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Napolitano attacca sulla giustizia

Duro monito al Csm. Il presidente chiamato come teste da Palermo. Nel Palazzo: "Accerchiamento al patto del Nazareno"

giorgio-napolitano

Paola Sacchi

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“Ieri il duro attacco del Corriere della sera a Renzi, oggi la decisione dei giudici di Palermo di sentire come teste Napolitano. Da non dimenticare poi l’avviso di garanzia al padre del premier. Qui è in atto un accerchiamento, un tentativo di logorare il quadro politico e il suo perno ovvero il patto del Nazareno (Renzi-Berlusconi) di cui il capo dello Stato si è di fatto reso garante... Il tutto per poter arrivare a un commissariamento con qualche governicchio tecnico, qualche bruttacopia del governo Monti e dare così, colpendo Renzi e paradossalmente anche Napolitano, che tanto amico di Berlusconi non si è dimostrato, il calcio definitivo a Berlusconi...”.

E’ il commento, sotto anonimato, di un parlamentare di Forza Italia. Che si tenti “un logoramento del quadro politico” lo ammettono anche in ambienti pd che guardano con simpatia a Napolitano. Ma attenti osservatori delle cose del Colle si sentono sicuri che almeno per ora il quadro politico resterà lo stesso, con Renzi a Palazzo Chigi.

Tantomeno si prevedono dimissioni del presidente della Repubblica, sull’onda del processo di Palermo. Anzi, Napolitano rilancia alto e forte l’invito a fare presto la riforma della giustizia.

Avrebbe sicuramente fatto lo stesso discorso anche se la Corte d’Assise di Palermo non avesse deciso di sentirlo come teste nell’ambito del processo sulla presunta trattativa Stato-mafia. L’invito a fare la riforma della giustizia “non più rinviabile”, secondo osservatori quirinalizi, Napolitano lo avrebbe lanciato lo stesso “alto e forte”. E certamente l’occasione, ovvero la cerimonia di insediamento del nuovo Csm, presieduto dal capo dello Stato, era quella giusta.

Ma ciò non toglie che le parole del capo dello Stato suonano ora, dopo la clamorosa decisione di Palermo, che non ha precedenti storici, ancora più forti. Napolitano con stile british, ma duro, ha detto di non avere “alcuna difficoltà a rendere al più presto” la sua “testimonianza”. E questo nonostante avesse già fatto presente nei mesi scorsi di non avere “nulla da dire”.

Intanto, dal suo insediamento mai Napolitano aveva usato parole e toni così netti, invitando in sintesi la giustizia ad essere al servizio “della collettività” e non di “gruppi politici”.

Dopo aver bacchettato "i malsani compromessi tra correnti” nel Csm, aver attaccato “la macchina lenta e caotica” della giustizia al punto di compromettere sviluppo e ripresa economica, il capo dello Stato ha invitato i membri del Csm a “concepire il ruolo consiliare come servizio alto da rendere alla collettività”.

Ed ecco il passaggio più forte: “Non corrisponderebbe a tale modello il rendersi acritici interpreti di posizioni di gruppi politici o di singoli esponenti politici, nonché di gruppi dell’associazionismo giudiziario o di singoli magistrati anche solo per ragioni di appartenenza o di “debito” elettorale”. No, quindi, alla “magistratura come casta chiusa”. Non è esattamente musica nelle orecchie di Md, ala sinistra dell’Associazione nazionale magistrati e di tutte le componenti pasdaran della magistratura.


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