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Sei innocente? Lo Stato deve pagarti l'avvocato

In Italia due imputati su tre vengono assolti. Ma si rovinano per sostenere le spese legali. Che 32 Paesi europei, invece, risarciscono

Un'aula di tribunale (Credits: Scarpiello Imagoeconomica / Imagoeconomica)

Le prescrizioni che continuano ad aumentare. I processi che dovrebbero esere più veloci, e invece rallentano. I magistrati e i cancellieri che mancano… Anche questo 28 gennaio le litanie dell’inaugurazione dell’anno giudiziario sono state sempre le stesse, polverose come le toghe d’ermellino che una volta ogni 12 mesi vengono tirate fuori dalla naftalina. Ed è un vero peccato perché, almeno per un giorno, tra la Cassazione e le 26 Corti d’appello si potrebbe discutere di cose veramente serie.

Di ingiustizie, per esempio. In Italia ce n’è una che si ripete migliaia e migliaia di volte.

Vieni indagato per un reato che non c’è. Ti rinviano a giudizio. E alla fine di battaglie legali che ti costano mille sofferenze esistenziali, e spesso sono un incubo kafkiano, vieni assolto in Cassazione perché non hai commesso il fatto o perché il fatto non sussiste. A quel punto torni a casa, forse con l’animo un poco sollevato. Ma con il portafogli molto più leggero: perché, povero cittadino innocente, nessuno ti rimborserà mai un euro di quanto hai speso in avvocati. Anche se gli euro, a volte, sono tantissimi.
Si chiama "ingiusta imputazione" ed è un problema di massa, riguarda tutti noi.

In Italia si accumulano circa 1,2 milioni di nuovi processi penali all’anno e un’assoluzione definitiva arriva mediamente in quasi tre casi su quattro. Gli esempi si sprecano, e a volte le spese legali sono letteralmente inarrivabili: la famiglia di Raffaele Sollecito, assolto in pieno dall’accusa di essere l’omicida di Meredith Kercher, in otto anni ha investito oltre 1,3 milioni di euro in avvocati e periti. Si può pagare anche meno, certo. Dipende dall’avvocato e dal processo. Ma a volte c’è chi ne esce assolto ed economicamente rovinato, e chi proprio non riesce a fare fronte alla parcella.


Altrove non è affatto così. Nel Regno Unito, per esempio, il giudice ha la facoltà di decidere che sia lo Stato a pagare le spese d’avvocato dell’imputato che ha appena dichiarato assolto. E questo avviene nella maggioranza dei casi in cui sia evidente che il processo non aveva un serio fondamento. Più o meno lo stesso accade negli Stati Uniti, dove il governo federale contribuisce a rifondere la parcella di chi viene scagionato.

Certo, questo è il risultato di ordinamenti giudiziari basati sulla piena responsabilità dell’accusa: in America il procuratore distrettuale viene eletto dai cittadini, e dato che sa di dover rendere conto ai contribuenti di come utilizza i loro soldi, sceglie con ragionevolezza quali siano i reati da perseguire, cioè quelli che ritiene sia possibile provare in tribunale per arrivare a una condanna.

Da noi, al contrario, vige il controverso principio dell’obbligatorietà dell’azione penale: il pubblico ministero, in teoria, "deve" perseguire tutti i reati. Potrebbe essere questo, forse, a frenare l’adozione del principio in Italia.

Eppure la regola che impone allo Stato di rimborsare la parcella pagata dall’innocente vige in molti altri Paesi europei, dove l’ordinamento è più simile al nostro. Andrea Saccucci, tra i massimi esperti italiani di diritto internazionale, ricorda che "anche in Germania, Russia e Ucraina il tribunale penale è competente a valutare la richiesta d’indennizzo dopo aver deciso un’assoluzione".

Mentre in altri 28 Stati il cittadino giudicato pienamente innocente può chiedere un risarcimento delle spese legali ad altre istituzioni: il governo o un altro tribunale. Saccucci propone un elenco così lungo da essere imbarazzante. In ordine alfabetico: Albania, Austria, Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Irlanda, Lituania, Lussemburgo, Macedonia, Malta, Moldavia, Monaco, Montenegro, Norvegia, Polonia, Romania, Serbia, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia, Turchia e Ungheria.

