La disperata bellezza della flora ferroviaria

Mio nonno, quello che mangiava 35 uova a settimana, verso le 5 del pomeriggio della domenica, dopo un corroborante zabajone doppio, prendeva busta di plastica e coltello e mi portava a cogliere cicoria nelle sterpaie vicino alla ferrovia. Un …Leggi tutto

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Daniela Ranieri

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Grazie a Simonetta e Nicoletta

Mio nonno, quello che mangiava 35 uova a settimana, verso le 5 del pomeriggio della domenica, dopo un corroborante zabajone doppio, prendeva busta di plastica e coltello e mi portava a cogliere cicoria nelle sterpaie vicino alla ferrovia. Un matto. E matti tutti a mandarmici, e farmi poi mangiare quelle erbacce, lessate alla sera, ad accompagnare un bel piatto di uova.

Non vorrei sembrare passatista, a parlare dell’oggi usando mio nonno. D’altra parte, anche mio nonno parlava di suo nonno e poi diceva qualcosa che poteva somigliare a «non vorrei sembrare passatista». Comunque, io non manderei mai mio figlio col nonno a rischiare la morte per procacciarsi il cibo.

Per chi crede nel progresso, qualsiasi discorso sulla natura ha un saporetto ideologico stantio. L’insistenza romantica sulla capacità della natura di imporre la sua fiera volontà di vita nonostante l’intervento umano ha inevitabilmente il sapore della reazione e della conservazione, o peggio della paccottiglia new age.

Molti di noi si sono ormai ragionevolmente rassegnati a non poter vivere una vita nei boschi, a succhiare sangue dalle bacche e nutrirsi di funghi da staccare dalle cortecce con le unghie; alcuni invece sono convinti di potersi recare in treno, in auto o in aereo in paesi quasi incontaminati, a lodarne col linguaggio risolutissimo e muto di foto scattate con portentosi ritrovati tecnologici la resistenza alla violenza di ferrovie, strade e aeroporti. Ahah.

Ogni volta che qualcuno sceglie di schierarsi tra erba e cemento, per l’una o per l’altro, io ho la stessa sensazione che proverei se mi dicesse che ha scelto l’aramaico come seconda lingua, oppure che dà rotelle di mouse al figlio al posto degli omogeneizzati.

Non partecipa a questo sciocco schieramento questo libro

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Confesso subito di avere provato un sentimento di deliberato amore per tutte le persone che sono state coinvolte nella sua realizzazione. Primo fra tutti, l’autore del manoscritto originale, che ha lo stesso (splendido) titolo.

Ernesto Schick, morto nel ’91, era biologo e “fitospedizionere” (cioè addetto al trasporto delle piante vive) della stazione ferroviaria di Chiasso. Qui è ricordato come uomo ombroso e riservato, che preferiva le serene forme vegetali a quelle caotiche delle vicende quotidiane, e tra gli uomini gli addetti alle ferrovie, i manovali, i manovratori, le «persone dalle mani nocchiute e operose»; un naturalista non in un senso antiumano e antiprogressista, al contrario: figlio dell’Illuminismo, aveva orrore delle superstizioni e delle credenze su salamandre maligne, serpenti fantasmi e diavoli che popolano le valli.

Dal ’69 per 10 anni si mette a studiare e a catalogare le piante che crescevano nei dintorni della stazione di Chiasso, interessata dal ’57 al ’67 da lavori di ristrutturazione che ne hanno profondamente mutato l’aspetto idrogelogico, creando dissesti e distruzione di molte specie vegetali.

La stazione di Chiasso

Scavalcando rotaie, esaminando lievissime fisionomie con la lente, disegnandone l’aspetto e i colori sul taccuino, si rende conto che alcune piante, dall’indole di irriducibili clandestine, avevano cominciato a ripopolare la zona, e che l’attività umana, proprio lì dove aveva calcato la mano, stava cominciando a favorire la crescita di specie non autoctone.

La rete ferroviaria, ambiente lineare con caratteristiche omogenee per migliaia di chilometri, è una specie di corridoio ecologico lungo il quale viaggiano convogli che trasportano merci e semi, e non solo convogli ma anche animali e insetti, che favoriscono l’istaurarsi di un nuovo ecosistema.

L’intelligenza dei fiori è quella di posarsi addirittura sugli abiti dei passeggeri per mantenere la propria specie. Le piante si fanno anche mangiare, e si fanno buone, per restare nel ciclo (vi avevo promesso che avremmo riparlato di deiezioni umane e ferrovie).

Comunque, al ritorno da quella spedizione Schick scrive un trattatino che ha quasi la forma di un diario di appunti sulle vite osservate delle piante, che sono catalogate per specie e per tipologia di attecchimento.

Perdonatemi se indulgo nella classificazione, ma vorrei riprodurne la delicata vertigine.

Ci sono le Piante Pilota, le prime temerarie che hanno colonizzato il bacino e in genere le prime a sorgere in luoghi ostili, come la margherita;

le Scrophulariaceae, come la bocca di leone che «cresce dove capita, anche sui muri a secco e in mezzo ai sassi»;

le Onagraceae, che prediligono fossi e luoghi di drenaggio, tra le quali spicca la mia preferita, verso la quale Schick mostra un debole, definendone il fiore «estremamente fragile, appena reciso, appassisce. Così non invita a coglierlo»;

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le Fabaceae, tra cui la Robinia, le cui foglioline presentano il fenomeno del “sonno delle piante”, cioè pendono quasi verticali durante la notte, si dispongono quasi orizzontalmente al sole, e si rizzano nel pomeriggio fino quasi a toccarsi con la pagina superiore, per poi ripetere il movimento in senso inverso nel corso della sera;

gli Ortaggi, come la bellissima Cicoria di mio nonno, seminata dai vagoni ferroviari provenienti da altre regioni, il grano saraceno gonfio di polline, il delicato lino;

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le Aggressive, che si arrampicano, strisciano, addirittura come la Fallopia passano sotto le rotaie per evitare che i treni in passaggio le recidano (tra esse, l’Artemisia Absinthium, da cui si fa l’assenzio);

le Attraenti, tra cui «la fiamma del papavero» e l’Iris «di abitudini schiettamente palustri»;

le neglette Erbe, per lo più spighe prive di semi;

le Parassite, prive di clorofilla, che portano alla morte dell’ospite e (quindi) di sé stesse.

La tenacia di queste piante non è una tenacia umana, per questo parlarne come di esemplari di una riscossa appare come un tentativo ipocrita di mitigare il nostro senso di colpa. La loro mera schiettezza, la capacità umile di infilarsi sotto le traversine e le rotaie per sopravvivere, sono qualità che, infatti, non si possono non esprimere che usando una terminologia passionale del tutto umana.

Non conosciamo il loro linguaggio, non sappiamo quanto sia disperato o ironico. Possiamo solo guardare noi che le guardiamo, e riferire i sentimenti che questo sguardo ci procura.

Questa è la disperante vittoria della natura, non il suo elogio come riserva che ci resiste. La natura è luogo di lotta contro l’uomo, è vero, ma è anche luogo di coevoluzione, in cui il movimento umano favorisce la vita vegetale, e i fiori si fanno belli e buoni per stimolare e arricchire il nostro desiderio.

Per questo, leggendo le biografie di queste piante mi è venuto in mente, più che qualsiasi sciocco elogio del naturale, questo

Quel contatto tragico e splendido con le cose naturali che per Schick era passione silenziosa e «nocchiuta» è ricerca del marginale, del minimo, del negletto e dello sconfitto, che si pone come «disperante ma non disperata minoranza», l’unica degna di amore.

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