiti che trasmettano messaggi e rispecchino la personalità di chi li indossa. Incoraggiare questa folle corsa all’acquisto non fa che sminuire il lavoro degli addetti del settore che impiegano mesi per ideare e costruire una collezione.


@shein_official Recently, there has been some confusion about one of our product labels, and here we want to provide an update.
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Con l’affermazione di TikTok come social media più popolare del momento, dobbiamo preoccuparci di un nuovo colosso che sta vivendo uno dei suoi momenti più floridi, parliamo di Shein.

Fondata nel 2008 da Chris Xu a Nanchino in Cina, Shein è un’azienda di vendite online di fast fashion. Nata con il nome SheInside, il marchio è stato concepito come strumento in grado di regalare ai giovani le ultime tendenze spendendo pochissimo. Letteralmente abbigliamento usa e getta, una moda che dura il tempo di una serata perché il giorno dopo è già considerata vecchia. Inoltre la qualità dei materiali non garantisce una lunga vita al capo.

Nel 2020 questo impero dell’ultra fast fashion è stato valutato 15 miliardi di dollari, per poi diventare oggi l’e-commerce più popolare arrivando a valere 100 miliardi di dollari, superando Zara e H&M.

Il successo irraggiungibile che sta riscuotendo negli ultimi tempi è dovuto ai social, nello specifico a TikTok, la piattaforma preferita dalle nuove generazioni. La tendenza degli ultimi tempi vede gli adolescenti mostrare sui loro profili enormi ordini effettuati sul sito di Shein, sottolinenando il basso costo che caratterizza i capi. Questo format ormai sempre più popolare si è esteso ovunque, regalando all’azienda pubblicità gratis e notorietà mondiale.



La popolarità però ha sempre un rovescio della medaglia e negli ultimi tempi ha visto proprio Shein al centro della polemica. Sul web sono comparsi dei video dove, leggendo le etichette, si è scoperto che gli impiegati mandavano richieste di aiuto nascoste tra le istruzioni del lavaggio. L’azienda ha risposto alle accuse riferendo che c’è stato un errore di traduzione nella frase «per favore, usa l’ammorbidente» ma le condizioni degli impiegati in azienda sono ben note.

L’ONG Public Eye infatti ha denunciato lo sfruttamento dei lavoratori nelle fabbriche Shein, affermando che le condizioni lavorative sono inaccettabili. Con un solo giorno libero a mese, i dipendenti lavorerebbero per un totale di 10-14 ore al giorno fino a 75 ore a settimana, quando in realtà la settimana lavorativa in Cina prevede un massimo di 40 ore. Gli edifici, inizialmente destinati all’edilizia abitativa, non garantiscono misure di sicurezza adeguate, vedono la presenza di 200 persone in stanze con finestre sbarrate che non comprendono uscite d’emergenza, per non parlare dell’assurdo stipendio pattuito.

Shein offre tutto quello di cui puoi aver bisogno e si preoccupa di prevedere le tendenze future promettendo stile e prezzi ridicoli, peccato che viene trascurato un importante fattore: l’impatto ambientale. Nonostante le nuove generazioni prestino particolare attenzione all’ambiente, quando si parla di moda c’è ancora molto su cui lavorare. La colpa però non è certo da indirizzare unicamente ai giovani, i dati ci dicono che sono loro i principali consumatori ma ogni generazione viene stimolata dal basso costo. Fare delle rinunce e ristabilire le priorità sarà necessario per riprendere in mano le redini della sostenibilità.

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