26 gennaio '94. Berlusconi scende in campo. L'articolo di Panorama (di allora)

Nel giorno del ventesimo anniversario riproponiamo la prima intervista da leader politico del nostro settimanale - Videomessaggio, 1994 - Fotostoria - Le frasi celebri - La politica Estera

La copertina di Panorama del gennaio 1994 dopo la discesa in campo – Credits: Panorama

Pino Buongiorno e Andrea Monti

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Arcore, Italia. Il day after. Maglione blu e scarpe da ginnastica, Silvio Berlusconi valuta con aria rilassata i risultati del grande annuncio televisivo. Trillano i telefoni nelle stanze al piano-terra. Gli assistenti e i consiglieri fanno la spola con la sala da pranzo di Villa San Martino trasformata nella situation-room di Forza Italia. Berlusconi siede a capotavola nel posto dove - dice - ha preso le grandi decisioni della sua vita. Legge i fax che arrivano in continuazione. Si prepara per le nove settimane di campagna elettorale che ha di fronte. Un' esperienza tutta nuova, piena di incognite, certo, ma che sembra infondergli euforia. "Avanti con questa intervista a tutto campo! E' la prima che concedo da soggetto politico..." esordisce. E poi precisa, a scanso di equivoci: "Tra le decine di richieste, ho scelto Panorama non perché ne sono stato l' editore, ma perché è il primo newsmagazine italiano". Per due ore, l' ex presidente della Fininvest affronta tutte le principali questioni sollevate dal suo ingresso in politica: le ragioni profonde della sua candidatura con i retroscena della decisione, lo scontro con il Pds, le divisioni nel campo moderato, i rapporti con Mino Martinazzoli, Mario Segni, Umberto Bossi e Gianfranco Fini, il ruolo di Forza Italia, la Fininvest senza di lui, il caso Montanelli. E svela anche qualcuno dei suoi sogni...

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  Come la dobbiamo chiamare, ora che ha deciso di scendere nell' arena politica? Gli imprenditori sono chiamati Avvocato, Ingegnere, Cavaliere... Le piace l' ipotesi di diventare l' onorevole Berlusconi?
No, ci ho pensato su e, con tutto il rispetto per le cose anche buone che hanno caratterizzato la Prima Repubblica, e le sue istituzioni, credo che la prima cosa da fare nel nuovo Parlamento sarà quella di riformare la tradizione spagnolesca che conferisce ai rappresentanti del popolo il titolo di "onorevoli". Non mi piace. Mi piace invece la formula inglese del Mp, Member of Parliament, o quella francese di Monsieur le Député, signor deputato. L' onore è una faccenda molto personale... ci tengo troppo per affidarlo a un codice pubblico.

Ora che ha deciso di berlo sino in fondo, il calice della politica è davvero così amaro? O, come dicono i suoi avversari, lei è ben felice di sorbirlo?
 La prospettiva di cambiare vita e abitudini, di impiegare in altro modo il proprio tempo, è sempre un tantino logorante. Ma se il motivo per cui lo si fa è sentito come un' urgenza, se è irresistibile, allora c' è anche un aspetto rigenerante. Le cose amare possono essere dolcificate: lascio un mestiere che ho molto amato e che continuo ad amare, ma per dare una mano a un Paese che alla fine dei conti è tutto quel che ho, tutto quel che veramente abbiamo. Il gusto del rischio è ciò che può unire le due esperienze: mettersi in gioco per creare lavoro e ricchezza non è poi così diverso dal mettersi in gioco, responsabilmente, per creare consenso intorno a un programma politico, a idee, a valori forti quali quelli in cui credo.

Si sarà sentito ripetere tante volte, anche dagli amici più cari: "Tu stai per commettere l' errore più grosso della tua vita". Che cosa la spinge? Segue l' istinto o la ragione?
I miei amici, se Dio vuole, sono persone leali, il contrario dei servi sciocchi di cui si è parlato. Quando ho cominciato a pensare a questo passo, per un lungo periodo sono stato veramente solo. Poi però, giorno dopo giorno, molte perplessità sono cadute. La prospettiva di dare l' Italia in mano al vecchio apparato del Pci-Pds non è allegra per nessuno tra coloro che hanno vissuto e lavorato con me tutti questi anni. Certo, c' è ancora oggi chi è schiettamente contrario e naturalmente ha avuto il diritto di dirlo e di essere ascoltato con attenzione. Poi ha prevalso un misto di istinto e ragione che è forse la caratteristica più vera del mio carattere. Almeno a sentire amici e collaboratori, sia i favorevoli sia i contrari. E tutta la mia squadra ha carattere. Ci provino, a spezzarla: batteranno la testa contro il muro.

