Il fallimento annunciato della missione Onu in Libia

Come previsto il governo di Tobruk ha respinto l'ipotesi di unità nazionale formulata dal capo della missione diplomatica delle Nu

conflitto libia

Proteste in strada contro la proposta Onu di Leon – Credits: ABDULLAH DOMA/AFP/Getty Images

Per Lookout news

Il rappresentante delle Nazioni Unite per la Libia, lo spagnolo Bernardino Leon, voleva appuntarsi una medaglia al petto, e uscire di scena dal caos libico dopo aver creato un governo di unità nazionale, il cosiddetto “Governo delle Nazioni Unite” o “Governo di Accordo Nazionale”. Già il fatto che non vi fosse un nome ufficiale, certificava la vacuità della proposta e la debolezza dell’accordo. E, difatti, il parlamento di Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazionale, ha respinto la proposta di un governo di unità nazionale presentata il 9 ottobre scorso da Leon.

 L’esito della convulsa sessione della Camera dei Rappresentanti, tenuta nella serata di lunedì 19 ottobre e alla quale hanno preso parte 135 deputati, appariva d’altronde ormai scontato da giorni. Pur non procedendo a un voto formale, il parlamento di Tobruk ha deciso di rigettare in blocco l’ultima rosa dei nomi presentata per la formazione di un esecutivo di transizione.

 Sono stati respinti i nomi presentati per il Consiglio di presidenza - Faiez Al-Serraj per il ruolo di primo ministro e i tre vice premier Ahmed Maetig, Musa Kuni e Fathi Majbri - e rispedite al mittente anche le candidature di Abdurrahman Sewehli per la guida del Consiglio di Stato e Fathi Bashagha per il Consiglio di Sicurezza, bollate dallo stesso quotidiano Libya Herald, come “un grave errore”.

 

Un fallimento annunciato
Secondo Libya Herald, nella notte si sarebbe registrata una profonda spaccatura all’interno del parlamento di Tobruk e 70 deputati sarebbero pronti a prendere formalmente le distanze dal governo. C’è attesa, inoltre, per conoscere la prossima mossa del governo di Tripoli, che finora ha optato per il silenzio, preferendo attendere le scelte di Tobruk prima di esporsi ufficialmente.

 Significativo, in questo caso, il commento che viene da Roma, dove l’Italia è candidata a guidare la transizione politica della futura Libia. Il ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, ha dichiarato: “La proposta non è stata né approvata, né bocciata”. Un funambolico giro di parole per non dover ammettere il totale fallimento e per non offendere Bernardino Leon, cui ha fatto eco l’Alto rappresentante UE Federica Mogherini: “abbiamo 40 giorni per salvarla, l'Europa è pronta ad aiutare la Libia”.

 Ma questo è tutto ciò che il diplomatico è riuscito a lasciare in eredità: l’insuccesso su molti fronti di una strategia diplomatica dimostratasi non in grado di trovare una sintesi efficace tra le richieste di Tobruk e Tripoli.

 

Il futuro affidato a Martin Kobler
In queste ultime settimane, pur di chiudere il suo mandato con un risultato concreto prima di lasciare il posto al tedesco Martin Kobler, Leon aveva addirittura tentato di stravolgere quei pochi punti fermi su cui le parti avevano trovato un accordo a Skhirat, in Marocco, lo scorso 11 luglio.

 L’ennesimo nulla di fatto di questa tornata di trattative si riflette negativamente sull’immagine dell’ONU. Incapaci di far rispettare le scadenze imposte ai due parlamenti nonostante le ripetute minacce di sanzioni economiche, le Nazioni Unite devono ricominciare tutto da capo. Tutto ciò mentre lo Stato Islamico avanza in Libia e il Mediterraneo continua a mietere decine di vittime tra i migranti in fuga dall’Africa e dal Medio Oriente.

 La base dei lavori da cui la Camera dei Rappresentanti intende ripartire adesso per tenere in vita il dialogo con il parlamento parallelo di Tripoli, non sembrano altrettanto solide. Tobruk è sì disposta a cambiare la propria squadra di negoziatori - finora capeggiata dal vice presidente del parlamento Emhemed Shouaib - ma chiede che i vice premier siano due e non tre come proposto da Leon e continua a rifiutare gli emendamenti all’ultima bozza di accordo proposti da Tripoli, che invece erano stati accolti dalle Nazioni Unite.

 

I nodi centrali
Il disastro libico è dovuto a un sistema politico inesistente, poiché sinora l’archetipo del potere era modellato sulla figura di Muammar Gheddafi, che aveva plasmato su di sé, sulla propria immagine di leader e sulle sue relazioni personali ogni azione del governo, lasciando che il resto della catena di comando si alimentasse di corruzione e d’invidie reciproche. Un divide et impera tra etnie e gruppi tribali, uniti solo dalla paura e dalla forze del colonnello, che non ha mai esitato a usare il pugno duro con la popolazione e schiacciare il dissenso. Eppure, Gheddafi era la “guida della rivoluzione”, una sorta di padre della moderna nazione, che sapeva gestire le molte anime del paese pur se con metodi violenti e dittatoriali.

 Tutto questo oggi non c’è più, e si potrebbe anche esserne lieti. Ma ciò che è stato cancellato da una miope decisione euro-americana, non è stato rimpiazzato da alcuno e perciò è stato sostituito con il vuoto istituzionale. Oggi, infatti, il potere derivante dal commercio del petrolio libico è frammentato in vari centri, la nazione divisa in centinaia di gruppi armati, gli interessi sono molteplici e il senso di unità è prossimo allo zero. Per questo serviranno anni, forse una o due generazioni, prima che la Libia possa tornare a sentirsi una “Jamahiriya”, una repubblica delle masse radunata sotto un’unica bandiera. Ma potrebbe anche non succedere più.

 Questo, al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, non lo si vuole accettare. Eppure, alcuni fatti sono evidenti: le forze politiche in campo che oggi si accreditano come interlocutori, hanno imbracciato le armi per raggiungere tale posizione. Una delle prime domande da porsi, dunque, è: chi comanderà le forze armate? Chi imporrà le decisioni politiche al popolo? Chi andrà alla guerra con lo Stato Islamico? Come in Iraq, lo scioglimento delle forze armate è stato l’inizio della fine.

 Dunque, finché non si risolveranno questi interrogativi, finché i gruppi in lotta non consegneranno le armi, finché il generale di Tobruk Khalifa Haftar non farà un passo indietro, finché non ci sarà un esercito capace di gestire la transizione, la pacificazione della Libia non potrà avvenire.

 

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