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Cronaca

Ventimiglia, la città dove finisce l'Italia e non inizia l'Europa

Occupata dai migranti, contesa dai partiti, incendiata dai centri sociali. E tutti si dimenticano del suo paradiso

Restituite Ventimiglia a Ventimiglia. Non l’hanno occupata solo i migranti che tentano di scappare in Francia, ma anche i partiti che stanno correndo a spartirsela. E non pensate subito che sia la solita Lega.

In città, lo scorso 14 luglio, si è arrampicato Luigi Di Maio del M5s che qui è venuto a minacciare l’Europa e dunque candidarsi a guidare l’Italia: «Quando saremo al governo faremo pagare il conto alla Francia».

Da due mesi, da quando sono ripresi i flussi, alla stazione di Ventimiglia, non si sa più se contare i miserabili che scappano o gli squilibrati che li inseguono. «Ed io – dice il sindaco Enrico Ioculano – posso ormai sostenere che più dei migranti la vera sciagura sono i no borders». Chi sono? «Incendiari di professione. Vengono dai centri sociali di Bologna, Genova, Nizza, Parigi. È tutto un mondo guasto che si rifugia dietro la parola solidarietà. La verità è che a Ventimiglia non ci sono più solo i profughi da gestire ma anche questo circo da allontanare».

Ioculano è del Pd ed è stato eletto al ballottaggio nel 2014 con 957 voti di scarto dopo 2 anni di commissariamento in seguito allo scioglimento del comune per infiltrazioni mafiose che, in realtà, “non” c’erano, ha stabilito, ma solo nel 2016, il Consiglio di Stato.

La candidatura è stata di «servizio» dato che nessuno, tra i democratici di Ventimiglia, era disposto a provarci. Ioculano ha 31 anni e si sente un po’ migrante: «Mio padre è calabrese, di Santa Cristina, mentre mia madre è piemontese»). Anche lui è figlio della diaspora che ha mescolato e di sicuro edificato Ventimiglia nel dopoguerra quando qui tutto era una rovina tranne il mare che se avessero potuto si sarebbero ripresi i francesi per vendicarsi di quelli “avanguardisti a Mentone”, una combriccola di scalmanati fascisti che, come raccontò Italo Calvino, razziò la città e fece finta di averla conquistata mentre «era stata solo sgomberata dai francesi».

La città

Ventimiglia è forse l’unica città settentrionale dove si è risolta la questione meridionale. Su 25 mila abitanti, ben 7 mila sono infatti calabresi della provincia di Reggio, Cosenza e Gioia Tauro; 4.500 i siciliani, quasi tutti agrigentini e di Caltanissetta; 4 mila sono i campani, la gran parte “mezzemaniche” impiegata nell’amministrazione pubblica. E poi ci sono 2 mila abruzzesi che, rivendicano, hanno insegnato e importato la «floricoltura», quella coltivazione dei garofani che fa gareggiare Ventimiglia con Sanremo che è sì «la città dei fiori, ma che acquista da Ventimiglia», precisa un ambulante che ne esige il predominio. Ventimiglia è ancora citta «di bancarellari ma anche paradiso ditato di rosa, casbah tutta vitale e festosa, piena d’occhi» così come venne definita dallo scrittore Guido Ceronetti nel suo stravagante e irrequieto “Un viaggio in Italia” che appunto comincia da Ventimiglia dove in realtà l’Italia conclude.

La frontiera

Da anni tra questi tornanti nessuno si era infatti più accorto di quella frontiera a Ponte San Luigi e ai Balzi Rossi, che pure è sempre rimasta, così come l’estetica militare, ma che di fatto era caduta grazie all’allegria comunitaria che realmente fino a poco tempo fa si è respirata. Ogni giorno da Ventimiglia continuano a transitare verso la Francia e il Principato di Monaco - che da pochi mesi ha acquistato il porto turistico per 85 milioni di euro -  più di 4 mila ventimigliesi e altri due mila si dirigono a Nizza. È manodopera ormai specializzata e anche apprezzata. E solo fino a pochi anni fa era comunità, ben 900, quella dei ferrovieri francesi e italiani che qui alloggiavano e si incrociavano.