 I suoi nemici affermano che lei entra in politica per difendere i suoi interessi con una sorta di partito-azienda. Cosa risponde?
 La difesa dei miei interessi non sarebbe stata poi così difficile. Lottizzare una o due reti, ripararmi dietro un centro moderato ma condiscendente, pronto a collaborare e trafficare con gli ex comunisti: ci vuole molto a capire che per difendere i propri interessi, nella logica della Prima Repubblica, questa era la strada da seguire? Quello che difendo è la mia vita, la mia esperienza tutta intera di imprenditore, e di imprenditore nel settore delicatissimo, in tema di libertà, che è la comunicazione. La tv commerciale e il gruppo di comunicazione che ho fondato sono, per ammissione di chiunque e per certificazione irrefutabile della realtà, un fenomeno pluralista, democratico e di libertà senza eguali nella storia del Paese. Lo dico senza falsa modestia. Ma è un gruppo che si è sempre dovuto difendere con le unghie e con i denti, perché una cultura vera del pluralismo nell' Italia consociativa non c' è mai stata, come dimostra tutta la vicenda di quel gigante anomalo che è la Rai, dalla lottizzazione alla neolottizzazione. Io sono convinto che se sapremo costruire un sistema di alternative reali, e se affermeremo in Parlamento una maggioranza di liberi e forti, rispettosa dei diritti dell' opposizione di sinistra ma ben decisa a impedire che siano offese la libertà di impresa e le libertà civili, non faremo gli interessi del mio gruppo ma quelli di tutti gli italiani onesti e ragionevoli.

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A questo proposito, Giuseppe Turani sulla "Repubblica" l' ha descritta come una sorta di nullatenente il cui impero in realtà appartiene alle banche...
La campagna sui debiti del gruppo che ho diretto fino a ieri, debiti che pesano meno che sugli altri grandi gruppi e rappresentano comunque meno del 40 per cento dal valore che le grandi banche italiane e straniere attribuiscono alla Fininvest, con la differenza che noi non abbiamo mai pescato nelle tasche dei cittadini in alcuna forma - semmai abbiamo pagato fior di tasse - è stata la prova regina di una tendenza alla forzatura illiberale e all' irregimentazione della libera impresa. A questa campagna hanno partecipato anche firme che si sono rese colpevoli, nel recente passato, di servo encomio e di codardo oltraggio (verso altri). C' è una differenza: io le campagne non le subisco in silenzio. Ora tocca a Fedele Confalonieri, che è uno sperimentato diplomatico ma non ha, nemmeno lui, nessuna voglia di farsi mettere i piedi in testa da gente che gioca alla roulette di una cattiva politica con la ricchezza sociale, con i posti di lavoro, con la gente comune che vive del suo, con le competenze e la storia delle maggiori industrie nazionali.

Non sarebbe stato più comodo starsene dietro le quinte manovrando un suo partito editorial-trasversale come fa, per esempio, Carlo De Benedetti?
Sì. Molto più comodo. C' è un momento, un attimo preciso, un episodio, una lettura in cui si è detto: devo scendere in campo? Sì, forse un momento c' è. Un certo giorno, guardando in tv un leader politico particolarmente cinico e anche baro. Esibiva mani pulite, che pulite non sono, come una bandiera. Aveva un ghigno vendicativo molto sgradevole. I baffi sottili gli tremavano per una specie di sconcia allegria. Capivo bene che a quello lì di questo Paese non gliene importava assolutamente niente. Aveva in testa una sua ideologia, una religione andata a male, con radici soltanto nel passato e nel passato peggiore di questo secolo. A lui della famiglia italiana, dei piccoli problemi quotidiani di chi vive tra di noi, dei sentimenti anche belli e delicati che ci appartengono, delle nostre gioie e delle nostre miserie, di qualche nostro sogno e di qualche rimpianto, di tutto questo non gliene importava proprio nulla. Era tutto concentrato sulla distruzione, sulla negazione, sull' irrisione snobistica di un Paese di normali lavoratori che non hanno nel cuore nessun titanismo, che il comunismo non l' hanno mai voluto né caldo né freddo né intiepidito e riverniciato com' è ora, e che si permettono di desiderare piccole e grandi cose con compostezza e bonarietà. Mi sono detto, guardando quel politico che già si sentiva padrone del Paese: quelli lì, no. No e poi no.