"In Italia" commenta Saccucci, impegnato in alcuni tra i più delicati processi sui diritti umani davanti alla Corte europea di Strasburgo "abbbiamo perso anni a dibattere sulle inutili norme che cercano di affermare la responsabilità civile dei magistrati. Invece la vera riforma sarebbe proprio questa: il cittadino che viene assolto non deve pagare. Nulla".

Nel 2012 ci aveva provato un deputato di Forza Italia, Daniele Galli: "Avevo presentato una proposta di legge che stabiliva l’obbligo di restituzione delle spese a chiunque venga assolto con formula piena" racconta Galli, che non è stato rieletto. "Mi pareva di introdurre un minimo principio di equità, invece la proposta non è stata mai nemmeno discussa".

Anche un professionista toscano, accusato per sette anni di bancarotta fraudolenta e poi assolto con tante scuse, ha osato tentare attraverso le vie legali: si è bloccato davanti alla diga della terza sezione penale della Cassazione, che con la sentenza numero 11.251 del 13 marzo 2008 ha stabilito che in Italia "non è previsto alcun indennizzo, risarcimento o rimborso per un’imputazione ingiusta, ovverosia per un’imputazione rivelatasi poi infondata a seguito di sentenza d’assoluzione". Fine dei tentativi.

Eppure il principio è più che corretto. Ne è certo Giorgio Spangher, docente di Procedura penale alla Sapienza di Roma: "L’articolo 2 della Costituzione" sostiene "prevede un principio di solidarietà che troverebbe perfetta attuazione con il diritto all’indennizzo per chi viene assolto con formula piena. Andrebbe tutelata una fascia di cittadini con reddito intermedio, si potrebbe pensare a compensazioni fiscali".

Concorda Carlo Taormina, penalista romano con un passato da politico: "Il problema c’è ed è grave" dice. "Lo Stato ha esercitato un’attività giudiziaria infondata contro di me, perché devo pagarne io le conseguenze?".

Ne è convinto anche Vincenzo Maiello, docente di diritto penale all’Università Federico II di Napoli: "L’unica obiezione possibile" afferma "potrebbe forse riguardare la falla che si aprirebbe nelle casse dello Stato. Ma si potrebbe pensare a un fondo speciale, simile a quello che oggi esiste per le ingiuste detenzioni, magari con un tetto-limite per ogni risarcimento. Sarebbe un primo passo".

In effetti oggi, in Italia, un imputato assolto può chiedere un indennizzo soltanto se è stato sottoposto a carcerazione preventiva: quando gli va bene, incassa 150-200 euro per ogni giorno che ha trascorso in cella da innocente, ma fino a un massimo di 516 mila euro.

In teoria si può fare causa allo Stato anche per "irragionevole durata del processo" (la famosa legge Pinto, che peraltro è stata appena "sterilizzata" dal governo con la Legge di stabilità 2016, che ha dimezzato i valori dei risarcimenti), o per "errore giudiziario".

Si tratta però di casi molto circoscritti. Che danno vita a cause complicatissime e incerte, quasi sempre destinate a infrangersi contro il muro di gomma dell’amministrazione giudiziaria. Ne sa qualcosa l’avvocato Pardo Cellini, che dal 2012 si batte contro lo Stato perché risarcisca Giuseppe Gulotta, 58 anni, 23 dei quali trascorsi in carcere da innocente: il suo caso incarna forse il peggiore errore giudiziario nella storia d’Italia, di certo è un monumento all’ingiustizia.

Arrestato nel 1976 a Trapani come sospetto omicida di due carabinieri, il diciottenne Gulotta per due giorni fu trattenuto in caserma, seviziato e torturato dai colleghi dei militari uccisi, e costretto a confessare un reato mai commesso. A nulla servì la ritrattazione in aula: condannato definitivamente all’ergastolo nel 1989, Gulotta fu scagionato soltanto nel 2010, quando un carabiniere testimone delle torture ebbe un tardivo soprassalto di coscienza. La revisione del processo ha assolto Gulotta "per non avere commesso il fatto" nel febbraio di tre anni fa.