Il rapporto con la Francia

«La ricchezza di Ventimiglia non l’ha fatta il Levante ma il Ponente. Qui si verifica un fenomeno tutto strano. I francesi di Mentone desiderano abitare a Ventimiglia mentre gli italiani di Ventimiglia vogliono tutti lavorare a Mentone» racconta Giuseppe Conte che da poeta ha cantato questi mari – suoi i versi «di te nessuno può dire: sei mio/ sei di tutti e di un esiliato Dio» - e che tra queste terrazze aspre e agitate, ha deciso di viverci: «E non solamente per ragioni sentimentali ma perché è da una vita che indago l’acqua e mi ci immergo. Tra i mari italiani solo questo ha qualcosa di ambiguo e selvaggio». Lo dovette pensare pure lo scrittore, di terra, Emilio Salgari che si servì di Ventimiglia per assemblare la figura del “Corsaro Nero”, non a caso, “signore e conte di Ventimiglia”.


 

I migranti

Anche la città ha dunque qualcosa di barbaresco, appunto frontaliero, che finora ne ha favorito la tolleranza e assicurato l’accoglienza. «E però il rischio, adesso, è di smarrire la vocazione di città di transito e rimanere città di sosta» spiega Claudio Olivieri proprietario dal 1940 dell’albergo Posta, e in passato pure presidente dell’Ente Agosto Medievale, che ogni anno ricostruisce, tra i sestieri della città alta, l’amor cortese e l’evo di mezzo. «Alcuni migranti sono venuti perfino da me a chiedere delle stanze ma al posto dei documenti mi presentavano il foglio d’espulsione» ricorda Olivieri che non si è mai tirato indietro «quelle volte in cui mi hanno presentato documenti regolari». Da quando i francesi hanno iniziato non solo a respingere i migranti ma a restituirli al governo italiano, Ventimiglia è finita per trasformarsi da città di confine a nuova città deposito, una sorta di “via dei canti”; songlines le chiama il fantasioso architetto e pensatore Rem Koolhaas che le considera una nuova forma di sostanza urbana e di umanità generica.

Milano-Ventimiglia

Ogni giorno dal treno “630”, al binario 5, che arriva da Milano a 00,56, i migranti che si fermano sono in media 50, ultimamente sudanesi come Adam, 17 anni, che da quattro volte sale e scende l’Italia: «Pure io sono tra quelli trasportati con un bus a Taranto. Anche io sono tra i tanti che sono risaliti prima a Milano e poi nuovamente a Ventimiglia». A disperderli ci pensa la notte mentre il sonno impastato contribuisce a placarli. «Ma come vede quelli che rimangono a dormire in stazione sono molti e proprio per questa ragione le Ferrovie dello Stato, dal 2011, hanno deciso di chiudere i servizi igienici alle ore 23» dice Giancarlo, un uomo dagli occhi blu che fa il capo piazzale, «in pratica sono il vigile urbano delle stazioni». Anche lui ha visto i migranti provare a mimetizzarsi in mezzo alle carrozze, «e chi sotto e sopra i treni, altri pure all’interno del quadro elettrico». L’ultimo è morto proprio lo scorso 20 maggio. Lo hanno ritrovato, folgorato, a Cannes. Aveva 30 anni. «I migranti non sanno che in Francia pure l’energia elettrica è più spietata. In Italia le nostre locomotive viaggiano a 1500 volt mentre in Francia a 25 mila. Insomma, dall’altra parte pure la morte è più cattiva» continua sempre Giancarlo che dall’immigrazione si sente spaesato come un treno senza coincidenza.

I morti del 2017

Welcom Osservatorio Migranti ha provato a tenere la contabilità dei morti sia per strada che sui binari registrata in prossimità di Ventimiglia. Nel 2017 sono stati 12 e di sicuro la più straziante è stata quella della giovane Millet - era lo scorso ottobre e aveva solo 17 anni - che è stata travolta da un tir lungo l’Autostrada dei Fiori. Si tratta della Genova-Ventimiglia-Nizza ed è la strada che ogni giorno quasi 400 migranti percorrono a piedi non solo per tentare la fuga in Francia ma per raggiungere, dalla stazione, il centro accoglienza predisposto dalla prefettura di Sanremo e affidato alle cure della Croce Rossa. Il centro si trova a Roverino che è frazione di Ventimiglia, circa 4,5 km dal centro città. «E di buono ha che è lontano dai nostri occhi ma di cattivo ha che è, e rimane, uno scalo merci» pensa una donna di Ventimiglia, volontaria della Croce Rossa, che lo presidia all’ingresso insieme agli agenti della polizia di Stato. Il luogo lo hanno scelto sia il Viminale che il comune per la sua ampiezza, 300 mila metri quadrati, ma forse anche per la sua inquietudine e lontananza. Il centro, allestito con tende e con le casette che vengono utilizzate nelle catastrofi, è stato impiantato sotto un massiccio cavalcavia dell’autostrada e lungo il fiume Roja in questa stagione secco e sereno.