E chi è questo politico? Top secret.
Annuncio anzi fin d' ora che mi batterò senza odio - mia moglie sostiene che per odiare mi manca il know-how - in questa decisiva campagna elettorale, contro le idee che non condivido e che contrasto, ma non cederò alla tentazione della bassezza e dell' attacco personale, cioè alla denigrazione sistematica dell' avversario di cui sono una vittima da troppi anni.

Rocco Buttiglione ha detto: "Il centro già esiste. Credo quindi che Berlusconi possa rimanere serenamente ai suoi affari". Martinazzoli, invece, le avrebbe addirittura offerto un seggio. E' vero? Perché non ha accettato il consiglio o la proposta?
Non ho alcuna voglia di polemizzare con Buttiglione e Martinazzoli. Sul piano personale sono stati effettivamente cortesi e solleciti. Ma quello che io ho posto non era un problema personale. La mia aspirazione era quella di unire tutti coloro che sinceramente rifiutano la visione politica degli ex comunisti e condividono un insieme di valori e di programmi comuni. E per quanto sarà umanamente possibile cercherò ancora di ottenere quel risultato o di avvicinarmici. Qualcuno però dovrà spiegarmi perché io dovrei rimanere a "curare i miei affari" mentre Martinazzoli trascura il suo studio di avvocato e Buttiglione i suoi studi di filosofia. Se una persona seria, quale credo di poter essere considerato senza troppa difficoltà, dice che esiste una grande e urgente questione politica, gli si risponde a tono, non gli si dice di farsi i fatti suoi.

E' stato lei, come dice Martinazzoli, il demiurgo della scissione in casa dc?
Il demiurgo della scissione è notoriamente stato lui, con le sue incertezze e con la sua propensione a subire l' iniziativa politica di una sinistra democristiana equamente spartita tra il non nuovissimo Ciriaco De Mita e la fin troppo visionaria Rosy Bindi. Nonostante le divisioni, lei crede ancora di poter fare da collante di uno schieramento moderato? Lo spero. Ci lavoro fino all' ultimo momento. Faccio quel che devo e confido che avvenga quel che può.

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Lei in passato ha espresso giudizi anche severi su Segni. Cosa pensa di lui? Crede che possa essere proprio Segni il premier della nuova Italia? O è un posto a cui lei stesso aspira?
Per quanto riguarda le mie ambizioni personali, io entro nell' agone politico, ma non mi faccio prigioniero della politica. Faccio sul serio e constato che gli avversari del momento se ne sono accorti, con quel piccolo ritardo che mi fa piacere perché renderà meno difficile combatterli. Ma se io potessi garantire la formazione di un solido campo liberale, di un polo delle libertà capace di governare il Paese, in qualunque momento sarei capace di fare personalmente un passo indietro. Certo che, a sentire i sondaggi e, quel che più conta, i pareri della gente comune, un certo credito personale e politico l' ho accumulato: è un fatto, e un vantaggio per una battaglia comune che sappia prescindere da rivalità e da meschinità che non hanno ragione di esistere. Quanto a Segni ho apprezzato il leader referendario. Lo rispetto anche nel dissenso occasionale su questa o quella scelta. Mi piacerebbe che Segni si consolidasse per quel che è, un esponente dei moderati e dei liberali, e che si fermasse un momento, bloccando una pericolosa tendenza oscillatoria che rischia di compromettere il suo percorso.

