Home » Tempo Libero » Viaggi » Iran, Tanzania e Kilimangiaro: le spedizioni estreme che sfidano i limiti umani

Iran, Tanzania e Kilimangiaro: le spedizioni estreme che sfidano i limiti umani

Iran, Tanzania e Kilimangiaro: le spedizioni estreme che sfidano i limiti umani
Michael Bolognini

Michael Bolognini racconta l’«Extreme Essential»: spedizioni estreme senza tenda, tra Asperger, natura e sopravvivenza

Abbiamo incontrato Michael Bolognini, un uomo che ha trasformato le sue barriere invisibili in ponti verso l’ignoto. Ex pluricampione italiano di lancio del giavellotto, abituato per anni a misurare la perfezione in rigidi millimetri sulla pedana, Bolognini ha deciso di spogliarsi di ogni comfort per abbracciare l’imprevedibilità assoluta dei luoghi più selvaggi del pianeta. E lo fa in un modo che definire estremo è quasi riduttivo: senza tenda, senza «piano B», armato solo di un sacco a pelo e di una vulnerabilità radicale che trasforma la paura in istinto di sopravvivenza.

Alla base della sua particolarissima filosofia esplorativa, ribattezzata metodo «Extreme Essential», c’è la sindrome di Asperger. Quella condizione che, nel caos della nostra società iperconnessa, si traduceva spesso in un opprimente sovraccarico sensoriale e in attacchi di panico, là fuori, in ambienti privi di confini, si è rivelata un dono straordinario. Un’iperfocalizzazione che gli permette di entrare in una connessione ancestrale con la natura.

Reduce da un’intensa traversata in solitaria in Iran, dove ha toccato con mano la dolcezza di un popolo disarmante poco prima che i cieli si oscurassero per i drammatici venti di guerra, l’esploratore ha già lo sguardo rivolto verso l’Africa. In vista della sua imminente e titanica spedizione in Tanzania, in programma per il prossimo ottobre 2026, lo attendono prove ai limiti delle capacità biologiche umane: dai giorni di asfissia sensoriale nel cuore di una giungla equatoriale, fino agli sbalzi termici vertiginosi per raggiungere il ghiaccio perenne del Kilimangiaro, dove dormirà a cielo aperto a -20°C.

Per Panorama, ci siamo fatti raccontare cosa scatta nella mente di un uomo quando decide di spegnere il rumore del mondo, accettando di essere solo un «dettaglio trascurabile» di fronte alla furia degli elementi, per riuscire a riscoprire la delicata, sconvolgente essenza dell’essere umano.

Lei è stato un pluricampione italiano nel lancio del giavellotto, abituato alla misurazione millimetrica e alla rigida disciplina dello sport professionistico. Come si trasferisce questa ricerca ossessiva della perfezione in un ambiente naturale dove, come lei stesso afferma, non esistono i confini precisi di un palazzetto dello sport?

Nello sport la perfezione è un numero, una linea tracciata sul prato. Il giavellotto mi ha insegnato la disciplina del gesto, ben prima di farmi sentire il primo in Italia. Ma c’è una radice ancora più profonda nella mia ricerca: la sindrome di Asperger. Per anni, nella società, questa condizione è stata una barriera, un filtro che rendeva il mondo umano troppo rumoroso, caotico, a volte indecifrabile. Nello sport, però, quel limite si trasformava in un dono: un iperfocalizzazione assoluta, la capacità di isolare un singolo dettaglio e portarlo all’estremo. Eppure, la sfida vera non era superare gli avversari, ma gestire ciò che all’epoca non sapevo ancora nominare: gli attacchi di panico, puntuali a ogni singola gara.

​Quando ho iniziato a immergermi nei luoghi più selvaggi del pianeta, quella barriera si è capovolta, rivelando il suo immenso potenziale. Il mio cervello, che in città rischia il cortocircuito per i troppi stimoli, in un ambiente senza confini trova il suo ordine perfetto. Non cerco più il gesto tecnico, ma un’armonia totale. L’attenzione maniacale che un tempo consumavo in pedana, oggi la uso per ascoltare il vento, leggere una traccia, fondermi con l’ambiente. La vera perfezione, là fuori, è questa: usare una sensibilità amplificata non per dominare lo spazio, ma per chiederne gentilmente il permesso, e diventarne parte.

Nel suo metodo «Extreme Essential», la tenda è considerata una barriera, una casa artificiale da abbattere per non separare l’uomo dall’ambiente. Quando ci si trova a dormire in un bivacco in condizioni estreme, cosa scatta nella mente di un uomo?

