fermarsi in caso di pena

Compiti estivi come strade di montagna

Tanti genitori avranno già finito i compiti estivi. Io li sto iniziando. Lo so che non sono miei, ma mi preoccupano. E occupandomi dei miei, come imparare a guidare sui tornanti, mi è venuta qualche idea.

 

Tanti genitori di figli in età scolare avranno già finito i compiti estivi. Io li sto appena iniziando. Ah… mi pare di sentire voci provenienti dai cortili delle scuole, da inseganti e genitori che obbiettano “I compiti non sono tuoi, mamma, sono di Pincopallino”. Sì, perché alcuni insegnanti, così come le infermiere di neonatologia, hanno quest’abitudine di chiamarti mamma, cosa un po’ raccapricciante, come se fosse un titolo di laurea. La mamma si può fare solo per gioco, altrimenti è qualcosa che sei, come sei figlia sorella o amica. Per me c’è da chiamare “mamma” solo colei che ti ha cambiato i pannolini e mandato in analisi.

Tornando però all’obbiezione, ho chiara la teoria rinchiusa nelle massime: “I compiti sono di Pincopallino e non miei” “Se non li fa’ problema suo” “Meglio se lo sgridano così impara a essere responsabile “Deve imparare a gestire il suo tempo” “Deve farli da solo” e comunque, non so per quale motivo, che Pincopallino li faccia, diventa una mia preoccupazione.

Ora è quasi mezzo giorno di fine estate, giornata calda come il fuoco, il mare è una piscina trasparente, e noi siamo qui, al tavolo dell’agriturismo a fare i compiti. Ma questa volta facciamo diversamente, preparo il mate e mentre io faccio i miei compiti, mia figlia ne fa i suoi. Allora devo pensare anch’io, trovo delle difficoltà, devo fare piccole ricerche e concentrarmi, stare attenta a non invischiarmi in costruzioni grammaticali che solo Cortazar si poteva permettere. E inaspettatamente divento più paziente.

Intanto accanto a me i compiti scolastici vanno avanti.

E mentre la guardo penso che un altro dei miei compiti in questo tempo è stato guidare per la prima volta sui tornanti.

I primi due giorni sentivo forte la frustrazione di non vedere altro che un pezzo di strada sparire in una curva, di non saper dove accelerare e a che velocità girare, quale posizione occupare nella carreggiata per dare fluidità all’andamento. Dopo ho chiesto aiuto al mio copilota, il guerriero col braccio bloccato, che fino a quel momento si era trattenuto per non ferire la mia suscettibilità.

Siamo molto diversi, e questo si vede già dal modo di abitare la macchina: quando abbiamo scambiato i posti e percorso i primi chilometri, lui boccheggiava e sudava, e io sentivo che mi si stavano congelando gola e orecchie e seccando gli occhi, fino a quando abbiamo realizzato che io avevo chiuso le mie due uscite dell’aria condizionata, e lui si sparava dritto le altre due a tuto gas.

Ma, sotto esplicita richiesta di aiuto, iniziò molto volentieri a darmi suggerimenti, a dirmi cosa avrebbe fatto, a raccontarmi segreti maturati negli anni, per cercare la fluidità e non perdere la sicurezza, per guidare sulla sabbia e lo sterrato, per attraversare i guadi. Mi ha spiegato com’è importante tenere le ruote ben salde alla terra per dirigere il movimento, e che la strada è molto più di quel pezzo che finisce davanti a me in una curva, che bisogna guardare avanti, più lontano, e vedere cosa si avvicina, o se la strada è libera e sia il momento propizio per superare gli ostacoli.

Allora penso che sia vero, fare i compiti è responsabilità di Pincopallino, come è responsabilità mia guidare sui tornanti con la famiglia al seguito, ma ciò non toglie che qualcuno a fianco possa esserti amico, e dirti che oltre a quel tratto difficile la strada va a avanti e che c’è un modo per superare gli ostacoli. E che come segnalato nei cartelli, in casi di pena ci si può fermare, per sfogarsi, mangiare qualcosa, farsi abbracciare, e poi andare avanti in questa danza di tornanti che è la vita.

 

 

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