Denis Gianniberti: Se una cosa l’hai fatta con sincerità, non avresti potuto farla meglio

Fra poco saprete molto di più su Denis Gianniberti, regista, autore e milanese per il mondo. Io l’ho conosciuto, ho ascoltato le sue storie, visto i suoi lavori e ammirato come riesca a rendere reali le sue idee. E ho …Leggi tutto

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Fra poco saprete molto di più su Denis Gianniberti, regista, autore e milanese per il mondo. Io l’ho conosciuto, ho ascoltato le sue storie, visto i suoi lavori e ammirato come riesca a rendere reali le sue idee. E ho capito che ne ho di strada da fare ancora, ma come dice lui “Le cose le devi fare con sincerità”, quello conta, per il resto bisogna solo rimboccarsi le maniche. Ecco un’immersione totale nella vita di chi ha dedicato la vita alla sua arte.

Intanto raccontami come sei arrivato a capire che la tua vita doveva essere dedicata alla regia in tutte le sue forme.

Ti rispondo tra il serio e il faceto: tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, cioè quando ero bambino, immaginavo che tutto ciò che vedevo fosse un’inquadratura. Per esempio, passeggiando per strada con i miei genitori guardavo ciò che era alla mia destra, chiudevo lentamente gli occhi, giravo intanto la testa dall’altra parte e allo stesso modo poi lentamente li riaprivo, vedendo così nuove immagini in movimento come dopo una dissolvenza da nero. Ho capito poi nel tempo cosa stessi veramente facendo, ho sempre cercato uno sguardo, un inquadratura su ciò che vedevo, ed ora posso realizzare la magia di prestare quello sguardo a chi vede un mio lavoro, come se potesse vedere con i miei occhi.

La vera passione per il cinema nacque con la pellicola Super8. Proiettare un film in pellicola su un muro è una magia rimasta per me immutata ancora oggi, e non ho mai smesso di coltivarla, fino a fondare con MILANOCINEMA (l’associazione che ho fondato) il SUPER8 FILM FESTIVAL, giunto quest’anno alla sua quinta edizione. Ho una collezione preziosa di film in pellicola, dal neorealismo italiano a capolavori come Taxi Driver o Arancia Meccanica, per non parlare di tutti quelli di Totò. Insomma, ok l’HD, ma girare in pellicola e sfruttare il suo fascino, e aspettare ansiosamente i giorni dello sviluppo immaginando il risultato, è sempre qualcosa di unico.

C’è mai stato un momento in cui non ti sei sentito in grado di continuare la strada che ti eri prefisso? Un momento di debolezza in cui hai pensato di mollare tutto?

I momenti di debolezza ci sono sempre e il segreto è capire quanto siano preziosi, perché solo in quei momenti ci si conosce davvero. A quel punto o tu definisci il momento, lo interpreti e ti arricchisci, oppure il momento definisce te.

Non ho mai pensato ad un percorso ben preciso, di certo nemmeno quando a 17 anni comprai la mia prima videocamera. Registrava direttamente su cassette VHS. Ricordo che costava 2 milioni e mezzo di Lire, non fu facile convincere i miei genitori. Era il 1989 e iniziai girare i primi video montandoli con un doppio videoregistratore dotato di mixer e titolatrice, quella che ancora oggi si utilizza per creare la grafica del Televideo. Nel 1990, in occasione dei Mondiali di Calcio in Italia, il primo documentario, sul movimento Ultras internazionale.

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Raccontami il tuo incontro con Renzo Arbore e come è nato il tuo progetto, pioneristico, di televisione multimediale digitale  italiana?

