Le milizie dell’Isis devastano il museo di Mosul, in Iraq, il 26 febbraio 2015.
Esteri

L’Isis vende online l’arte depredata

Reperti antichi per finanziare il terrore. Un contrabbando che parte da Facebook

Le milizie dell’Isis devastano il museo di Mosul, in Iraq, il 26 febbraio 2015.

Le milizie dell’Isis devastano il museo di Mosul, in Iraq, il 26 febbraio 2015.

Basta avere un profilo Facebook per finanziare i terroristi dell’Isis. Tra le persone in chat si fa presto ad entrare in contatto con i contrabbandieri che stanno smerciando le opere d’arte, i bassorilievi, le statue, i monili, i sarcofagi, gli arredi funerari, che provengono dal saccheggio sistematico e incontrollato dei siti archeologici e dei musei che gli integralisti islamici stanno attuando in molti Paesi, almeno 18 nazioni del pianeta, tra cui Siria, Iraq, Libia, Egitto, Libano.

Si possono digitare ad esempio i nickname in arabo "مشترىقطعنادره" oppure "‎يوزرسيفايزيس" ed entrare in dialogo con i loro rispettivi contatti. Vi saranno forniti video di statue funerarie egizie, vasi canopi, sacrari, busti romani, stele o stendardi sumeri, fregi ornamentali greci e monete, con l’annuncio: "in vendita". Un breve messaggio privato tra voi e chi ha postato il video, e si arriva al passaggio successivo: la mail, il telefono o skype.

La conversazione, in arabo, va subito sull’argomento. Dopo le diffidenze iniziali, l’accordo è fatto. Se sono falsi o autentici, lo si verificherà di persona. Potete chiedere su skype che ve li mostrino nel dettaglio con la telecamera. Alla fine voi avrete l’opera, e i terroristi i vostri soldi. Lo scambio ovviamente non avviene per posta, ma in centri di smistamento del traffico illegale, come a Losanna in Svizzera, dove l’opera arriva grazie a rivenditori sottotraccia.

Ci sono centinaia di queste trattative su Facebook, e molte altre avvengono senza social network, direttamente a Beirut o in Turchia. La forza di questo mercato nero dipende dal fatto che gli eserciti e i servizi di sicurezza non rispondono a una normativa internazionale sulla sorveglianza delle antichità, nessun satellite o drone è impegnato per seguire questo traffico, ogni Paese ha legislazione a sé, e in queste faglie il contrabbando regna.

Un agente dei servizi di sicurezza, che ovviamente richiede l’anonimato, dice che si può prendere in considerazione questo commercio solo se viene documentato il filo diretto tra la vendita delle opere e l’acquisto delle armi per rifornire i terroristi. Solo in quel caso inizierebbero le indagini dei servizi segreti. Anche il nostro nucleo carabinieri per la tutela del patrimonio culturale, pur coordinandosi con l’Interpol, risponde a una legislazione tutta italiana, dunque porosa e inefficace, verso lo smercio illegale dei manufatti provenienti dai saccheggi mediorientali e africani.

Petrolio, droga, rapimenti e opere d’arte: così si finanziano i terroristi. Ma la droga e i rapimenti fanno clamore, muovono tv e giornali, e possono far reagire governi ed eserciti; il traffico di opere d’arte è invece più indisturbato e meno contrastato, perciò assai redditizio.

Il contrabbando dal Medio oriente si è impennato del 86 per cento in questi anni, secondo la Us international trade commission. Basta Facebook per avere un frammento di stele babilonese: il milione di euro, dato in cambio, arriverà dritto nelle mani dell’Isis.


In questi video messi online  sui profili Facebook dei miliziani dell’Isis si vede ogni genere di reperto funerario egizio: sacrari, sarcofagi, statuette mummiformi, vasi canopi, stele di quarzite, brocche da vino, amuleti. Razziati nei musei, gli oggetti sono pronti per essere venduti al mercato nero dell’arte:

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