Cronaca

'Meglio uccidere che convivere'. Parola di parroco. Ed è polemica

Il parroco di Cameri sostiene che è meglio uccidere la propria moglie e pentirsi che convivere e sposarsi con rito civile. La sociologa: "E' la terribile idea del valore della vita delle donne"

"Meglio uccidere che convivere"

– Credits: Ansa

“Convivere é peggio che uccidere”. Lo ha scritto don Tarcisio Vicario, parroco di Cameri, sul bollettino domenicale che ieri ha consegnato ai fedeli durante la Santa Messa.

Parole che hanno colpito come una folgore e hanno fatto sobbalzare dalle panche della chiesa non pochi parrocchiani.

“L'omicidio è un “peccato occasionale", che può essere cancellato con "un pentimento sincero". Diverso invece il caso di chi convive come anche chi "si pone al di fuori del sacramento contraendo il matrimonio civile". Perché? “Perché vive in una infedeltà continuativa". E quindi non meritevole di perdono in quanto non c’è pentimento.

Parole destinate a far discutere e a sollevare non poche polemiche. Può essere dunque perdonato, ammesso che anche si possa pentire il padre di Motta Visconti che ha trucidato moglie e figli per “distruggere” “eliminare” un legame che sarebbe rimasto per sempre? Si può condannare un padre che ama i propri figli e la propria famiglia solo perché ha deciso di non pronunciare il fatidico “si” davanti all’altare o al sindaco del proprio comune?

Professoressa Chiara Bertone, Docente Facoltà di Sociologia Università Piemonte Orientale a Torino, un’affermazione di questo tipo non rischia di “annullare” il valore della vita?

Credo che un'affermazione di questo tipo ci ricordi che la violenza contro le donne, l'idea che la vita di una donna si possa sacrificare per proteggere l'onore maschile, la rispettabilità familiare, abbia radici culturali profonde nel nostro Paese. Perché è del valore della vita delle donne che si parla in questo caso, anche se implicitamente.

Si tratta solamente di una dichiarazione dal valore religioso?

No, è l'espressione di una cultura dei rapporti tra uomini e donne ben più pervasiva e radicata. Certamente la religione ha avuto, e con affermazioni di questo tipo mostra di avere tuttora, un ruolo importante nel sostenere, legittimare questa cultura.

Che impatto sociologico può avere un concetto così forte?

Spero che, paradossalmente, possa avere una funzione di svelamento: rende visibile quanta violenza vi sia nell'integralismo di chi cerca di mantenere con la forza degli anatemi, dei divieti, dell'esclusione dai diritti, un ordine familiare ormai superato nelle pratiche. Non limiterà certamente le scelte di convivenza, che soprattutto negli ultimi anni in Italia sono divenute ormai fenomeno molto diffuso e accettato, come lo sono da tempo in altri Paesi. L'effetto negativo di questi integralismi è grave quando influenzano l'azione dello Stato e determinano l'esclusione dai diritti di forme familiari che non si vogliono riconoscere.

Come può e deve essere interpretata una dichiarazione di questo tipo da un credente? E da un non credente?  

Ricerche non solo italiane mostrano che ci sono molti modi con cui i credenti che fanno famiglia secondo forme condannate dalla gerarchia ufficiale della Chiesa Cattolica trovano il modo di conciliare la propria fede con le proprie scelte di vita. Per i non credenti, il problema fondamentale sta nella mancanza di laicità delle istituzioni politiche, che dovrebbero garantire uguaglianza di diritti ad ogni uomo e donna, anche nelle formazioni sociali ove si svolge la loro personalità, come è scritto nella nostra Costituzione.

© Riproduzione Riservata

Commenti