Questo è davvero un romanzo, non l’ho mai raccontato se non a pochi amici. Non conoscevo Renzo di persona, benché a Radio Stramilano, fondata da mio padre nel lontano 1975, sentivo spesso parlare di lui perché da noi trasmetteva Silvia Annicchiarico, storica colonna “arboriana” da “L’Altra Domenica” a “Quelli della Notte”, e con lei ricordo andammo assieme a tutta la famiglia alla prima milanese del film IL PAP’OCCHIO, diretto appunto da Arbore. Una notte del 2004 feci uno strano sogno: incontravo Renzo che diceva a mia mamma: “è talentuoso questo ragazzo, ha una sensibilità particolare!” Sai quei sogni che ti sembrano veri? Pochi giorni dopo trascorsi il capodanno ad Orvieto per Umbria Jazz e in un magico negozio di carillon ci incontrammo davvero e ci scambiamo i reciproci contatti. Il 2 giugno successivo mi fratturai un dito del piede, un mese in casa col gesso, proprio quando cominciava l’estate… Che faccio? Mi chiesi interrogandomi su come poter capitalizzare un periodo di forzata degenza. Iniziai a montare una serie di video di Renzo Arbore e mi accorsi subito che i fuori onda, o backstage che dir si voglia, erano come e più potenti dei suoi stessi programmi di successo, perfetti per il web in tutti i suoi linguaggi, e non poteva essere altrimenti per chi, come lui, ha fatto dell’improvvisazione e dell’immediatezza una vera way life, trasformando qualsiasi performance artistica in una jam session.

Decisi trascorrere quel mese realizzando il primo videosito italiano (e probabilmente non solo), con backstage editi e inediti: un sito internet fatto prevalentemente di video originali, realizzati e montati esclusivamente per il web. Verso la fine del mese il lavoro fu pronto, dovevo solo consegnarlo a colui che, ignaro, lo aveva ispirato. Sarebbe stato bello farlo per il suo compleanno, controllai quando fosse: 24 giugno, il giorno dopo, incredibile! Lo chiamai e lo informai facendogli gli auguri. Poche sere dopo mi telefonò da casa di Roberto D’Agostino dove finalmente riuscì a vederlo: “qui sono tutti entusiasti del tuo videosito, devi venire assolutamente a Roma!” Pochi giorni dopo, ancora convalescente, giravo con lui a Viareggio il primo videoclip in occasione del Festival Giorgio Gaber.

E’ così iniziata la nostra collaborazione ed amicizia, perché con Renzo prima ci si diverte, e poi ti accorgi che stai lavorando. Quel videosito si è poi evoluto in una webtv e nel 2007 ho trasmesso tramite questa, con i mezzi di allora, una delle prime video dirette streaming italiane in occasione della presentazione della sua biografia musicale, ora sta diventando un grande canale multimediale fruibile su PC, Mac, tablet, smartphone e smart TV, primo ed unico di questa portata, tra l’altro a spiegare tutto questo ci sarà una bella e brava ragazza ingegnere, ma questa è una sorpresa e ne parliamo magari un’altra volta.

Quando hai capito che il web sarebbe stato una piattaforma irrinunciabile per dei progetti vincenti?

Non so se è irrinunciabile per progetti “vincenti”, ma mi sono accorto subito di quanto la rete fosse democratica e meritocratica: nessun produttore, nessuna casa discografica, nessun editore e nessuna casa di distribuzione a decidere chi, quanti e come potessero vedere i tuoi lavori, i tuoi documentari, i tuoi cortometraggi, ma solo indice di gradimento e passaparola. Per me era sufficiente per considerarla magica.

Qual è il social network che preferisci?

Ti dico la verità: ho nostalgia dei blog. Non che siano scomparsi, e tu ne sei una bella dimostrazione, ma erano alternativi ai social fino a MySpace, da Facebook in poi molti hanno iniziato a scrivere sui social e la cosa che è mutata maggiormente è stata la perdita di approfondimento. Sui social tutto è più veloce ed immediato, fino a Twitter che addirittura di questo trend ha fatto la propria fortuna con i suoi famosi 140 caratteri. Ma c’è stato un periodo che chi scriveva in rete aveva il suo blog, e forse scriveva solo chi sapeva dignitosamente farlo e aveva qualcosa da dire.

Per chi vuole iniziare adesso a fare il tuo lavoro cosa ti senti di consigliare?

No, ti prego, non ce la posso fare… Io per primo penso che ogni giorno sia un inizio, mi piace amare e conquistare il mio lavoro ogni giorno. Fare qualcosa non perché hai guadagnato delle credenziali il giorno prima, ma perché è la cosa che più di tutte al mondo vuoi fare il giorno dopo. Altrimenti va a finire che arriva il momento in cui qualcuno ti chiama “maestro” e, come dice Renzo, quel giorno capisci che stai iniziando ad invecchiare!

Il tuo lavoro migliore e quello che avresti potuto fare meglio?