Il primo istinto, figlio della nostra società ovattata, è la paura. La tenda è un’illusione psicologica: un pezzo di nylon non ferma un predatore né il gelo, ma ci fa credere di essere al sicuro, separati dal resto. Quando togli quel filtro e dormi sulla terra cruda, c’è uno smarrimento iniziale. Sei nudo di fronte all’Universo. Ma è lì, nel cuore di quella vulnerabilità totale, che avviene la magia. La mente smette di lottare per difendersi e inizia ad accogliere. Per me, percepire il mondo senza barriere significa assorbire ogni vibrazione. Il respiro della foresta o del deserto diventa il tuo respiro. Scatta una connessione ancestrale, una memoria sepolta nel nostro Dna. Ti rendi conto che non sei un estraneo in terra straniera, ma che sei tornato a casa. È una resa dolce, che ti dona una lucidità e una forza interiore inimmaginabili

Ha attraversato l’Iran in solitaria poche settimane prima che la polveriera geopolitica precipitasse drammaticamente. Alla luce dei legami profondi creati con le persone del posto che l’hanno accolta disarmando la diffidenza iniziale, come vive oggi il paradosso tra il suo «miracolo umano» vissuto sul campo e i missili che sovrastano quelle stesse persone?

È un dolore che toglie il fiato. L’Iran che ho vissuto io, lontano dai palazzi del potere, è un paese di una dolcezza disarmante. Ricordo gli sguardi inizialmente guardinghi tramutarsi in sorrisi aperti, le mani callose che mi offrivano tè e riparo. Ho toccato con mano il miracolo della fratellanza pura, quella che accoglie la diversità senza giudicarla. Vedere oggi quelle stesse anime vivere sotto l’ombra della violenza mi fa percepire un’ingiustizia profonda. Le guerre sono sovrastrutture crudeli, ma la terra e le persone chiedono solo di vivere e condividere ed essere liberi. Porto con me i loro volti come testimonianza viva: la vera natura umana è l’accoglienza, non la distruzione. Voglio essere voce per chi ora non ce l’ha, ricordando al mondo che sotto le logiche di conflitto c’è un’umanità straordinaria che viene sacrificata.

Oggi le spedizioni estreme sono spesso imponenti macchine logistiche, iper-connesse e super-equipaggiate. Lei, al contrario, sceglie di non avere un «piano B». Questa scelta non rischia di essere un azzardo fatale quando l’isolamento amplifica ogni paura?

Comprendo che sembri un azzardo a chi è abituato ad avere sempre una rete di salvataggio. Ma per me il «piano B» è la prima crepa nella concentrazione. Se sai di avere una via di fuga, mentalmente ci sei già aggrappato. L’Asperger mi ha insegnato a vivere senza mezze misure: o ci sei totalmente, o non ci sei. Non avere alternative mi costringe a essere radicalmente presente. L’isolamento e la paura ci sono, guai se non ci fossero: la paura è una bussola, può essere un’alleata, ti tiene sveglio. Ma senza un piano B, la paura si sublima in intuizione, in un istinto primordiale che affina i sensi. Non è temerarietà, è un atto di fede cieca nel potenziale inesplorato che tutti noi abbiamo. Siamo capaci di superare limiti impensabili, se solo ci togliamo l’alibi della rinuncia.

Per la spedizione in Tanzania in programma per l’ottobre 2026, trascorrerà i primi 7 giorni in una giungla equatoriale con un’umidità costante del 90 per cento. Essendo costretto a costruire rifugi sospesi sulle liane per sottrarsi alla fauna notturna, teme di più i predatori invisibili del sottobosco o l’asfissia psicologica di un ecosistema «che non dorme mai»?

Senza dubbio l’asfissia psicologica. I predatori seguono leggi chiare: se impari a leggere il loro alfabeto, trovi il tuo equilibrio. La giungla, invece, è un’entità viva, caotica, pulsante. E qui la mia mente affronta la prova più grande: per chi come me è atipico, il sovraccarico sensoriale è una minaccia reale. Immaginate un ambiente dove l’umidità ti avvolge come un sudario e il buio brulica costantemente di suoni, versi e vibrazioni. Non esiste il silenzio rigenerante del deserto o dell’alta quota. La mente viene bombardata senza sosta. Il vero pericolo non è il morso di un animale, ma cedere al panico del caos interiore. Dovrò svuotare la mente, accettare quel disagio profondo e lasciare che la giungla mi attraversi, senza opporre resistenza, trasformando il mio «punto debole» sensoriale in un radar per la sopravvivenza, imparerò ad ascoltarla e conoscerla.

