La voce rotta di Nando Martellini che declama “Campioni! Campioni! Campioni!” nella notte di Madrid. L’urlo di Bisteccone Galeazzi che accompagna Rossi e Abate sulle acque di Sydney: “Alè Antonio, alé che sei il più forte del mondo… Alé Beniamino… Andiamo a vincere e questo è il K2 italiano. Si guardano a destra, si guardano a sinistra… Non li prendono più”. Altro? “Attenzione, sta per succedere una cosa”. Così. Secco. Tokyo, 6 agosto 2021 caldo pomeriggio italiano della settimana più incredibile dello sport azzurro. Autore: Franco Bragagna.
“E dire che io ho capito solo dopo cosa era successo con quella frase”. In che senso? “Torno in albergo a fine giornata e tutti mi salutano e mi dicono ‘Sta per succedere una cosa’. Mi chiedo: vuoi dire che ho detto così? Mi si è accesa una lampadina”. Preparata? “No, anche se nella mia testa vedendo Desalu che correva la sua frazione in maniera selvaggia mi ero proiettato sul valore degli ultimi staffettisti e avevo capito”. Cosa? “Che avremmo vinto, anche se abbiamo rischiato di perdere sbagliando l’ultimo cambio. Senza quell’errore avremmo stravinto”. Ma, forse, la frase trasmessa ai posteri non avrebbe avuto la stessa forza evocativa… “Vero. Forse”.
Franco Bragagna è così. Per quasi mezzo secolo la voce che ha raccontato lo sport agli italiani prima di essere accompagnato in pensione dalla tv di Stato alla vigilia di quello che doveva essere il suo ultimo romanzo dietro un microfono: le Olimpiadi di Milano Cortina a un passo da casa sua. “Lo ritenevo un finale giusto e doveroso, ho offerto all’azienda anche di regalare una montagna di ferie accumulate ma non c’è stato verso”.
E, dunque?
“Dunque io sono andato in pensione prima delle Olimpiadi e la mia montagna di ferie è ancora lì e qualcuno dovrà pagarmela”.
In pensione per modo di dire. Le Olimpiadi hai trovato modo di raccontarle comunque con Sky Sport, ti sei reinventato in un vodcast per analizzare attualità e storie, ripeterai l’esperienza questa estate (“Il Podio di Franco Bragagna” appuntamento settimanale dal 19 giugno). Chi te lo fa fare?
“Intanto la certezza che raccontare lo sport non è un lavoro usurante e, come diceva quello, è sempre meglio che andare a lavorare. Magari quando diventerò grande scoprirò che è stato anche un lavoro usurante, ma per il momento non è così”.
Hai solo cambiato palcoscenico.
“Sky mi ha raccolto sul ciglio di una strada e devo dire che mi ha sorpreso perché non capita spesso che chi ha lavorato per la Rai arrivi a collaborare con Sky”.
Ti ha preso perché tu continuassi semplicemente a “fare Franco Bragagna”.
“Cosa vuol dire”.
Apro Wikipedia e leggo: Bragagna è noto per la sua cultura sportiva enciclopedica. Essere Franco Bragagna vuol dire la capacità di mettere tante cose dentro il racconto dello sport. Forse.
“Potrei averla scritta io quella cosa su Wikipedia. Anzi no, non so nemmeno come funzioni il meccanismo. Seriamente, per me è sempre stata una sorpresa il fatto di essere diventato così brutalmente popolare. Ho fatto poco di extra rispetto al mio lavoro per diventarlo, forse l’ho fatto bene ma non è nemmeno necessario questo per essere popolari”.
Piace?
“Mi mette in imbarazzo anche se intimamente me la godo. Mi piace ma mi imbarazza ancora perché il giornalista fa altro”.
Dovrebbe stare dietro, in secondo piano.
“Quanto meno di fianco anche se troppo spesso chi lo fa ragiona molto su cosa dovrà dire o fare per essere anche lui parte dell’evento”.
Ti piace come viene raccontato lo sport oggi?
“Ci sono filoni che mi piacciono moltissimo. Dodici anni fa ero a un festival in cui si parla di racconto sportivo insieme e Claudio Ferretti e quando lui ha detto ‘Siamo in fase di stanca, non si vede più nessuna novità’ ho alzato il dito e gli ho detto che ero d’accordo su tutto ma, ad esempio, vedevo il modo di raccontare la storia della Coppa del Mondo di Federico Buffa e mi sembrava una cosa diversa, che avrebbe lasciato il segno. Non sono un invidioso, ma spesso mi sono trovato a pensare che mi sarebbe piaciuto fare qualcosa di simile anche io”.
Non hai l’impressione che urli troppo?
