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Droga: “La decisione della Cassazione? Avrà effetti positivi sul carcere”

Droga: “La decisione della Cassazione? Avrà effetti positivi sul carcere”
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Secondo il sindacato della polizia penitenziaria, la decisione della Cassazione che impone di ricalcolare le pene che erano state comminate in base alla legge Fini-Giovanardi potrà avere un effetto positivo sul problema del sovraffollamento carcerario.

Sono circa diecimila, in base a una prima stima, i detenuti che potrebbero beneficiare della decisione presa ieri dalla Cassazione sulla riduzione delle pene per i piccoli spacciatori. La Corte Suprema di Cassazione ha preso questa decisione, accogliendo un ricorso della procura di Napoli contro la decisione del Tribunale, che aveva negato ad un condannato recidivo per piccolo spaccio, di ottenere il ricalcolo della pena a seguito della sentenza della Consulta che nel 2012, aveva dichiarato incostituzionale la norma della Fini-Giovanardi. Legge, quest’ultima, che vietava la concessione delle circostanze attenuanti nel caso di recidivi e non distingueva tra droghe leggere e pesanti con il conseguente aggravio di pena anche per le ipotesi “lievi” di spaccio.

Una sentenza che fa discutere e che divide l’opinione pubblica e la politica. Ma che ha già trovato il consenso di numerose associazioni che lottano per i diritti dei detenuti, dei garanti per i diritti dei carcerati e anche di alcuni sindacati della Polizia penitenziaria.  

Attualmente, infatti, i detenuti rinchiusi nelle carceri italiane  per la violazione dell’art. 73 del Testo unico sulla droga sono circa 23 mila. Di questi, circa il 40% sono stati condannati per spaccio di cannabinoidi.

Donato Capece, Segretario generale del Sappe, Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria,  che cosa ne pensa della decisione della Cassazione?
Abbiamo accolto questa decisione in modo estremamente favorevole. L’abbassamento delle pene potrà incidere in modo nettamente positivo sulle presenze dei detenuti nelle carceri italiane. Purtroppo sono anni che sosteniamo quanto sia inutile e dispendiosa la detenzione in carcere del tossicodipendente. Attualmente  sono detenuti quasi 10 mila tossicodipendenti che costano alle casse dello Stato circa 170 euro al giorno. Ma oltre alle problematiche legate ai costi, c’è l’aspetto umano e riabilitativo. Per questi oggetti è davvero inutile la carcerazione perché non solo non risolve il loro problema legato alla tossicodipendenza ma crea loro anche un problema di incolumità personale. Mi spiego meglio. La polizia penitenziaria deve somministrare a ciascuno di loro la dose di metadone ma durante le crisi di astinenza all’interno delle celle, questi detenuti mettono a serio rischio la loro vita, quella di altri detenuti e persino degli stessi agenti e personale medico…    

Secondo lei quanto possono essere importanti le misure alternative al carcere? E le comunità terapeutiche?
Sono fondamentali. Proprio perché è totalmente inutile e diseducativo rinchiudere i tossicodipendenti all’interno del carcere, è indispensabile che lo Stato crei una rete di comunità terapeutiche e di misure alternative che possano aiutare questi soggetti a ritrovare se stessi. Insomma, un vero e proprio percorso riabilitativo che eviti quello depersonalizzazione che invece è tipica del carcere. Non ci dimentichiamo che il carcerato deve sottostare all’ordinamento carcerario che impone loro orari, comportamenti, abitudine. Questo non è rieducativo in particolar modo in un soggetto tossicodipendente. Purtroppo esistono strutture carcerarie disumane, come quelle di Lucera e San severo che andrebbero chiuse immediatamente ma che ancor oggi vedono la presenza di soggetti che devono scontare pene inferiori ai tre anni. Il carcere, oggi, deve essere utilizzato solo per i recidivi che hanno commesso gravi reati e per coloro che sono legati alla criminalità organizzata..  
    
Lei ha più volte detto che occorre “bonificare” ordinamento penitenziario. Che cosa occorre fare per migliorare la situazione attuale?
È necessario riformare il sistema sanzionatorio in generale e nello specifico, quello nei confronti dei tossicodipendenti che abbiamo commesso reati in relazione al loro stato di malattia. Questo per evitare la carcerazione. Infatti, secondo me possono essere utilizzati interventi alternativi da attivare già durante la fase del processo per direttissima. Fondamentali, appunto, dovrebbero diventare percorsi di cura e riabilitazione controllate e gestite in regime extracarcerario con l’ausilio dei servizi pubblici e delle comunità terapeutiche; dovrebbero essere rimossi gli sbarramenti che impediscono l’accesso alle misure alternative al carcere; dovrebbe essere rivisto l’uso, sempre come extrema ratio, della custodia cautelare; occorrerebbe dare maggiore margine di manovra alla magistratura di sorveglianza. In questo modo le presenze stabili di detenuti all’interno delle carceri potrebbero scendere dalle 5 mila alle 10 mila unità nel giro di un anno. E si avrebbe un calo del flusso annuale di detenuti stimabile tra le 15 mila e le 20 mila unità.

Nelle carceri italiani, però, ci sono anche moltissimi stranieri…
Gli stranieri con sentenza definitiva dovrebbero lasciare immediatamente il nostro Paese e far rientro nel paese di origine. E nel caso di stranieri detenuti in Italia che devono scontare meno di tre anni di carcere, dovrebbe essere prevista l’espulsione.

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