Nel suo messaggio lei ha puntato il dito contro la "sinistra illiberale" e più volte ha paventato il pericolo di una dittatura. Invece, la maggior parte dei politologi sostiene che, con la caduta del Muro, l' anticomunismo ha perso ogni senso. Non le pare di esagerare con gli allarmi rossi?
Non esagero affatto. E su questo punto intendiamoci bene. Non ho mai detto né scritto che siamo alla vigilia di un colpo di stato bolscevico. Questa è la caricatura di Berlusconi, alla quale ho risposto con una controcaricatura che spero sia stata chiara: se siete i nuovi Peppone, cercatevi un altro Don Camillo. Però io sono, come diceva Raymond Aron, un anticomunista senza complessi. Non per odio personale, non perché non capisca certi risvolti della storia di questo secolo, ma per motivi molto più semplici. Il comunismo è una cultura, un metodo, un linguaggio, una pulsione che non mi piacciono; da questo punto di vista un elemento di regime si è già insinuato nella vita pubblica italiana. Non mi piacciono le campagne contro le libertà civili, contro la libertà di impresa, i linciaggi collettivi, le gogne pubbliche, lo spirito di casta degli intellettuali di sinistra, gli egemonismi e gli espansionismi, le invettive di piazza a nome del tribunale dell' opinione pubblica, l' idea che si è sempre in una condizione di emergenza civile e di pericolo per la democrazia, la demonizzazione dell' avversario: queste cose offendono il mio sentimento della libertà, e non mi rassegno a vederle al governo del mio Paese. Avete mai fatto il calcolo puntuale della voracità calorica di Occhetto?

No. Ci spieghi.
Lo ha fatto il mio amico Ferrara, che di calorie è un esperto, a Radio Londra. E' impressionante. Una volta azzerata la vecchia classe dirigente moderata e riformista, che aveva certo le sue colpe, i comunisti si sono mangiati prima la Rete, poi Rifondazione - che era nata contro di loro -, poi i Verdi - che dovevano essere nuova politica, fuori dai vecchi schemi -, poi il piccolo gruppo di Alleanza democratica, poi hanno provato con Segni senza neanche degnarsi di promettergli la presidenza del Consiglio, poi esami umilianti e promesse fagocitanti a La Malfa, a Del Turco, poi si sono insediati in vertici delicati dello Stato e hanno fatto un sol boccone della data delle elezioni e dei referendum liberisti di Pannella, poi si sono presi un bel pezzo di Rai oltre alla Terza rete, poi hanno messo i loro occhi vogliosi sulla tv commerciale, poi hanno offerto un patto a Martinazzoli e gli tengono in ostaggio la sua sinistra... Ma insomma, mancavano all' appuntamento solo la Lega e Alleanza nazionale. Questa non è politica delle alleanze, questa è desertificazione. E come la costruiamo una democrazia dell' alternanza, se non c' è qualcosa di solido dall' altra parte?

A proposito di allarmi: il pericolo nero esiste ancora? Gianfranco Fini dovrà fare la sua corsa elettorale da solo, oppure c' è un posto anche per lui tra i moderati? E a quali condizioni?
Alle elezioni ciascuno andrà con la sua faccia, a sinistra e tra i liberali. Fini avrà il suo profilo, che è molto diverso dal mio e da quello di Bossi e da quello dei cattolici del Ccd e dei laici liberali dell' Unione di centro. Un pericolo neofascista in Italia non c' è, e chi lo dice è un imbroglione e un intollerante che agita spauracchi ridicoli per vantaggi di bottega. C' è invece un oggettivo pericolo illiberale: un Parlamento a senso unico dominato dalle sinistre, con una opposizione che si riduce alla sola Lega, che è insediata al nord, e alla sola Alleanza nazionale. Scendo in campo, come ho ripetuto fino alla noia, per evitare questo pericolo e per ribaltare la situazione.

Rosy Bindi sostiene che la Lega è "uno strumento" di Berlusconi. E' vero? Quali sono i suoi rapporti con Bossi? Che cosa pensa della Lega?
Sciocchezze. Il movimento federalista è una cosa seria. Ci sono delle affinità evidenti, perché lo statalismo e il dirigismo sono nemici comuni di Bossi e di tutta una Italia che si riconosce nel mercato e nelle sue regole. Secondo me, nonostante atteggiamenti spesso volutamente devastanti, e qualche volta un po' incongrui, il Bossi è un buon italiano: solo che è diverso dai vecchi e dai nuovi marpioni della politica. E in questo me lo sento fratello.

Roberto Maroni, dopo una riunione ad Arcore, ha detto: "Con Berlusconi abbiamo parlato di singoli collegi e di singoli candidati". Le cose sono già così avanti?
No comment. Che ruolo avrà Forza Italia? Forza Italia non è, non vuole essere e non sarà un partito tradizionale. E' un movimento e un cartello elettorale per cittadini che nascono ora alla politica ma non la intendono come un mestiere a vita; per italiani che sono radicati nella società e nei suoi problemi, e che conoscono per così dire dal basso e da vicino il dramma degli ospedali, dei tribunali superaffollati, delle scuole fatiscenti, dei servizi che non funzionano, del debito pubblico, delle tasse inique, del lavoro che manca.

