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Aziende

Descalzi (Eni): "Il gas è il futuro dell'energia"

Dopo la scoperta del maxi-giacimento in Egitto, il numero uno del gruppo fa il punto sulle prospettive del metano, sull'Italia e sulle crisi internazionali

Alla fine, un lungo applauso accoglie le ultime parole di Claudio Descalzi: "Non viene ricordato spesso" scandisce l’amministratore delegato dell’Eni, "ma in nessun altro Paese investiamo quanto in Italia: quasi 8 miliardi di euro nel piano quadriennale 2015-2018. Operiamo in 83 nazioni, però il nostro successo nasce qui, dove diamo lavoro a 24 mila persone: qui ci sono le nostre origini, qui continueremo a stare".

La sala, piena di dirigenti e quadri con il cane a sei zampe stampato sulla camicia, è in un basso edificio ai limiti di un grande complesso industriale che dalla pineta si stende fino al mare. Siamo a Ravenna, in un’area che ospita molte attività storiche dell’Eni del settore chimico, elettrico, del gas e che non veniva visitata da un amministratore delegato dell’Eni fin dai tempi di Enrico Mattei, il "papà" del gruppo petrolifero. Questa è la tappa principale del tour che Descalzi sta conducendo in tutti i siti italiani: il tema è la sicurezza, attualissimo dopo la tragedia che ha colpito la raffineria di Priolo mercoledì 9 settembre con due morti: «Per noi l’obiettivo è arrivare a incidenti-zero» dice il top manager.


Panorama ha seguito l’amministratore delegato dell’Eni nel suo giro tra gli impianti, salendo e scendendo dal pullman che ci ha condotto nello stabilimento dove nascono i polimeri destinati a finire negli pneumatici e nelle piste di atletica, nella centrale elettrica di Enipower, lungo il canale dove si ormeggiano le navi e dove si lavora il gas dell’Adriatico. «Potremmo produrre più metano nel nord dell’Adriatico» ammette Descalzi al termine del tour, "ma non ce lo lasciano fare. E io francamente non me la sento di fare una battaglia su questo argomento in Italia: ci chiamano in tutto il mondo per cercare e sfruttare nuovi giacimenti, compresa la Norvegia che all’ambiente è attentissima".


Di quanto potrebbe aumentare la produzione di gas e petrolio in Italia?
Potrebbe raddoppiare nel giro di un decennio, evitando circa 50 miliardi di euro di importazioni e garantendo 25 miliardi di maggiori introiti per le casse dello Stato. Con una crescita occupazionale per diverse decine di migliaia di persone. Negli ultimi 10 anni, invece, la produzione italiana è scesa da 400 mila a 200 mila barili equivalenti al giorno e copre circa il 10 per cento della domanda nazionale. L’Italia, diversamente da quel che si ritiene, non è un paese povero di risorse petrolifere e gassifere. Il patrimonio di idrocarburi italiano va riletto all’interno del contesto europeo dove l’Italia occupa una posizione tutt’altro che marginale: esclusi i grandi produttori del Mare del Nord (Norvegia e Regno Unito), occupa il primo posto per riserve di petrolio ed è il secondo produttore dopo la Danimarca. Nel gas, invece, si attesta in quarta posizione per riserve e in sesta per produzione.  


Lo Sblocca Italia non ha reso più facile l’esplorazione petrolifera?
Sì, ma il fenomeno Nimby è ancora forte: soprattutto dove non siamo già presenti, dove c’è minore conoscenza dell’industria petrolifera.


Le royalities italiane sono più basse rispetto agli altri Paesi?
In Italia, il prelievo fiscale totale sulle attività di estrazione e produzione di idrocarburi è tra i più elevati in Europa, in quanto le royalties rappresentano solo una delle componenti della fiscalità che lo Stato italiano applica alle società.


Ai suoi manager ha ribadito che l’Italia resta centrale per l’Eni: ma la chimica e la raffinazione non sono forse in difficoltà, non sarebbe meglio concentrarvi sul vostro core-business petrolifero?
Intanto la raffinazione fa parte del core-business: il problema è che in Europa c’è un eccesso di capacità e questo mette in difficoltà gli impianti meno efficienti. Noi abbiamo migliorato l’efficienza e i 5 impianti di raffinazione che abbiamo in Italia ora vanno bene così. Per quanto riguarda la chimica, potrebbe essere utile trovare dei partner, ma senza che l’Eni esca completamente da queste attività. Comunque non ci sono novità a breve.


