9 maggio 1978. Sono trascorsi 38 lunghissimi anni ma sul rapimento e l’uccisione di uno dei più grandi statisti italiani, Aldo Moro, ci sono ancora tanti, troppi misteri.

Con una telefonata, le Brigate Rosse fanno ritrovare il corpo senza vita di Moro nel bagagliaio di una Renault 4 parcheggiata in via Caetani a Roma. Una strada, quella di via Caetani, che non fu scelta a caso: a pochi passi da Piazza del Gesù, doveva aveva la sede la Democrazia Cristiana, il partito dello statista, ma anche vicina a via delle Botteghe Oscure, dove c’erano gli uffici del Partito Comunista. Eppure su quel rapimento durato 55 giorni, nonostante indagini e commissioni d’inchiesta, non si è ancora fatta luce. Solo due anni fa, dunque a 36 anni dalla sua uccisione, un ex poliziotto parla di complicità di alcuni agenti dei servizi segreti.

Lui si chiama Enrico Rossi, è un ex ispettore della Digos, e dopo tre anni  ha deciso di raccontare, tra rabbia e amarezza la sua indagine sul caso Moro nata, nel 2009, da una lettera anonima inviata a un quotidiano. "Quando riceverete questa lettera, saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte come da mie disposizioni. Ho passato la vita nel rimorso di quanto ho fatto e di quanto non ho fatto e cioè raccontare la verità  su certi fatti. Ora e' tardi, il cancro mi sta divorando e non voglio che mio figlio sappia. La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. Provate a parlare con chi guidava la moto, e' possibile che voglia farlo, da allora non ci siamo più parlati, anche se ho avuto modo di incontralo ultimamente...".

E l'anonimo fornì, nella lettera, anche concreti elementi per rintracciare il guidatore della Honda. Elementi che Enrico Rossi non trascurò. Infatti l’ex poliziotto precisa: “Sono riuscito a rintracciare nel 2011 gli uomini sulla Honda ma mi fermarono. E non sono riuscito ad interrogare quello che era alla guida”.  Un altro mistero, che si aggiunge e si intreccia agli altri fatti “oscuri” perchè, adesso, questi sono morti. Entrambi.

Ma questa lettera che ha riaperto, l’ennesima indagine finita nel nulla sul rapimento e uccisione dell’ex statista democristiano, ha creato anche nuovi interrogativi, misteri e forse anche nuovi tentativi di depistaggio.

Perché infatti proprio adesso queste nuove rivelazioni? Certo è che sia per i brigatisti che per gli stessi magistrati, quella Honda blu presente sul luogo del rapimento è stata in passato ed è tutt’ora un mistero. E su questo punto, per una volta, sono tutti d'accordo. 

La misteriosa moto blu

La Honda blu presente in via Fani il 16 marzo del 1978 è un rompicapo. I capi brigatisti hanno sempre negato che a bordo ci fossero due loro uomini, ma da quella moto si spararono gli unici colpi verso un "civile" presente sulla scena del rapimento, l'ingegner Alessandro Marini, uno dei testimoni più citati dalla sentenza del primo processo Moro. Mario Moretti e Valerio Morucci sono stati sempre chiarissimi su quella moto blu di grossa cilindrata: "Non è certamente roba nostra. L'ingegner Marini si salvò solo perchè cadde di lato quando una raffica partita da un piccolo mitra fu scaricata contro di lui "ad altezza d'uomo" proprio da uno dei due che viaggiavano sulla moto. Marini fu interrogato alle 10.15 del 16 marzo e disse che il conducente della moto era un giovane di 20-22 anni, molto magro, con il viso lungo e le guance scavate, che  gli ricordava l'attore Edoardo De Filippo".

Dietro, sulla moto blu, un uomo con il passamontagna scuro, l’autore della lettera, che esplose colpi di mitra nella direzione dell'ingegnere perdendo poi il caricatore che cadde dal piccolo mitra durante la fuga. La sera a casa Marini arrivò la prima telefonata di minacce: "Devi stare zitto". Per giorni le intimidazioni continuarono. Poi l'ingegnere capì e decise di trasferirsi in Svizzera per tre anni.

Il mitra dello 007

A terra in via Fani rimasero quindi anche i proiettili sparati dal piccolo mitra ma le perizie sembrano tacere su questo particolare. Sarebbe questa l'ottava arma usata in via Fani: 4 mitra, 2 pistole, oltre alla pistola dell'agente Zizzi, che scortava Moro. Infine quella in mano all'uomo della Honda.
Il caricatore cadde dalla moto e Marini lo fece ritrovare ma questo non sembra essere stato messo a raffronto con i tre mitra (ritrovati in covi Br) che spararono in via Fani. Sulla scena ce n’è anche un quarto ma non fu mai ritrovato.