Dalla fitta giungla passerà direttamente alle pendici del Monte Meru, subendo un repentino crollo delle temperature e la carenza di ossigeno a 4.562 metri. Come si prepara l’organismo a un tale shock brutale, sapendo di doversi muovere in un territorio dominato dai grandi mammiferi africani dove l’uomo è solo un dettaglio trascurabile?

Ci si prepara portando il corpo vicino all’esaurimento in allenamento, ma la vera transizione è spirituale. Passare dal soffocamento equatoriale all’aria rarefatta e gelida è uno shock che spezzerebbe chiunque cerchi di «dominarlo». Il segreto è proprio nell’accettare di essere quel dettaglio trascurabile. Camminando in quella natura straordinaria e ricca di incredibili specie animali, capisci subito la tua fragilità. Ma quella fragilità è la mia forza. Mi muoverò in punta di piedi, chiedendo permesso alla montagna a ogni passo. Adatterò il respiro alla quota, asseconderò il freddo. Non sono io a scalare la montagna, è la montagna che decide di lasciarmi passare, se mi mostro degno, può sembrare solo un pensiero, ma dove c’è vita c’è un equilibrio perfetto dove tutto accade perché deve non perché siamo noi a volerlo. 

La sua impresa culminerà sul Kilimangiaro, dormendo all’aperto sul ghiaccio perenne a -20°C. In un ambiente lunare e così ostile alla vita, dove si traccia il confine tra la fiducia cieca nell’equipaggiamento tecnico e l’affidamento puro a una resilienza mentale fuori dal comune?

L’equipaggiamento ti garantisce solo di non morire fisicamente nei primi istanti, ma non ti tiene vivo. Quando sei disteso sul ghiaccio, con il vento che urla e il termometro a -20°C o a -50°C percepiti come sul Damavand in Iran, il sacco a pelo è solo un guscio. La vera fonte di calore deve arrivare da dentro. Se la mente cede, se entra anche solo per un attimo il pensiero «non ce la faccio», il gelo ti penetra nelle ossa. Il confine si traccia in un patto indissolubile tra mente e corpo, un patto che viene siglato molto prima di partire. La lunga e logorante preparazione che affronto serve proprio a questo: non solo ad allenare una determinazione inscalfibile, ma a riattivare un potenziale biologico ormai sopito. Noi abbiamo la capacità innata di trasformare il nostro corpo in una fornace, generando quantità di calore incredibili. È un meccanismo ancestrale che la mente, se perfettamente lucida e focalizzata, può accendere. L’attrezzatura mi dà l’involucro, ma è la fiamma della mia centratura a tenere caldo il sangue. Questa scelta, però, ha un prezzo altissimo: per innescare questa sopravvivenza attiva il corpo chiede in cambio una quantità di energia brutale, bruciando ogni riserva in uno scambio metabolico spietato. Eppure, proprio in quegli istanti di puro sacrificio vitale, tocchi un potenziale umano di cui siamo tutti dotati, ma che la comodità ci ha fatto dimenticare.

Lei sostiene che non andiamo in montagna per una semplice gita, ma per «spogliarci delle sovrastrutture di questi tempi bui». Per i lettori immersi nel caos urbano, qual è la prima sovrastruttura di cui dovremmo liberarci per riuscire a riscoprire quella che lei definisce la «delicata sconvolgenza dell’essere umano»?

Per spiegare cosa intendo, vi svelo un dettaglio fondamentale del mio viaggio: prima ancora del Monte Meru, salirò sul Kilimangiaro. Mi emoziona profondamente l’idea di aver vissuto il Damavand in Iran, il vulcano più alto del Medio Oriente, e di legarlo idealmente al vulcano più alto d’Africa. E lo farò nel modo più puro possibile: rinunciando alla sovrastruttura per eccellenza, la tenda. Affronterò anche questi giganti solo con il mio sacco a pelo e ciò che riuscirò a organizzare vivendoli letteralmente sulla mia pelle, vulnerabile e aperto agli elementi.

Per chi vive nel caos urbano, la «tenda» di cui liberarsi è l’illusione del controllo e l’obbligo di essere sempre connessi. Siamo terrorizzati dal vuoto, perché nel silenzio siamo costretti ad ascoltare chi siamo davvero con i nostri limiti, ma soprattutto con il nostro immenso potenziale sopito. Provate a spegnere il telefono per un giorno, andate in un bosco, accettate il disagio iniziale di «non fare nulla» e di non potervi nascondere. È lì, quando cade ogni barriera, che la natura ci accoglie e ci restituisce alla nostra delicata, sconvolgente umanità.

© Riproduzione Riservata