Michael Jackson è il più grande enigma della storia della musica: più si prova a fissarne l’identità, più questa si moltiplica e si contraddice. Ed è proprio questa inclassificabilità, questa impossibilità di chiuderlo in una versione definitiva, che continua ad alimentarne la presenza nella cultura contemporanea. L’uscita del biopic Michael riporta il tema in primo piano rimettendo al cento una figura che, a ogni tentativo di racconto, si sottrae e si espande insieme.
Per comprendere Michael Jackson bisogna partire da una matrice tutt’altro che neutra. A Gary, Indiana, sotto la guida del padre Joseph Jackson, il talento non è una scoperta ma una costruzione: disciplina ferrea, controllo ossessivo, paura come metodo. Nei Jackson 5, Michael si forma come performer prima ancora che come individuo.
L’infanzia viene compressa, sostituita da una allenamenti ferrei e una pratica continua che producono insieme eccellenza e fragilità. Il biopic insiste proprio su questa fase, privilegiando la metamorfosi più che la cronaca. La crescita di Jackson è raccontata come una trasformazione progressiva: da un’infanzia quasi ovattata, chiusa in spazi protetti e insieme isolanti, a una ricerca sempre più urgente di autonomia. Attorno a lui si muovono figure che aprono varchi nel muro di disciplina imposto dal padre: il geniale produttore Quincy Jones, architetto del passaggio alla maturità artistica; e soprattutto l’avvocato John Branca, l’uomo che formalizza la rottura con il controllo paterno. È qui che il racconto trova una delle sue linee più solide: il tentativo di diventare adulto senza avere mai avuto davvero un’infanzia.
Negli anni Ottanta, questa tensione si traduce in rivoluzione. Con l’album Thriller, Jackson ridefinisce il pop: il videoclip diventa cinema, la danza linguaggio globale, la performance un sistema totale. Il moonwalk si impone come gesto universale, mentre la sua affermazione su MTV contribuisce ad abbattere barriere culturali e razziali. Jackson non si limita a dominare il pop: lo riscrive su scala globale.
Ma questa ascesa è attraversata da fratture profonde. Nel 1984, durante uno spot per Pepsi Cola, un incidente gli provoca ustioni al cuoio capelluto. Da quel momento, il dolore e le cure introducono una dipendenza da antidolorifici che negli anni si intensifica. Il corpo diventa un terreno instabile, segnato anche dalla vitiligine, che altera la pigmentazione della pelle, creando chiazze più chiare anche molto estese, fatto che alimenta una narrazione pubblica ossessiva sul cosiddetto “sbiancamento volontario”.
Anche le relazioni raccontano questa complessità. Emblematico il rapporto con Paul McCartney: dopo essersi fatto dare consigli dall’ex Batles sugli investimenti finanziari, Jackson acquista nel 1985 il catalogo ATV Music per 47,5 milioni di dollari, includendo anche le canzoni dei Beatles che McCartney e Yoko Ono avevano invano tentato di ottenere. Un’operazione brillante che segna però una rottura personale.
La dimensione privata si ritrae nella tenuta luna park Neverland Ranch, rifugio e simbolo insieme, dove il Re del Pop ospita bambini con le le loro famiglie. Ma quel rifugio viene violato durante le indagini quando la polizia fa irruzione nella villa-parco giochi nel 2003. Le accuse di molestie sessuali su minori segnano il punto di massima esposizione. Il processo, durato mesi e preceduto da anni di indagini, si conclude con un’assoluzione piena. Il verdetto non chiude però il caso nella percezione pubblica, riattivata da narrazioni che rilanciano le accuse di molestie come quella del documentario Leaving Neverland.
Diretto da Antoine Fuqua e interpretato da Jaafar Jackson, figlio di Jermaine, uno dei fratelli maggiori di Michael, il biopic uscito nei giorni scorsi punta tutto sulla ricostruzione fisica e performativa: prove, studio maniacale dei gesti, una mimesi quasi ossessiva che restituisce con grande efficacia la presenza scenica. E qui entra in gioco ancora una volta il peso del talento ereditario, quello con cui Jaafar replica il corpo dello zio. Jaafar non si limita a imitarlo, ma ne restituisce con impressionante precisione postura, gesti e carisma. La sua interpretazione, sospesa tra replica e interiorizzazione, è uno degli elementi più convincenti del film.
Ma è sul piano narrativo che emergono le tensioni. Il film si ferma prima della caduta, evitando le accuse e il processo: una scelta letta da molti come prudente, se non apertamente protettiva. Dietro questa impostazione pesa anche il coinvolgimento degli eedi Jackson nella produzione, elemento che ha contribuito, secondo diverse letture critiche, a orientare il racconto verso una dimensione più controllata. A colpire sono anche le assenze: la sorella Janet e soprattutto l’amica di sempre, Diana Ross, figura decisiva nei primi anni, che scompare del tutto. Non semplici dettagli, ma vuoti che ridisegnano la mappa delle relazioni.
Michael Jackson resta così una figura eccedente: un genio che ha trasformato musica e danza, un uomo segnato da traumi, dolore e dipendenze, un imputato pienamente assolto dalla giuria ma mai definitivamente assolto nell’opinione pubblica. La sua vita si chiude nel 2009, a cinquant’anni, per un arresto cardiaco causato da un’intossicazione acuta da benzodiazepine e propofol.
Il biopic riapre dunque il racconto, ma non lo conclude. E forse non può farlo. Perché Michael Jackson resta un enigma, e proprio in questa impossibilità di definirlo una volta per tutte continua a risiedere la sua forza: non una storia conclusa, ma un nodo che il presente continua a tentare di sciogliere. Senza riuscirci.