Il trasbordo del presidente e le foto sparite nel nulla 

Quella mattina, subito dopo l’attacco rapido e sanguinario del commando, il trasbordo del presidente DC avvenne invece piuttosto lentamente, una calma quasi surreale visto ciò che era appena accaduto. Così lo descrisse una testimone. Ma non era la sola. Al numero 109 di Via Fani, un altro spettatore scatta dal balcone di casa una dozzina di foto della scena della strage a pochi secondi dalla fuga del commando. Di quelle foto, consegnate quasi subito alla magistratura dalla moglie dell’uomo, una giornalista dell’agenzia ASCA, non si saprà più nulla.

Strane presenze in via Fani: l'uomo dei Servizi 

Chi era veramente presente quella mattina in via Fani? Le Commissioni parlamentari hanno ormai confermato, tanto per riportare alcuni nomi alquanto "particolari", che quella mattina alle nove, in via Stresa, a duecento metri da via Fani, c'era un colonnello del SISMI, il colonnello Guglielmi, il quale faceva parte della VII divisione ovvero di quella divisione del Sismi che controllava Gladio e al quale fa riferimento l’ex agente 007 a bordo della Honda che ha sparato a Marini e poi scritto la lettera nel 2009. Guglielmi, che dipendeva direttamente dal generale Musumeci, esponente della P2 implicato in vari depistaggi e condannato nel processo sulla strage di Bologna, confermò che quella mattina era in via Stresa, a duecento metri dall'incrocio con via Fani, perché doveva andare a pranzo da un amico.

Le borse del presidente

Poi c’è il mistero sulla sparizione di alcune delle borse di Moro. Secondo la testimonianza della moglie Eleonora, il presidente usciva abitualmente di casa portando con sè cinque borse: una contenente documenti riservati, una di medicinali ed oggetti personali; nelle altre tre vi erano ritagli di giornale e tesi di laurea dei suoi studenti. Subito dopo l'agguato sull'auto di Moro vennero però rinvenute solamente tre borse. La signora Moro dichiarò: "I terroristi dovevano sapere come e dove cercare, perché in macchina c'era una bella costellazione di borse".  

La seduta "spiritica"

Tra le vicende inusuali accadute durante i 55 giorni del rapimento Moro è da menzionare anche quella del 2 aprile 1978. Nella casa di campagna di Alberto Clò a Zappolino, alle porte di Bologna, si riunì un gruppo di professori universitari con tanto di mogli e bambini. Erano presenti l'ex presidente del Consiglio Romano Prodi con la moglie Flavia. Secondo i racconti, per allentare la noia di una giornata di pioggia, a qualcuno dei partecipanti venne la bizzarra idea di tenere una seduta spiritica.

I partecipanti avrebbero quindi evocato gli spiriti di don Luigi Sturzo e Giorgio La Pira, chiedendo loro dove si trovasse la prigione di Aldo Moro. Gli spiriti formarono le parole Bolsena-Viterbo-Gradoli e indicarono anche il numero 96. Secondo i racconti dei partecipanti, fu proprio il terzo nome ad incuriosirli, tanto da prendere un atlante per controllare se esistesse una località chiamata Gradoli. Il 4 aprile, a Roma per un convegno, Prodi parlò di questa indicazione a Umberto Cavina, capo ufficio stampa della DC, che la trasmise a Luigi Zanda, addetto stampa del ministro dell'Interno, il quale fece un appunto per il capo della polizia, Giuseppe Parlato. Parlato ordinò di perquisire la zona lungo la statale 74, nel piccolo tratto in provincia di Viterbo, in località Gradoli, casa isolata con cantina. Il rastrellamento della zona viene effettuato il 6 aprile, senza risultati. Poi si scoprirà dopo la verità.

La figura discussa e controversa del brigatista Mario Moretti, ideatore del rapimento Moro

Moretti, deus ex machina del rapimento, sembra in base ad una relazione parlamentare che fosse conosciuto alle forze dell’ordine prima ancora della strage di via Fani e sembra che la sua latitanza fosse in qualche modo “protetta” da coloro che avrebbero dovuto contrastare il fenomeno terroristico. Mario Moretti sfuggì infatti alla cattura, mentre venivano regolarmente arrestati i suoi compagni in via Boiardo a Milano nel 1972 e a Pinerolo (Torino) nel 1974.

Ci sono altri tre interrogativi ancora aperti e che in qualche modo dimostrerebbero la "vicinanza" di Moretti ai nostri apparati di sicurezza: il mandato di cattura nei suoi confronti viene spiccato solo il 19 maggio 1978 e non il 24 aprile quando viene emesso nei confronti degli altri brigatisti; il nome di Moretti non compare tra quelli dei terroristi sui quali il Capo della Polizia ipotizza di istituire una taglia; la comunicazione del ministero dell’Interno inerente le ricerche di Moretti è l’unica della quale non viene segnalata l’urgenza.

Risultato: la relazione presentata dall’onorevole Walter Bielli nel 25 luglio 2001 alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia, avanza anche pesanti dubbi sull’operato della magistratura romana durante i 55 giorni del sequestro del presidente della DC.

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