Come imposterà la sua campagna elettorale? E' vero che farà un comizio ogni sera spostandosi in camper? Assisteremo a una sfida Berlusconi-Occhetto candidati nello stesso collegio?
Mi rivolgerò alla gente, solo alla gente. Quanto al camper e alla sfida con Occhetto, si tratta di pure invenzioni, acqua della solita fonte. Quella avvelenata dell'Espresso.

Lei ha annunciato le dimissioni da ogni carica sociale nel gruppo che ha creato. Non più editore, insomma, ma pur sempre proprietario. Che linea pensa che seguiranno i suoi mezzi di comunicazione, anche alla luce dello schieramento ben preciso che si delinea alla Rai?
La gestione del gruppo Fininvest e dei suoi spazi di comunicazione non mi riguarda più, se non come un cittadino e un candidato tra gli altri. Penso che i giornalisti hanno delle regole da rispettare e che quelli che hanno lavorato per me le hanno rispettate. Tra un giornalista che, rispettando le regole, ha l' onestà di perseguire i suoi valori e le sue idee, senza intolleranza, e uno che si imbosca per cautela, e magari rompe le regole surrettiziamente, preferisco il primo. Ma è una preferenza strettamente personale. Alla Rai c' è un problema: troppi hanno da nascondere qualcosa, e per nasconderlo sollevano polveroni demopopolari e giustizialisti. Ma anche lì è pieno di gente corretta, che fa il suo lavoro. E conto che la situazione possa evolvere senza necessariamente imbarbarirsi. Lo spero.

In particolare, che cosa si aspetta di leggere su un giornale come "Panorama" durante la campagna elettorale?
Panorama è un magnifico settimanale, che quando ero editore mi dava grandi soddisfazioni: vende di più, molto di più del concorrente, e oltretutto non è fazioso. Il bello di questa rivista è che si occupa dei veri problemi della gente che la legge e che dà voce a tutti. Spero che, sulle idee in gioco nella campagna elettorale, si senta bene anche la sua, di voce.

Che cosa accadrà alla Fininvest? Che consigli e che indicazioni ha dato a Fedele Confalonieri e a Franco Tatò?
Una vita in comune, comuni passioni ed esperienze: questa è l' unica indicazione per un amico come Fedele. Tatò è un ottimo manager e fa bene il suo mestiere: con le mie dimissioni ha ottenuto un altro taglio nei costi aziendali. Mi deve ringraziare.

Lei ha confessato di non essere avvezzo ai trabocchetti e alle malizie della politica. Che cosa ha imparato in questi primi mesi di apprendistato? C'è un errore che non ripeterebbe?
 Ho imparato che forse si può fare politica anche senza malizia, ma che bisogna esserne esperti per decifrare il comportamento degli altri.

Che cosa ha provato quando Montanelli, padre dei moderati, se n' è andato dal "Giornale"?
Mi è dispaciuto sinceramente, come gli ho scritto. Poi, non c' è lacrima che non si asciughi. Continuo a leggerlo sul Corriere. E per Feltri ho considerazione e stima. Comunque, mettetevelo bene in testa se non volete seminare zizzania in famiglia, quelli sono affari di mio fratello.

Il sindacalista della Rai Giuseppe Giulietti ha scritto che una sua vittoria elettorale potrebbe "regalarci un' Italia grigia, uniforme". Dottor Berlusconi, lei che Italia ha in mente?
Non ho capito bene il cognome... Giulietti. Non ho il piacere di conoscerlo.

In un editoriale sul "Corriere della sera", Ernesto Galli della Loggia ha sostenuto che "spira da Berlusconi politico qualcosa che ha il sapore finto della plastica". Insomma, dopo l' uomo di marmo del marxismo, l' uomo di plastica del capitalismo videocratico. Cosa risponde a chi l' accusa di essere l' autore di un esperimento di clonazione politica non sorretto da valori etici?
Ha sbagliato tutto, per snobismo e superficialità. Se ho un difetto è che sogno troppo, sono troppo impastato di difetti e di pregi umani. Magari fossi un umanoide, come mi pensa il politologo. Magari. Nel mondo di Blade runner e dei cloni in plastica non si dovrebbe stare lì a fare i conti con le miserie della terra. Comprese le inutili cattiverie, vagamente razziste, di liberaldemocratici all' acqua di rose e al sapore di miele. 

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