Gli attori Giorgio Lupano e Rita Mazza
Arte & Idee

A teatro con i figli di un Dio minore

Il celebre film di Mark Madoff approda sulle scene con l’attore Giorgio Lupano, dal 10 novembre a Roma

“È stata la vanità dell’attore a farmi accettare questo ruolo. Non sapevo che sarebbe diventata l’esperienza più forte della mia vita sul palcoscenico”: Giorgio Lupano non è tipo da temere la verità; e ammette che quando il copione dell’allestimento teatrale di “Figli di un dio minore” di Mark Medoff è arrivato sulla sua scrivania ha subito pensato che sarebbe stato un personaggio “utile per farmi fare bella figura, uno di quei ruoli che strappano gli applausi. Per questo ho deciso di farlo; e da lì è iniziata l’avventura”.

Un’avventura che lo porterà sul palco della Sala Umberto di Roma, dove la piéce, per la regia di Marco Mattolini, sarà in scena dal 10 al 22 novembre: dopo una “prova generale” l’estate scorsa al Festival del Teatro di Borgio Verezzi, sarà questa la prima volta (a parte un’unica rappresentazione che andò in scena nel 1980, ma in lingua inglese) che in Italia viene portato sul palcoscenico questo caposaldo della drammaturgia, conosciuto in tutto il mondo per il film con William Hurt che nel 1986 regalò il primo –e finora unico- Oscar della storia a un’attrice sorda, l’allora ventunenne Marlee Matlin.

“Pur di interpretare il professore di logopedia James Leeds” sorride Lupano “ho anche accettato il rischio del confronto con un mostro sacro come William Hurt, che tutti noi ricordiamo in quel film. Ma non mi sono reso conto della mia ‘incoscienza’ fino a quando non ho iniziato a studiare la lingua dei segni: lì, all’Istituto statale dei sordi di Roma, dove ci siamo rivolti per avere consulenza, mi sono detto: ‘Giorgio, ti sei messo in un bel guaio!’ Ebbene, mai guaio fu più piacevole”.

Da quel momento sono iniziati 7 giorni di laboratorio con attori sordi e mediatori culturali e soprattutto 14 mesi di studio della LIS per cercare di entrare in un mondo sconosciuto agli udenti: un universo fatto di silenzio ma di enorme forza comunicativa.

“Quello che volevamo mettere in scena con il regista” prosegue Lupano “ era qualcosa di più della semplice e pur bellissima storia tra l’insegnante di logopedia e la sua classe di sordi, e della storia d’amore tra Leeds e Sarah, che è interpretata da una bravissima attrice sorda, Rita Mazza. Noi volevamo portare sul palco il pacifico conflitto culturale tra due diversi modi di affrontare la vita e di accettare le sfide. Volevamo trasmettere il messaggio che l’integrazione è possibile. Per questo è servito tanto studio ma soprattutto un cambio totale, da parte mia, di atteggiamento e di apertura verso l’altro. Adesso posso dire che, spettacolo a parte, ne è valsa la pena: ho ricevuto dai sordi cento volte quello che ho dato”.

E al festival di Borgio Verezzi, dove lo spettacolo ha fatto due repliche i primi di agosto, anche il pubblico ha mostrato di apprezzare molto l’esperienza: pubblico composto sia da udenti sia da sordi: “E questa è stata un’altra grande sfida” spiega l’attore “perché era nostra ambizione coinvolgere tutti nello stesso spettacolo: volevamo fare una messinscena che desse la possibilità a un pubblico integrato di capire tutto, contestualmente, cosa che in Italia non è mai avvenuta. Quindi, noi sul palco (assieme a Lupano recitano due attori udenti e due sordi, ndr) segniamo e parliamo contemporaneamente. E anche quando questo non è possibile facciamo in modo, grazie a degli artifici scenici come ombre cinesi e proiezioni, che tutti capiscano tutto. Questo fa cadere molte barriere”.

Barriere che invece non tutti i direttori dei teatri sono disposti ad abbattere: lo spettacolo, infatti, per il momento farà solo un piccola tournée, andando in scena oltre che alla Sala Umberto (che è anche produttore, assieme ad Artisti Associati) e al teatro Duse di Bologna, solo a Trieste e Gorizia, perché “Molti teatri di tutta Italia” spiega Lupano “da noi interpellati, non se la sono sentita di rischiare e di metterci in cartellone: prima vogliono vedere come va quest’anno. Perché certo, il nostro è uno spettacolo rischioso e io in parte li capisco; ma senza azzardo non può esistere teatro, senza il desiderio di osare non si farà mai nulla di coraggioso. Per questo mi auguro che l’anno prossimo ci ripensino”.

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