Quindi non lasciate l’Italia?
Assolutamente no! Il nostro comportamento e i risultati raggiunti ne sono la dimostrazione. Secondo lei occuperei il mio tempo visitando siti in un Paese dal quale vogliamo uscire? Come ho già detto, crediamo nell’Italia e non solo per quanto riguarda lo sfruttamento delle sue risorse di idrocarburi. Abbiamo lanciato progetti ambiziosi con grande successo, come la riconversione di Venezia e di Gela, che ci consentiranno, entro quest’anno, di portare in attivo tutti i nostri business anche quelli che erano stati in perdita per anni e tutto questo senza perdere neanche un posto di lavoro.


Venderete Saipem?
Non la stiamo vendendo, la nostra priorità è deconsolidare il debito. Non escludo che Eni rimanga nell’azionariato ma è meglio per tutti che la Saipem acquisti la sua indipendenza finanziaria.


Come vede il futuro del gas come fonte energetica?
È il futuro. Per ridurre le emissioni, in Europa come nel resto del mondo, non possiamo fare affidamento solo sulle rinnovabili. Il gas, di cui c’è ampia disponibilità nel mondo rappresenta l’alternativa più valida oggi disponibile. Sia per produrre elettricità, sia nei trasporti.


Avete appena scoperto un maxi-giacimento di gas davanti all’Egitto: sbaglio o state trovando più gas che petrolio in questi ultimi anni?
È vero, quella del giacimento egiziano è la quinta grande scoperta dell’Eni nel giro di tre anni: siamo stati premiati a Londra da Petroleum Economist come migliore società al mondo di ricerca di gas e petrolio, cosa rara per una grande major. Ci aspettano decenni in cui la domanda di energia nel mondo continuerà a crescere e per questo la scoperta egiziana è particolarmente importante in quanto per l’Egitto significa autosufficienza energetica per decine di anni. Dobbiamo tener presente che il Paese aveva cominciato ad importare gas per fare fronte alla forte crescita dei consumi. Quindi questa scoperta ribalta le prospettive di medio-lungo termine.


Continuerà la sua battaglia contro il carbone?
Non stiamo facendo una guerra contro il carbone, ma sembra paradossale che il suo consumo in Europa cresca a discapito del gas. Con la caduta dei prezzi del metano, provocata dall’arrivo dello shale gas americano, il meccanismo europeo delle quote non funziona più: il carbone costa poco e viene usato in abbondanza nonostante produca tanta Co2. L’Europa dovrebbe trovare un altro sistema per rendere meno competitivo il carbone. Ma se l’obiettivo mondiale è di non superare i due gradi di aumento delle temperature, l’Europa non può fare tutto da sola: tra incentivi alle rinnovabili e trading delle quote di Co2, alla fine tanti costi ricadono sulle imprese europee, minando la loro competitività rispetto ai concorrenti americani e asiatici. Quindi sì alla lotta contro la Co2, ma da parte di tutti, non solo dell’Europa.


Come giudica la dura posizione dell’Europa contro il colosso russo Gazprom?
È un argomento che lascerei alla politica. Mi limito a dire che noi abbiamo un ottimo rapporto con Gazprom e che per molto tempo ancora non potremo fare a meno del gas russo. Per questo auspico che prevalga il buonsenso, che la crisi ucraina si riveli un episodio passeggero e che i rapporti tra Europa e Russia tornino sereni.


L’Eni è molto presente in Africa, che fornisce oltre la metà della sua produzione di gas e greggio: come si esce dall’emergenza profughi, secondo lei?
Portando sviluppo, come ha fatto l’Eni in questi 60 anni. Gli africani, come i siriani, non vogliono lasciare le loro case: sono costretti a farlo. Dobbiamo creare le condizioni affinché trovino pace e benessere. Perché l’Africa è il futuro dell’Europa.

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