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Banche in crisi: cosa rischiano (davvero) i clienti

Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Banca Marche, Carife e Banca Etruria: ecco quanto costerà il salvataggio dei cinque istituti

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La sede di Banca d'Italia a Roma – Credits: ANSA

Cinque banche italiane sono in crisi di liquidità. Tre sono a un passo dall'insolvenza se non si interverrà a livello di sistema e se Bruxelles non metterà i bastoni tra le ruote.

Perché stavolta a pagare non sarà (e non potrà farlo) lo Stato.

Lo faranno le altre banche, se vorranno, o direttamente i clienti, come prevedono le nuove regole comunitarie che entreranno in vigore il primo gennaio 2016.

Anzi. Molti italiani, che per intere generazioni hanno affidato i loro risparmi alle banche del territorio, i cui vertici sempre più spesso finiscono nel mirino dei giudici, hanno già iniziato a pagare.

Le Popolari in Veneto
A partire dagli imprenditori e dalle famiglie del Nord Est, costretti a diventare azionisti della Popolare di Vicenza e Veneto Banca, quando negli anni passati hanno ricevuto in cambio finanziamenti "agevolati":  uno scambio che ora rischia di polverizzare parte dei risparmi investiti in azioni dei due istituti.

Il valore dei titoli che malvolentieri hanno acquistato allo sportello è destinato a calare quando i due istituti approderanno in Borsa il prossimo anno, come hanno confermato i vertici delle due Popolari costrette a ingenti ricapitalizzazioni (1,5 miliardi la Popolare di Vicenza e fino a 1 miliardo Veneto Banca).

Di quanto, ancora non si sa, ma alcuni analisti parlano addirittura di un crollo dell'80%.

Di certo, per ora, c'è solo il taglio a settembre di oltre il 20% del prezzo delle azioni deciso dai due istituti, passate da 62,5 a 48 euro per la Popolare di Vicenza e da 39,5 a 30,5 euro per Veneto Banca.

Ma nonostante la pesante svalutazione dei titoli in portafoglio, i clienti delle due Popolari venete possono dormire notti piuttosto tranquille.

Gli istituti disastrati del Centro Italia
Se non altro meno insonni di quelle che stanno passando i clienti più ricchi di tre banche sull'orlo del crac del Centro Italia: Banca Marche, Carife, Banca Etruria.

Nel caso peggiore di insolvenza di tutti e tre gli istituti, il Fondo interbancario di tutela dei depositi, il cui scopo è quello di garantire i depositanti delle banche consorziate, a seconda della loro quota di mercato, garantirebbe i depositi inferiori a 100.000 euro.

Un conto salatissimo, in questo caso, per i banchieri: oltre 10 miliardi di euro, di cui solo 7,5 miliardi per Banca Marche.

Senza contare gli effetti devastanti su tutto il sistema bancario.

A paventare il rischio "fuga dagli sportelli", come a Cipro due anni fa, è stato il presidente del Fondo Interbancario, Salvatore Maccarone.

Non a caso il consorzio stesso, come riportava la Reuters, si è riunito a ottobre sul complesso tema del salvataggio delle tre banche commissariate da Banca d'Italia: l'obiettivo è quello di partecipare alla ricapitalizzazione dei tre istituti direttamente o tramite veicoli ad hoc.

In questo modo, il conto per i banchieri scenderebbe a poco più di 2 miliardi di euro. Ma di mezzo c’è la Ue, che sente già odore di aiuti di Stato.

La questione del bail - in
L'alternativa ai banchieri sono i clienti, di ogni taglia.

Istituzionali o al dettaglio, e quindi anche imprenditori e famiglie, saranno proprio loro a pagare il salvataggio degli istituti, se dall'Europa arrivasse l'alt al piano del Fondo Interbancario.

Le nuove norme sulla risoluzione delle banche (bail – in), che entreranno in vigore il primo gennaio del 2016, prevedono infatti il coinvolgimento degli azionisti, dei possessori dei titoli subordinati e, solo in ultima istanza, degli obbligazionisti e dei correntisti, nella parte eccedente i 100.000 euro.

Fino ad ora l'attenzione della politica e dei Regolatori si è focalizzata sui depositi.

Ma in alcuni casi, come per Banca Marche, che avrebbe bisogno di un miliardo di euro per rimettersi in sesto, in giro si conterebbero 400 milioni di euro in obbligazioni subordinate.

Senza contare che l’introduzione del bail-in potrebbe avere un impatto sul costo di funding delle banche, che oggi contano molto sui finanziamenti a basso costo della Bce, ma in futuro per finanziarsi potrebbero tornare a spingere sul fronte emissioni di obbligazioni bancarie.

Ecco perché il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, è tornato sul tema di recente in un'audizione al Parlamento chiedendo una maggiore tutela, oltre ai depositanti oltre i 100.000 euro, anche delle altre categorie di creditori.

In particolare, dei "portatori di obbligazioni non garantite" che hanno sottoscritto i loro titoli prima dell’entrata in vigore delle nuove regole sul salvataggio delle banche.

In caso di bail-in i titoli di debito (prima le obbligazioni subordinate e poi, nei casi più gravi, anche quelle ordinarie non garantite o senior unsecured) verrebbero svalutati o convertiti in capitale, e quindi in azioni delle banche.

Un appello che è stato recepito oggi in parte dal Palazzo, visto che la bozza di parere sul decreto legislativo di attuazione delle direttive Ue sulle crisi bancarie prevede un rinvio al 2019, come chiesto dall'Abi (l'associazione delle banche), della clausola che, in caso di bail-in, permette di salvare non solo i conti correnti fino a 100.000 euro ma anche i depositi corporate e interbancari ("depositor preference") superiori a questa soglia, penalizzando di fatto i detentori delle obbligazioni senior non garantite.

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