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Il voto in Ucraina orientale conferma lo stallo

Le due tornate elettorali non offrono certezze sulla guerra civile. Intanto, la Casa Bianca rischia di pagare al Senato la propria politica estera

Un combattente filorusso a 30 km da Donesk, capitale dell'autoproclamata repubblica filorussa – Credits:   FRANCISCO LEONG/AFP/Getty Images

Per Lookout news

In Ucraina orientale, Aleksandr Zakharchenko ha vinto le elezioni dell’auto-proclamata Repubblica Popolare di Donetsk con il 75% dei voti. A Lugansk, invece, il 63% ha votato per l’attuale leader, Igor Plotnitsky. Si chiude così la lunga settimana di (doppie) elezioni nell’Ucraina ufficiale e in quella ribellatasi al potere di Kiev. Adesso, tutte le caselle sembrerebbero al loro posto. Ma ricomporre l’unità dell’Ucraina sulle macerie ancora fumanti di una guerra civile che non può dirsi certo conclusa con un turno elettorale, è cosa ardua. Un esempio? Mentre domenica 2 novembre si svolgevano le elezioni nelle repubbliche dell’Est, il comandante del battaglione volontario Dniepr-1, Yury Bereza, ha dichiarato che i suoi uomini sono pronti “a sconfinare in Russia” per condurre atti di sabotaggio, ovvero attentati terroristici.

 “Io parlo a nome dei battaglioni di volontari, perché ho molte informazioni… Oggi siamo pronti non solo a difendere l’Ucraina ma a invadere la Russia, entrando con distaccamenti di ricognizione e gruppi di sabotaggio” ha dichiarato durante lo show televisivo Shuster Live. Il comandante Bereza non solo fa parte della destra oltranzista di Euromaidan, la manifestazione generale da cui è scaturita la crisi dell’Ucraina nel novembre scorso, ma oggi siede comodamente nel parlamento di Kiev, essendo appena stato eletto alla Verchovna Rada. Bereza è lo stesso uomo che recentemente era stato accusato dai media di essere fuggito dalla battaglia di Ilovaysk, mentre le sue truppe erano rimaste isolate e circondate dalle forze separatiste, fatto che ha poi comportato centinaia di vittime tra gli uomini fedeli a Kiev.

 Figurarsi che Bereza, oltre a sognare di “bere birra sulle rovine del Cremlino di Mosca”, aspira a diventare il nuovo ministro della difesa dell’Ucraina. Un fatto che, seppure lontano dalla realtà, la dice lunga sulle tensioni che sono destinate ad attraversare il nuovo parlamento fuoriuscito dalle urne. Sono decine i battaglioni di volontari irregolari che combattono al fianco dell’esercito, come appunto quello comandato da Bereza (Dnepr-1). Per la maggior parte, si tratta di gruppi di ultranazionalisti di destra che utilizzano tattiche feroci e sono sospettati di crimini di guerra.

 Un recente rapporto delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Ucraina accusa direttamente ben 16 battaglioni volontari di violare il diritto internazionale umanitario, avendo ignorato “i principi di necessità militare, discriminazione, proporzionalità e precauzione” e promosso invece “sparizioni, detenzioni arbitrarie e maltrattamenti”. Cosa è possibile dedurre da tanta incertezza nel Paese?

 

Le opinioni internazionali
Le elezioni nelle province dell’Est sono state considerate illegittime da Stati Uniti e Unione Europea, tanto che il nuovo Alto rappresentante per la politica Estera dell’UE, Federica Mogherini, ha definito il voto nel Donbass come “un ostacolo alla pace”, mentre Washington dichiara di non ammettere “alcuna elezione che non sia sotto l’autorità del governo ucraino".

 La Russia, invece, ne ha riconosciuto il risultato e non si cura delle dichiarazioni scandalizzate dell’Occidente. Mosca è più interessata agli accordi energetici stabiliti il 31 ottobre con Kiev, secondo i quali l’Ucraina avrà il gas russo con la garanzia finanziaria del Fondo Monetario Internazionale e dell’Unione Europea che, in caso d’inadempienza di Kiev, dovranno pagare al suo posto il debito.

 In queste condizioni, potrebbero comunque reggere gli accordi di Minsk, che hanno stabilito una tregua armata proprio per consentire le elezioni e far affluire il gas verso l’Europa fisica. Ma la sintesi politica è lungi dall’essere raggiunta e tutti sanno sin troppo bene che basterà un nonnulla per riaccendere la miccia.

 La Rada, infatti, è attraversata da incertezze tali che potrebbero presto minare la road map per la pacificazione. Troppe le correnti radicali dei pro-europeisti che non vogliono la pace con l’Est e preferiscono la prosecuzione della guerra civile. E, d’altra parte, al momento l’Est non ha intenzione di cedere ed è persino riuscito a far eleggere un gruppo di filorussi all’interno dell’assemblea legislativa di Kiev. Dunque, nei prossimi mesi ci aspettano dibattiti infuocati nella già infernale Rada, protagonista di scazzottate epiche anche in tempi meno bui di quelli odierni, che potrebbero portare allo stallo politico.

 

Le elezioni USA
In questo clima, fa sorridere che, dall’altra parte del mondo, quegli americani “campioni di democrazia” boccino quasi in toto la politica estera del presidente democratico Obama. In occasione delle elezioni di mid-term del 4 novembre, infatti, si rinnoveranno tutti i 435 deputati della Camera, un terzo dei senatori e anche 36 dei 50 governatori degli Stati Uniti. Come noto, i democratici oggi hanno la maggioranza al Senato (55 senatori contro 45) ma non alla Camera, dove i repubblicani mantengono una maggioranza dal mid-term del 2010.

 Agli americani poco interessano le manovre geopolitiche dell’Amministrazione Obama in Ucraina e sono ovviamente concentrati sulla politica interna del presidente. Ma certo tutti percepiscono il pericolo che si annida dietro l’inefficacia delle strategie della Casa Bianca in politica estera: non solo Iraq e Siria, ma anche Ebola e la sfida muscolare con Vladimir Putin. Non in uno di questi dossier Barack Obama ha convinto l’elettorato americano, e oggi sul loro giudizio la paura e l’insicurezza pesano come un macigno.

 Ciò nonostante, l’economia USA cresce e il premio Nobel per la Pace può sperare di non dover condurre i prossimi due anni di presidenza azzoppato, grazie alle ottime performance del PIL in crescita e della disoccupazione in calo (al 6%). Se però i democratici dovessero perdere il Senato, la forza del presidente americano ne uscirebbe molto ridimensionata e Obama sarebbe costretto a negoziare con il Grand Old Party ogni nuova mossa.

 Cosa che non aiuterà la politica estera americana e che farà di un presidente oggi incerto in tutto, un presidente immobile su tutto. Chi ha da guadagnare da tutto questo? La risposta si trova a Est del mappamondo.

 

 

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