Da allora, Cellini è impegnato in un estenuante braccio di ferro con l’Avvocatura dello Stato, che si oppone al risarcimento con ogni argomento: "Sostengono perfino che nulla gli sia dovuto perché Gulotta 39 anni fa si confessò colpevole" dice l’avvocato, scuotendo la testa. Chissà se il suo cliente, che oggi vive della generosità di un prete, vedrà mai riconosciute le sue ragioni. Tra opposizioni e obiezioni, finora si sono svolte 24 udienze davanti alla Corte d’appello di Reggio Calabria, l’ultima il 25 novembre 2015: ora si aspetta che la Corte decida.

Certo, agli indigenti come Gulotta lo Stato italiano garantisce il "gratuito patrocinio", cioè un avvocato d’ufficio a spese del ministero della Giustizia, offerto a chiunque disponga di un reddito inferiore a 11.500 euro annui. Nel 2010, l’ultimo anno per il quale il governo pubblica un dato, 103 mila imputati difesi in questo modo (24 mila dei quali immigrati) sono costati 87 milioni di euro alla collettività.

Tutti gli altri, invece, devono provvedere a difendersi di tasca loro. "Tutti, tranne i pubblici funzionari" dice Giuseppe Di Federico, docente emerito di Ordinamento giudiziario all’Università di Bologna e tra i maggiori giuristi italiani. È vero, ed è un trattamento di favore che forse trae origine da antichi concetti parafascisti, legati a un’idea etica dello Stato: nei confronti dei dipendenti pubblici la legge prevede che, se vengono accusati di un reato collegato alle loro funzioni e se sono assolti con formula piena, l’amministrazione da cui dipendono debba compensare le spese legali che hanno subito.

In realtà la pubblica amministrazione non restituisce mai l’intero onorario dell’avvocato ai suoi dipendenti, pur se innocenti. Il 6 luglio 2015 la Cassazione a sezioni riunite ha stabilito, nel caso di un sottufficiale di Marina accusato di un illecito, che il ministero della Difesa dovesse rifondergli soltanto 13 dei 39 milioni di lire spesi per i legali che nel 1997 lo avevano fatto assolvere: un terzo esatto della somma. A stabilire «limiti congrui di spesa» hanno stabilito i supremi giudici "dev’essere ogni volta l’avvocatura dello Stato". Che, come s’è visto anche nel caso di Gulotta, dallo Stato ha sempre il mandato imperativo di tirare sul prezzo.

E sarà anche la crisi economica, ma la coperta si accorcia di continuo. Fino al marzo 2015, per esempio, tra i semi-garantiti in materia di spese legali rientravano a pieno titolo i pubblici amministratori: sindaci, assessori, consiglieri comunali... Gli eletti, insomma. Poi, il 17 di quel mese (con la sentenza numero 5.264), la prima sezione civile della Cassazione ha stabilito che non può "estendersi nei loro confronti la tutela prevista per i dipendenti della pubblica amministrazione".

La stessa attenzione per la finanza pubblica riguarda i processi tributari: "I giudici" dice Alessio Anceschi, avvocato modenese e autore del saggio Le spese legali (Hoepli) "possono condannare lo Stato a rifondere le spese legali del contribuente riconosciuto innocente. Ma non accade mai perché privilegiano sempre la parte pubblica".

Del resto, la giustizia non viene raffigurata in tutti i tribunali italiani con la statua di una donna cieca, con una spada e una bilancia? È così che funziona: su tutti noi, privati cittadini o amministratori pubblici, una giustizia cieca s’impone con la spada, quando attacca. Quando corre in ritirata, però, dimentica sempre la bilancia e non restituisce mai quel che ci ha tolto.

Scuote la testa Beniamino Migliucci, presidente dei penalisti italiani: "In via del tutto teorica" ricorda "potrebbe ottenere un risarcimento almeno chi esce indenne da un processo penale innescato da una querela di parte, una denuncia".

Lo stabilisce il Codice di procedura penale, all’articolo 542: il querelante si espone al rischio di essere condannato a pagare le spese legali di chi ha accusato, se questi viene assolto. "Ma è un pericolo davvero inesistente" dice Migliucci. "In tanti anni di professione, a me non è mai accaduto di vedere nulla di simile". 

 

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