Minibond, le 10 cose da sapere

Le nuove obbligazioni studiate per le Pmi a caccia di liquidità sono facili da emettere, meno complicate e meno costose. Ma per chi investe in questo strumento i problemi (e i rischi) sono molti

Gianluca Ferraris

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Tutti ne parlano: il governatore di Bankitalia Ignazio Visco applaude ai primi risultati tangibili, Confindustria organizza convegni per spiegare le loro potenzialità, le imprese, a sentire gli addetti ai lavori, fanno la coda per approfittarne, le banche (ma anche la Cassa depositi e prestiti) lavorano per essere della partita, fondi e advisor cercano di approfittarne. I risparmiatori, invece, si chiedono se si tratti di un investimento facile e conveniente come sembra. Sono i minibond, la principale novità introdotta nell’ultimo biennio in tema di investimenti, da qualche mese pienamente operativi dopo che il decreto Destinazione Italia ne ha stabilito i confini. Di cosa si tratta esattamente? Ecco le dieci cose da sapere.

Cosa sono i minibond?
Sono semplici obbligazioni, dunque titoli di credito emessi da una società in cambio di un prestito. Come tutte le obbligazioni hanno un tasso d’interesse riconosciuto sotto forma di cedola semestrale o annuale, e una data di scadenza.

In cosa differiscono dalle obbligazioni corporate classiche?
La novità principale, contenuta nel decreto Sviluppo che ha introdotto i minibond a fine 2012, è che possono venire emessi da piccole e medie imprese (da qui il termine mini) senza ricorrere necessariamente a intermediazione bancaria o finanziaria. Anche i prospetti informativi richiesti sono molto più snelli rispetto a quelli tradizionali: basta la certificazione degli ultimi due bilanci.

Chi può emetterli?
Tutte le società (spa ma anche srl) con un fatturato annuo superiore ai due milioni di euro e che abbiano fatto certificare da una società di revisione l’ultimo bilancio approvato. Non occorre essere quotati e non è obbligatorio possedere un rating.

Chi può sottoscriverli?
La sottoscrizione di queste obbligazioni è riservata a investitori istituzionali professionali ed altri soggetti qualificati. Non è prevista per ora la diffusione ai piccoli risparmiatori di questi titoli di debito.

Un privato può sottoscrivere un minibond?
Non al momento dell’emissione, riservata appunto agli addetti ai lavori. Esiste una sorta di mercato secondario sul circuito Extra Mot Pro, dove accanto ai minibond classici che i titolari decidono di scambiare si trovano anche minibond emessi da società più grandi che hanno deciso di approfittare dei minori vincoli.

Quanto vale il mercato?
Il mercato dei minibond coinvolge teoricamente quasi 110 mila imprese e potrebbe valere tra i 50 e i 100 miliardi di euro l’anno, non a caso la stessa cifra che si è persa negli ultimi anni per effetto della stretta creditizia. Lo strumento, del resto, era stato messo a punto dal governo Monti proprio per migliorare l’accesso alla liquidità da parte delle piccole imprese. Secondo un’analisi di Crif Intelligence, tuttavia, le candidate ideali (solo spa, fatturato superiore ai 5 milioni e utili medi del 10 per cento) sono poco più di 10 mila. Abbastanza comunque per dare vita a un interessante mercato alternativo del credito.

Chi lo ha già fatto?
Attualmente i titoli proposti sull’Extra Mot Pro (non è obbligatorio, ma è la formula fiscalmente più conveniente per gli investitori) sono una trentina. Hanno emesso minibond realtà cooperative medio-grandi come Manutencoop e Filca, realtà più piccole del settore costruzioni e real estate, e ancora web company come la modenese Primisuimotori, aziende calzaturiere, società finanziarie (Fi Holding), di servizi (Microcinema) e del segmento luxury (Jsh Group).

Qual è il ruolo delle banche?
Non è necessario appoggiarsi a una banca per emettere un minibond. Gli istituti di credito, però, hanno fiutato per primi l’affare e in molti dei casi sopracitati hanno fatto comunque da advisor per il collocamento di queste obbligazioni semplificate. Altre banche (è il caso di Akros, Bpm, Mps, Popolare di Vicenza e Intesa San Paolo), così come diversi fondi di investimento, hanno già lanciato o stanno per lanciare prodotti obbligazionari che sono, in estrema sintesi, panieri composti da minibond.

Quali costi ci sono per aziende e risparmiatore?
I costi per le società emettitrici sono volutamente molto bassi, non essendo previste commissioni. In generale con meno di 40 mila euro è possibile farsi assistere da un advisor, certificare i propri bilanci e presentare la domanda di ammissione alla Consob. Con altri 20 mila euro è possibile farsi assegnare un rating dalle società specializzate: il rating, come abbiamo detto, non è obbligatorio ma il suo conferimento, specie se elevato, rende più appetibile l’emissione e consente alla società di indebitarsi a tassi più bassi. Per i risparmiatori i costi sono gli stessi di una sottoscrizione analoga (obbligazione o bond), ma restano le commissioni di piattaforma.

Rendimenti e rischi
Le cedole sono molto interessanti, soprattutto in un momento come questo in cui le emissioni di titoli di Stato e big corporate bond offrono tassi relativamente bassi: i titoli attualmente scambiati sull’Extra Mot Pro presentano un rendimento medio del 5 per cento netto, con punte che raggiungono il 9. Come sempre, però, occorre ricordare la regola aurea dell’investitore: ad alti rendimenti corrispondono sempre alti rischi. Nel caso dei minibond, poi, gli imprevisti sono ancora maggiori perché legati da un lato alle scelte del sottoscrittore primario (si può acquistare solo cioò di cui voglia in qualche modo “liberarsi”) e, dall’altro, alla scarsa negoziabilità e all’alta volatilità dei titoli una volta in portafoglio.

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