In attesa di capire come si svilupperanno i negoziati diplomatici tra Washington e Teheran, l’amministrazione Trump è tornata ad auspicare un rilancio degli Accordi di Abramo. «L’ampliamento degli Accordi di Abramo è stata una priorità per il presidente Trump sin dal suo primo mandato», ha dichiarato la portavoce della Casa Bianca, Anna Kelly. «Come ha affermato il presidente, gli Accordi di Abramo hanno apportato enormi benefici economici a tutti i Paesi coinvolti e hanno permesso una cooperazione storica, quindi questo rappresenterebbe un complemento naturale a un accordo di pace tra gli Stati Uniti e l’Iran», ha aggiunto. Lunedì, Donald Trump aveva auspicato che i Paesi musulmani, a partire dall’Arabia Saudita, aderissero agli accordi. Non aveva inoltre escluso che in futuro anche l’Iran potesse sottoscriverli: una posizione, quest’ultima, che il presidente americano aveva espresso già l’anno scorso.
Ma per quale ragione Trump è tornato a invocare un rilancio degli Accordi di Abramo proprio adesso? Le motivazioni sono molteplici. Innanzitutto, l’inquilino della Casa Bianca spera di rendere più digeribile a Israele un eventuale accordo diplomatico tra Washington e Teheran: non è del resto un mistero che Benjamin Netanyahu guardi con sospetto agli attuali negoziati in corso tra il regime khomeinista e la Casa Bianca. In secondo luogo, Trump punta ad ammorbidire la posizione negoziale di Teheran, prospettandole un’integrazione nel quadro mediorientale che potrebbe nascere nel prossimo futuro. L’establishment iraniano è d’altronde spaccato tra un’ala dura, che fa capo ai pasdaran, e una maggiormente aperta alle trattative con Washington, che trova nel presidente Masoud Pezeshkian il proprio principale punto di riferimento: un Pezeshkian che è storicamente preoccupato dalla pressione economica statunitense sul regime khomeinista. Infine, il rilancio degli Accordi di Abramo serve a Trump per arginare le critiche che l’ala più filo-israeliana del Partito repubblicano ha mosso all’eventuale intesa diplomatica tra Washington e Teheran.
Senza dubbio la strategia di Trump non è in discesa. L’Arabia Saudita resta per ora scettica sull’adesione agli Accordi di Abramo. Da una parte, ha posto come precondizione l’avvio di un processo che porti all’istituzione di uno Stato palestinese; dall’altra, non bisogna dimenticare che Riad è da tempo ai ferri corti con Abu Dhabi su vari dossier (Sudan, Yemen, Opec e Somaliland): il che potrebbe complicare ulteriormente l’ingresso dei sauditi negli Accordi di Abramo (a cui invece gli Emirati arabi aderirono nel 2020). Tra l’altro, nonostante l’esortazione di Trump, il Pakistan ha fatto sapere di non essere intenzionato a sottoscrivere questi patti. Le difficoltà, insomma, non sono poche.
Tuttavia, pur essendo stretta, la strada per il presidente americano non è neppure del tutto impraticabile. La Casa Bianca spera evidentemente di utilizzare la leva economica, storicamente collegata agli Accordi di Abramo, per cercare di disinnescare (o comunque di ridurre) le tensioni regionali. Si tratta di una carta che potrebbe avere un senso giocarsi.