Nel 2001 intitolai il mio primo cortometraggio “Prima che sia rumore”, girato a Londra. Sapevo che poi nella mia vita sarebbe arrivato il rumore e volevo cogliere quel momento in cui poter girare in silenzio, 9 minuti di film muto, quando alla fine terminano le immagini, arriva l’unico momento di audio su nero. Il film finisce, oppure in quel momento davvero comincia.

Da lì ogni lavoro che ho fatto l’ho sentito profondamente, perché quello è l’unico stato mentale che mi permette di realizzarlo. Mi piace comunque citare il film documentario “E poi è finita la nebbia”, una testimonianza di una Milano che non c’è più da parte di un’anziana donna a dir poco straordinaria: quasi novantenne, ogni suo pensiero è moderno, virile, universale. Non ha mai visto il mare e la montagna, cucina il risotto alla milanese dagli anni ’30 e come nessun’altro mi ha saputo raccontare una Milano dove perfino la nebbia sta scomparendo, portandosi via con sé un po’ dell’anima della città. Tutti i premi vinti da questo film ai festival a cui ha partecipato, tornando al discorso di prima, non li avrebbe mai ottenuti se lo avessi girando pensando ad uno scoop, perché quella vecchietta burbera finalmente aveva deciso di raccontare e raccontarsi davanti ad una cinepresa. Io ho voluto immortalare quella donna per me stesso, per potermela riascoltare, e per meglio raccontare ai miei figli, un giorno, la mia città, la città in cui sono nato, che ho amato e continuo ad amare.

Cambiando genere, mi piace citare VIAGGI E MIRAGGI, un documentario itinerante girato recentemente con la geniale Marisa Laurito, solo lavorandoci ho capito quanto lo sia, e la bravissima e bellissima attrice Valentina Cenni, situazioni improvvisate in giro per l’Italia, da Milano a Palermo, da Firenze a Salerno, da Torino a Bologna, in cui mi sono divertito molto. Come per il cortometraggio GET ON THE TRAIN girato per Rai Uno. Ma anche progetti importanti come L’AQUILA REALE, il documentario realizzato con Renzo Arbore a L’Aquila raccontando e mostrando la vera situazione immediatamente dopo il terremoto, o la recentissima partecipazione alle riprese del film IL SOLE DENTRO, con Paolo Bianchini che ho imparato a conoscere ed ammirare, per un film che ambisce non solo a raccontare una storia vera di due bambini della Guinea, morti congelati nel vano carrello di un aereo per portare una lettera alle autorità mondiali chiedendo di poter studiare come tutti, ma con un progetto concreto di sostegno a tanti ragazzi come loro che va molto al di là del film stesso.

Se una cosa l’hai fatta con sincerità, e sottolineo “se”, sicuramente non avresti potuto farla meglio.

Come è nato il progetto 100autori?

100Autori è stata una splendida energia, un movimento spontaneo nato dall’incontro di alcuni autori cinematografici, che come i quattro amici al bar di Gino Paoli avevano deciso di cambiare il mondo. Da Bertolucci a Virzì, dall’Archibugi a Piccioni, da Verdone a Luchetti, da Contarello a Rulli e Petraglia e tutti gli altri (non posso citarli tutti e 100!), era bellissimo ritrovarsi in una libreria di Trastevere tutti i giovedì per decidere azioni da intraprendere o semplicemente per parlare di cinema ed organizzare proiezioni private solo per noi. Felice Farina ed io girammo, con la partecipazione di tutti, chi scrisse, chi interpretò e chi montò il girato, lo spot di denuncia “LETTERA AGLI SPETTATORI”, al quale parteciparono tutti i maggiori attori, registi stessi, autori e maestranze del cinema italiano che, ognuno con una frase, denunciava paradossi ed anomalie nelle quali il cinema italiano era ed è costretto a vivere. Montato in una notte insonne e memorabile, fu presentato il giorno dopo al Festival del Cinema di Roma. Mandai in diretta streaming anche alcune delle nostre conferenze stampa, stiamo parlando del 2007. Altre furono le azioni del movimento, che oggi continua la propria azione sotto forma di associazione.

Sei felice?

Così? Di botto? La cosa davvero importante è essere sereni, la felicità è un attimo e quando quell’attimo lo vivi, te ne accorgi sempre dopo. Quando felice lo sei , hai poco tempo per accorgertene

 

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