“Bisogna urlare al momento giusto. Non può essere strepitosa ogni parata sul primo palo, per concetto. E’ una parata e basta. Oggi bisogna vendere tutto mentre lo sport ha un meccanismo diverso e il meglio deve ancora arrivare e tu non lo sai. Non si dovrebbe alzare voce e toni semplicemente per tenere lì lo spettatore. Perché?”.
Andrebbe semplicemente accompagnato?
“E poi il contesto. La finale della staffetta olimpica non può essere la finale play out della Serie C con rispetto per la passione delle tifoserie delle due squadre. Non è la stessa cosa”.
C’è scritto su Wikipedia: lascia la Rai dopo aver commentato oltre 60 sport. Come si fa a essere competenti in 60 sport?
“Non esiste competenza alla pari dal primo al sessantesimo sport. Se uno è cresciuto con passione per lo sport, quella è la base di partenza. Mi sono sempre piaciute le storie più complicate, quelle che ci mettevano di più ad arrivare. Non tifo nessuna squadra di calcio, ma ho simpatizzato per il Chievo per quanto non sia finita bene. E adesso sono colpito dalla vicenda di Capo Verde e del suo portiere Vozinha, una piccola favola che manda in tilt la narrazione maggiore. Cenerentola è una favola meravigliosa, sempre”.
Vozinha in una settimana ha messo insieme su Instagram più followers degli account di Fifa e Infantino messi insieme. Anche questo racconta di quale sia la bolla in cui siamo imprigionati.
“E’ la realtà che dobbiamo raccontare ed è diversa da quella che raccontavo io appoggiandomi alla solida verità del giornale di carta. Che poi non sempre era verità perché qualche panzana era scritta pure lì, come il dentista nordcoreano Pak Doo-ik che in realtà dentista non era, a differenza di Vozinha”.
Quanto tempo ci voleva per preparare un’Olimpiade?
“Le prime si studiava, le altre venivano dietro con i bagagli a mano. A Barcellona ’92 e Atlanta ’96 giravo con dei tomi che poi non servivano, ma erano per me come la coperta di Linus. La verità è che quando ti porti dietro il vissuto e la passione giovanile, quella resta per tutta la vita”.
Ho cercato su Google la parola “errore” associata a Franco Bragagna e non è uscito nulla. Possibile”
“Impossibile. Nel 2012 ho fatto una gaffe colossale. Stavo raccontando la maratona di Londra ed ero con Paolo Bellino, parlavamo in diretta del più e del meno e a un certo punto quando la gara è passata dal Ponte dei Frati Neri ho… fatto morire Licio Gelli e non Roberto Calvi. Andai avanti dritto. Cominciarono a scrivermi, mi tolsi la cuffia e chiesi a Paolo se avevo detto davvero quella cosa. E lui, guardandomi: ‘Non avevo il coraggio di dirtelo’”. Ma accidenti (eufemismo): dovevi dirmelo! Dovevi interrompermi in diretta”.
Primo agosto 2021, sei stato la voce del quarto d’ora più importante della storia dello sport italiano. Il doppio oro Jacobs-Tamberi a Tokyo. Non ti verrà tolto mai.
“Ne sono consapevole e penso sia difficilmente eguagliabile. Il senso giornalistico di quel momento è difficile che possa essere eguagliato perché c’è l’inaspettato anche se il giorno prima mi ero fatto l’idea di quanto andasse forte Marcel”.
Si vive una vita professionale per essere lì in quel momento a raccontare quella cosa.
“Avendolo vissuto passivamente nel senso che me ne sono accorto dopo”.
Ti rivedi
“No”.
C’è sempre tempo per farlo. C’è sempre domani. Forse.
Franco Bragagna torna a parlare di storie di sport su Sky Sport, dando continuità all’appuntamento che ha avuto grande successo in occasione dell’Olimpiade di Milano-Cortina 2026. Dal 19 giugno e per tutta l’estate, con cadenza settimanale, sarà impegnato nel vodcast “Il Podio di Franco Bragagna”, dialoghi con i volti dell’emittente satellitare per approfondire gli argomenti di attualità, le storie più belle e i protagonisti di un’estate di sport che è iniziata con il Mondiale di calcio ma vivrà di grandissimi appuntamenti a partire dal tennis e dai motori di Formula Uno e MotoGp.
Il vodcast “Il Podio di Franco Bragagna” sarà disponibile una volta a settimana, nella normale programmazione di giovedì, sul sito internet skysport.it, sul canale YouTube di Sky Sport e sulle principali piattaforme di streaming. Argomenti di partenza: il duello tra Kimi Antonelli e Lewis Hamilton, il mito e il bambino con al centro l’aspetto emotivo predominante rispetto al fattore tecnologico, la storia del ritorno all’agonismo di Serena e Venus Williams e i riflessi del Mondiale di calcio.