Parco Roja

Il paesaggio è quello del rottame postindustriale e dunque binari morti, capannoni in lamiera, autocisterne di olio esausto, seggioloni abbandonati, fusti arrugginiti, cassonetti ribaltati, e ci sono perfino carri di cartapesta, uno Spiderman gigante, che spiega Carmelo Arcabella, un saldatore a pochi anni dalla pensione, è «ciò che rimane di una delle tante opere che qui realizziamo per la manifestazione Carri Fioriti di Sanremo». Anche questo campo, come le migrazioni comincia ad avere le sue epoche e le sue fasi. Ventimiglia da quasi vent’anni è stata investita prima dall’esodo balcanico, poi, nel 1996, da quello curdo e albanese, nel 2010 da quello tunisino, quando durante la “primavera araba”, da qui passarono nel giro di due mesi ben 24 mila rifugiati.

Turismo e immigrazione

A Ventimiglia hanno creduto che potesse bastare questo campo chiamato “campo Roja” per non spaventare i turisti francesi che ogni venerdì mattina, riempiono e si trascinano lungo i 400 banchi che fanno di Ventimiglia il secondo mercato in centro più grande d’Europa ma senza dubbio il primo nel cuore dei marsigliesi che qui vengono ad acquistare Pastis e sigarette per risparmiare sulle accise che in Francia sono più alte per frenare il vizio. «Sotto Ventimiglia – pensa Umberto, un barista di Via Roma – scorre l’anice e sono più le bottiglie di liquore “Ricard” che quelle di acqua minerale che acquistiamo per poi rivendere ai francesi». A quanto? «Un litro di Ricard costa 15 euro mentre in Francia è tre volte tanto». A Ventimiglia tutta l’economia è caldo e piacere: 15 alberghi, 1111 attività commerciali. La ristorazione vanta due eccellenze internazionali come il Ristorante “I Balzi Rossi” e “Il Giardino del Gusto” del giovane Emanuele Donalisio che ha lavorato a Londra con lo chef tristellato Michael Roux. «E certo - dice Donalisio nella sua cucina - non posso nascondere che quest’onda incontrollata di migranti irretisca e infastidisca. E non lo dico, come si potrebbe pensare, per vantaggio personale, ma bensì per questi ragazzi che tutto il giorno camminano disorientati, dormono in spiaggia e nei parcheggi. A oggi, ancora, nessuno sa dire quanti siano».

Ventimiglia, Lampedusa, Calais...

Al campo della Croce Rossa sono 400, e un centinaio stazionano, si lavano e si liberano sempre lungo il fiume Roja e nel quartiere popolare delle Gianchette dove solitamente i francesi lasciano le loro auto. Già una volta il sindaco, lo scorso anno, con un’ordinanza, ha sgomberato il lungo fiume e si è pure sospeso dal Pd. Non è bastato. Settimanalmente questa striscia si ripopola e per comprenderla e studiarla si fanno paragoni con la giungla della città francese Calais e poi naturalmente con Lampedusa che è il confronto italiano più facile, ma forse il meno adeguato dice Sandra, una volontaria spagnola: «Guarda che io a Lampedusa ci sono stata da poco e ti garantisco che è molto meglio. Ventimiglia è semmai Lampedusa ma senza gli onori, meritati, che riconosciamo a Lampedusa». A Ventimiglia la grazia di Dio, racconta don Alvares Rito, sacerdote colombiano della parrocchia di Sant’Antonio, arriva con Facebook: «Sul gruppo “Confine Solidale” riveliamo le nostre necessità e il miracolo ogni volta si ripete». Insieme a quasi 100 donne volontarie del quartiere Gianchette, don Rito sta dando asilo e ristoro a 70 tra donne sole e minori non accompagnati. È un alloggio non istituzionalizzato e forse proprio per questo sembra familiare e intimo come una casa. «Nonostante materassi e reti ci siano stati offerti dal carcere di Savona…» ricorda don Rito. Della cucina se ne occupa Barbara, («ma solo perché è il mio turno»), che oggi ha bollito 8 litri di latte, 7 di tè, cucinato 8 kg di riso e offerto 5 kg di carne. A sostenere questa carità improvvisata, e farne parte, ci sono anche i medici condotti di Ventimiglia, come Domenica Espugnato che viene a curare e fasciare: «E sono sempre le stesse ferite. Ulcere da sfregamento e poi tagli che si procurano camminando lungo il fiume».

