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Raid contro Isis e Pkk: a che gioco sta giocando la Turchia

L'offensiva turca contro i separatisti curdi complica i piani dell'Alleanza atlantica. Che dovrà decidere se potrà concedere carta bianca ad Ankara

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Il presidente americano Barack Obama e il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan – Credits: SAUL LOEB/AFP/Getty Images

Per Lookout news

Nella guerra in corso in Iraq e Siria la Turchia sta facendo il proprio gioco, con metodi e obiettivi che solo in parte coincidono con quelli degli Stati Uniti e degli altri Paesi della coalizione internazionale impegnati in Medio Oriente contro lo Stato Islamico.

 I blitz effettuati dalle forze di polizia turche in tutto il Paese e i raid aerei al confine con Siria e Iraq, dimostrano infatti che la gerarchia delle priorità del governo di Ankara è differente rispetto a quella stilata da Washington.

 

 

 

La questione turca sarà al centro di una riunione d’emergenza tra i Paesi membri della NATO convocata per domani, martedì 28 luglio, su richiesta della Turchia. Ankara si è appellata all’articolo 4 del Trattato del Nord Atlantico, in base al quale ogni Stato alleato ha la facoltà di richiedere consultazioni se ritiene che la sua sicurezza e la sua integrità territoriale siano minacciate. Il governo turco ha già optato per questa mossa nel 2003 e nel 2012, ai tempi dell’invasione dell’Iraq da parte degli USA e di fronte all’aggravarsi della situazione in Siria.

In attesa di presentare in sede NATO il proprio piano d’azione, nelle ultime ore la Turchia ha continuato ad aggredire i due fronti in cui è impegnata. Questa notte quattro caccia F-16 hanno colpito obiettivi del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) nel nord dell’Iraq. Decollati dalla base aerea di Diyarbakir, i caccia hanno bombardato l’area di Hakurk. Fonti del PKK hanno affermato che sarebbero stati presi di mira in totale circa cinquanta villaggi curdi, alcuni dei quali situati anche a nord di Dohuk e a nord di Erbil. In tre raid aerei sarebbero stati sganciati fino a 300 missili.

 La reazione di Ankara era d’altronde pronosticabile dopo che, domenica 26 luglio, in un attacco con autobomba nei pressi di Diyarbakir erano stati uccisi due soldati e altri quattro erano stati feriti. L’azione, rivendicata dall’ala militare del PKK (le Forze di Difesa del Popolo, HPG), ha segnato di fatto l’inizio di una nuova escalation di violenze, frantumando la fragile tregua che per due anni aveva evitato scontri a fuoco di una certa entità tra le parti.

 “Sembra che il presidente Erdogan voglia trascinarci di nuovo in guerra”, ha affermato il portavoce del PKK in Iraq, Bakhtiar Dogan. “Raggiunto questo livello dello scontro con tutte le nostre aree sotto bombardamenti, il cessate il fuoco non ha più alcun significato”. Anche dall’YPG (Unità di Protezione del Popolo), il braccio militare dei curdi siriani, sono arrivate denunce contro i bombardamenti dei caccia turchi alla periferia della città di Jarablus e nei villaggi di Zormikhar e Til Findire a est di Kobane.

 In parallelo, nelle aree più calde della Turchia sono proseguiti i rastrellamenti delle forze di polizia. Alle prime ore di questa mattina decine di uomini sono stati arrestati. Alcuni sono sospettati di essere membri dello Stato Islamico, altri di far parte del PKK e di altre milizie curde. Nel quartiere di Haci Bayram, ad Ankara, in manette sono finite 15 persone accusate di essere affiliate a ISIS, 11 delle quali sono straniere. Altre 19, sospettate di avere legami con il PKK, sono finite in carcere nella città sud-orientale di Adiyaman. La tensione resta alta anche a Istanbul, dove dopo l’uccisione di un attivista e di un poliziotto negli ultimi tre giorni si sono registrati scontri soprattutto nel quartiere di Gazi.

 

I rischi che corre l’Occidente
In questo clima di tensione, che nell’arco dell’ultima settimana ha portato all’arresto di più di 800 persone, il governo turco non intende fare alcun passo indietro. “Continueremo a sostenere il processo di pace con i curdi - ha spiegato il primo ministro turco Davutoglu in una conferenza stampa tenuta ieri - ma non permetteremo a nessuno di minacciare la nostra democrazia e la nostra la sicurezza pubblica”, specificando che da giugno il PKK avrebbe effettuato circa 280 attacchi in Turchia.

 Come era prevedibile, dopo aver concesso l’uso delle sue basi aeree alla coalizione internazionale, l’Occidente ha “benedetto” il pugno di ferro del governo turco. “Apprezziamo l’impegno della Turchia ad accelerare gli sforzi contro lo Stato Islamico”, ha affermato il portavoce della Casa Bianca Ben Rhodes da Nairobi, dove ha seguito il tour di visite in Africa del presidente Barack Obama. Allo stesso modo anche i leader europei, dal responsabile della politica estera UE Federica Mogherini alla cancelliera tedesca Angela Merkel, hanno espresso il loro sostegno alla Turchia nella lotta al terrorismo.

 I conti, però, non tornano specie se le dichiarazioni riguardano l’altro fronte dell’impegno militare turco, vale a dire quello curdo. Perché se è vero, come ha specificato lo stesso Rhodes che “gli Stati Uniti riconoscono il PKK come un’organizzazione terroristica”, difficilmente Washington potrà giustificare altre offensive Ankara nei confronti di quei curdi del nord della Siria e dell’Iraq a cui in più occasioni la coalizione internazionale si è appoggiata negli ultimi mesi per frenare l’avanzata dello Stato Islamico.

 Domani al vertice NATO si parlerà necessariamente anche di questo. E più delle condizioni poste dalla Turchia per contrastare la minaccia jihadista (nessun invio di truppe al momento ma la richiesta dell’istituzione di una no-fly zone e di una zona sicura al confine con la Siria), sarà interessante vedere che posizione assumerà l’Occidente e in che misura potrà essere concessa carta bianca ad Ankara. La strada più semplice, al momento, sembra essere quella dell’ambiguità. Ma è una strada rischiosa. Di questa stessa ambiguità ha infatti abusato Erdogan negli ultimi anni spingendo, in nome della lotta alle frange separatiste curde, la Turchia nelle braccia dello Stato Islamico.

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