Il dossier della Fondazione ICSA propone una svolta radicale per la sicurezza europea: superare l’unanimità, rafforzare il comando militare comune ed emanciparsi dall’ombrello americano. Tra i passaggi più complessi c’è anche l’ipotesi di interventi armati europei senza autorizzazione delle Nazioni Unite. Il dossier della Fondazione ICSA sulla difesa europea non è soltanto un documento tecnico. È soprattutto un testo politico che fotografa un cambiamento profondo: la convinzione crescente, in parte delle élite strategiche europee, che l’Europa debba prepararsi a un futuro in cui gli Stati Uniti non saranno più disposti — o non saranno più in grado — di garantire automaticamente la sicurezza del continente.
Il rapporto, intitolato “Quale difesa per l’Europa”, curato da Leonardo Tricarico e Gregory Alegi, parte da una premessa molto netta. Secondo gli autori, la guerra in Ucraina, le tensioni nel Golfo Persico e il progressivo “disimpegno strategico” americano avrebbero dimostrato che l’attuale architettura europea della sicurezza non è più adeguata. L’Unione Europea viene descritta come una potenza economica priva però di una reale capacità militare autonoma, incapace di reagire rapidamente alle crisi e paralizzata da procedure decisionali considerate ormai obsolete. Ma sono soprattutto alcuni passaggi del documento a rivelare quanto il dibattito sulla futura difesa europea stia assumendo toni molto più radicali rispetto al passato.
Il superamento del veto e il nuovo peso delle potenze continentali
Uno dei punti più delicati riguarda il superamento del principio dell’unanimità nelle decisioni sulla difesa. Il report sostiene apertamente che i Paesi europei con un contributo marginale non dovrebbero poter bloccare decisioni strategiche comuni. La soluzione proposta è un sistema basato sulla maggioranza qualificata e su una governance proporzionale al peso militare ed economico degli Stati membri. La formula utilizzata dagli autori è particolarmente esplicita: «chi rischia e spende di più, comanda». Una visione che rompe con l’attuale equilibrio comunitario e che, se applicata, rafforzerebbe inevitabilmente il peso di Francia, Germania e Italia, ridimensionando invece quello degli Stati minori.
Non è difficile immaginare le resistenze che una simile impostazione potrebbe provocare in molte capitali europee, soprattutto nell’Est Europa e nei Paesi più piccoli, storicamente gelosi delle proprie prerogative nazionali. Il documento propone inoltre la creazione di un vero e proprio “Consiglio per gli Affari della Difesa”, separato dagli Affari Esteri, insieme a un Alto Rappresentante per la Difesa dotato di poteri esecutivi. Un’impostazione che, di fatto, trasformerebbe profondamente la natura stessa dell’Unione Europea, spostando quote significative di sovranità nazionale verso strutture comuni.
Interventi armati e autonomia dal Consiglio di Sicurezza ONU
Ma il passaggio più complesso è probabilmente quello dedicato alla possibilità di interventi militari europei senza autorizzazione delle Nazioni Unite. Il rapporto afferma infatti che l’Europa dovrebbe essere pronta a intervenire «ogni qualvolta il diritto venga calpestato», anche qualora il Consiglio di Sicurezza ONU risultasse paralizzato dai veti delle grandi potenze. Gli autori osservano che nel Consiglio di Sicurezza siedono «probabilmente i maggiori responsabili del disordine» internazionale. Un’affermazione pesantissima che colpisce direttamente Russia e Cina, ma che mette indirettamente in discussione l’intera architettura multilaterale nata dopo la Seconda guerra mondiale.
Il tema è estremamente sensibile perché apre implicitamente alla legittimazione di operazioni militari “umanitarie” decise autonomamente dall’Europa, senza un mandato ONU. Un approccio che richiama inevitabilmente i precedenti del Kosovo, della Libia e delle guerre preventive occidentali degli ultimi decenni. Nel testo emerge chiaramente l’idea che l’Europa debba prepararsi a esercitare la forza militare come strumento autonomo di politica internazionale, non più soltanto come supporto subordinato alla NATO o agli Stati Uniti. Il rapporto insiste inoltre sulla necessità di emanciparsi progressivamente dall’ombrello strategico americano. Pur definendo la NATO «centrale» per la sicurezza europea, gli autori ritengono che l’Europa debba acquisire capacità autonome in settori chiave come difesa missilistica, cyber, intelligence, spazio e persino deterrenza nucleare.
Viene persino evocata, nel lungo periodo, l’ipotesi di un deterrente nucleare europeo multilaterale fondato sulle capacità franco-britanniche. Un tema che fino a pochi anni fa sarebbe stato quasi impensabile nel dibattito pubblico europeo. Accanto agli aspetti militari, il dossier affronta anche la dimensione geopolitica africana. Secondo gli autori, il Sahel e l’Africa subsahariana stanno diventando il principale terreno di competizione tra Europa, Russia, Cina, Turchia e monarchie del Golfo. L’Europa, priva di una propria capacità militare autonoma, rischierebbe quindi di perdere influenza strategica e di non riuscire a proteggere né le rotte commerciali né gli investimenti legati a materie prime critiche, energia e infrastrutture.
Nel complesso il documento della Fondazione ICSA rappresenta uno dei segnali più chiari di come, dentro una parte degli ambienti strategici europei, stia maturando una visione molto diversa rispetto al passato: meno dipendenza dagli Stati Uniti, più integrazione militare europea, maggiore disponibilità all’uso della forza e una progressiva trasformazione dell’UE da potenza economica e normativa a soggetto geopolitico armato. Un cambiamento che potrebbe ridefinire non solo il futuro della NATO, ma anche l’identità politica stessa dell’Europa.