I numeri

A Ventimiglia pure il sindaco sa che insieme al caldo anche i numeri si sono riscaldati: «Credo che oggi i migranti siano sotto i mille. E li vedo pure io nei giardini, sulla spiaggia. Ma tutti, anche l’opposizione, riconoscono e dicono che come amministrazione “stiamo facendo poco ma stiamo facendo tutto”». L’opposizione a Ventimiglia è ancora rappresentata da Gaetano Scullino, un uomo mite di centrodestra che con i migranti condivide forse la malasorte che di persona ha conosciuto ma non ancora superato. «Quell’infamia non ha travolto solo la mia storia ma anche quella di Ventimiglia. È chiaro che mi ha cambiato l’esistenza ma il vero guaio è che ancora ne condiziona l’avvenire». Scullino si riferisce allo scioglimento del municipio avvenuto nel febbraio del 2012, quando era sindaco, e firmato dall’allora ministero degli Interni, Annamaria Cancellieri: «In quell’occasione, per la prima volta nella storia di Ventimiglia, atterrò in piazza un elicottero delle forze dell’ordine». Le sentenze, due, del Consiglio di Stato, hanno sancito che «l’infiltrazione mafiosa nel comune di Ventimiglia non era neanche ipotizzabile». Scullino è stato assolto, nel penale, in primo e secondo grado. «A settembre aspetto la Cassazione». A Ventimiglia nessuno si avventura a sostenere come a Roma, dove “non c’è”, che la mafia non esista. «E come tutte le città colpite da questa piaga ne abbiamo pagato il prezzo. Arresti, condanne, retate. Ma lo scioglimento, quello sì, mi è sembrata una soperchieria. E lo penso io che sicuramente non ho votato Scullino» confida Marco, uno studente dell’università di Genova, «pure io di sangue calabrese».

Informazione e immigrazione

A Ventimiglia, negli ultimi anni, si è cosi alimentato un altro speciale nomadismo che è quello della troupe televisive che qui hanno avuto solo da scegliere: mafia o immigrazione? A rincorrere i media italiani si sono lanciati anche quelli francesi che, l’anno scorso per ben due mesi e ogni giorno, hanno impaginato i propri quotidiani con le foto dei migranti sugli scogli de i Balzi Rossi e sui sentieri che per il quotidiano Liberation è «le sentier du desespoir». Qui sono rimasti, giustamente, solo gli abitanti di Ventimiglia a ricordarsi e vantarsi dei giardini botanici Hanbury, un paradiso ritrovato di aloe e agave, ancora oggi strepitosamente conservati dall’ateneo di Genova e percorsi dagli inglesi che si stropicciano gli occhi e se potessero ne rivendicherebbero la proprietà. «E quest’anno, per i centocinquant’anni dei giardini, hanno voluto partecipare alla cena di gala John Elkann, il principe Alberto di Monaco» ricorda orgogliosissimo un funzionario che all’entrata ne canta l’unicità. Ma ci sarebbe anche un esemplare museo archeologico che Emiliana, una giovane restauratrice, tiene aperto ogni venerdì fino alle 23 per divulgare a tutti la particolarità della coppa in vetro con l’ictiocentauro e il metodo stratigrafico che «Nino Lamboglia, un archeologo di Porta San Maurizio, insomma sempre Ventimiglia, applicò per la prima volta in Italia». E c’è ancora l’anfiteatro romano e, a Mortola, ma è sempre Ventimiglia, il museo preistorico dove riposano e sono radunate testimonianze del paleolitico e dove si può ammirare la grotta del Caviglione. Non è anche questa, o forse non è soprattutto questa, Ventimiglia? Qualcuno ne ha memoria? La cronaca ha sommerso tutto questo e di certo se c’è una città ostaggio, oggi, è proprio Ventimiglia: il passato prossimo l’ha umiliata e il presente la condiziona.   Giuseppe Conte crede che il mondo, e l’Italia, cambi proprio in questi spazi, in queste città più che altrove. «E come vede, parlandone, anche noi stiamo celebrando una Ventimiglia di carta, quella di “vento largo”. Oggi a Ventimiglia io ci trovo la stanchezza del tempo, i furgoni della polizia, il degrado che si era, e con fatica, lasciata alle spalle. Ci trovo insomma quella drammaticità di fine guerra, la città che è tornata, e mai avrei voluto vedere, militarizzata. Anche io credo che Ventimiglia vada restituita a Ventimiglia». Conte dice di non riuscire a tornarci così come i migranti non vogliono a rimanerci. Arrivati a Ventimiglia tutti vogliono lasciare Ventimiglia. Fu la stessa sensazione che provò anche Ceronetti quando giunse nella città alta e scoprì che, invece, a Ventimiglia «bastava salire un poco ed era un travaso di luce, era lì il soccorso dell’infinito».


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- Migranti: i numeri


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