Mentre da ore la provincia di Rieti, e le città tra le Marche e gli Abruzzi sono sconvolte per il violento terremoto che ha scosso l'Italia centrale alle 3.36 di stamattina, il 24 agosto è una data che riporta alla mente anche a un'altra catastrofe naturale. Proprio oggi si ricorda la devastante eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. che, intorno alle 10 del mattino, seppellì le città di Pompei, poi Ercolano e Stabia. Oggi tra i siti archeologici più visitati al mondo.

Quella mattina un'enorme nube a forma di gigantesco albero oscurò il cielo nel golfo di Napoli e dopo un boato proveniente dalle profondità del Vesuvio, arrivò una pioggia di ceneri e lapilli che iniziarono a colpire le città.
L'esplosione della lava solidificata proveniente dal cratere, e provocata dalla spinta dei gas, propiettò in aria il magma che solidificandosi a contatto con l'ossigeno, e a causa della brusca caduta di pressione, si trasformò in pietre grigie, leggere e porose. In una parola l'Apocalisse. 

Proprio come racconta in una lettera Plinio il Giovane allo storico Tacito narrando la morte dello zio, Plinio il Vecchio, mentre cercava di portare soccorso alle città devastate: "(...) Si andava formando una nube che per forma e somiglianza nessun albero esprimerebbe meglio del pino". Quando poi cielo si fece nero una pioggia di cenere finissima mista a lapilli si abbattè sulla terra. L'inferno durò due giorni.

Alle 7.30 del 25 agosto, infatti, una scarica violentissima di gas tossico e cenere ardente devastò definitivamente le città campane uccidendo chi stava cercando di sfuggire e ricoprendo edifici e i monumenti di una coltre di circa 6 metri che avvolse i corpi e le cose aderendo come un manto. E quando la furia del vulcano si placò, l'intera area era cambiata: il fiume Sarno stentava a ritrovare il suo corso, mentre la costa aveva rubato spazio al mare.

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