Home » Tempo Libero » Viaggi » Le città perdute che nessuno ha mai trovato: perché il nostro cervello non riesce a smettere di cercarle

Le città perdute che nessuno ha mai trovato: perché il nostro cervello non riesce a smettere di cercarle

Le città perdute che nessuno ha mai trovato: perché il nostro cervello non riesce a smettere di cercarle
Screenshot

Da Atlantide a El Dorado, passando per Shambhala, Zerzura e Thule: il fascino delle città perdute racconta il nostro bisogno di mistero, scoperta e mondi alternativi

Forse Atlantide non è mai esistita. Forse El Dorado non è mai stata una città e Shambhala non è nascosta da qualche parte fra le montagne dell’Himalaya, in attesa che un esploratore sufficientemente coraggioso riesca finalmente a raggiungerla. Eppure, a distanza di secoli, continuiamo a cercarle, a immaginarne i palazzi, a disegnare mappe dei loro possibili confini e a chiederci se, sotto uno strato di sabbia o nelle profondità di un oceano, non si nasconda ancora qualcosa capace di cambiare tutto quello che crediamo di sapere sulla storia dell’umanità.

La cosa interessante è che non abbiamo nemmeno bisogno di credere davvero alla loro esistenza per esserne affascinati. Basta osservare una ricostruzione digitale di Atlantide, con le sue cupole sommerse e la luce che filtra attraverso l’acqua, oppure immaginare una città d’oro inghiottita dalla vegetazione amazzonica, per avvertire quella particolare combinazione di meraviglia, nostalgia e desiderio di scoperta che le città perdute riescono a suscitare meglio di qualsiasi altro luogo. Una nostalgia paradossale, naturalmente, perché riguarda qualcosa che non abbiamo mai visto e che, in molti casi, probabilmente non è mai esistito.

È proprio qui che la questione diventa interessante: perché continuiamo a desiderare luoghi che forse non troveremo mai? E che cosa racconta di noi questa ostinazione nel credere che esista ancora, da qualche parte, un mondo sottratto alla nostra conoscenza?

La psicologia delle città perdute: il mistero è più potente della risposta

Nel 1994 lo psicologo ed economista comportamentale George Loewenstein pubblicò su Psychological Bulletin uno studio destinato a diventare un riferimento nella ricerca sulla curiosità umana. La sua teoria, conosciuta come information-gap theory, suggerisce che la curiosità nasca quando percepiamo una distanza fra ciò che sappiamo e ciò che vorremmo sapere: è proprio questa lacuna a generare il desiderio di cercare una risposta.

Le città perdute sembrano costruite appositamente per abitare quello spazio.

Di Atlantide conosciamo il nome, una descrizione antica e il racconto della sua scomparsa, ma non possediamo una localizzazione verificata né prove archeologiche che confermino l’esistenza della civiltà descritta da Platone. Di El Dorado abbiamo testimonianze storiche e oggetti realmente esistenti, ma non la città favolosa che generazioni di esploratori hanno inseguito. Shambhala, invece, appartiene a una tradizione religiosa nella quale la geografia del regno è inseparabile dal suo significato spirituale.

Ognuna di queste storie ci consegna abbastanza elementi per immaginare un luogo, ma non abbastanza per chiudere definitivamente il mistero, ed è questa incompletezza a renderle così difficili da abbandonare.

Esiste poi un secondo meccanismo psicologico, particolarmente interessante nell’epoca delle immagini generate digitalmente: la capacità di una storia di assorbire completamente la nostra attenzione.

Gli psicologi Melanie Green e Timothy Brock hanno studiato questo fenomeno, chiamato narrative transportation, mostrando come l’immersione in un racconto possa influenzare le convinzioni e le valutazioni di chi lo ascolta o lo legge, anche quando la storia viene presentata come un’opera di finzione.

È una distinzione importante, perché spiega come si possa essere perfettamente consapevoli della natura leggendaria di Atlantide e, contemporaneamente, provare un’emozione autentica davanti alla sua rappresentazione.

Non dobbiamo necessariamente convincerci che una città esista per desiderare che esista.

E forse il motivo per cui queste storie resistono tanto a lungo è proprio la loro capacità di offrirci qualcosa che il mondo contemporaneo concede sempre più raramente: la sensazione che ci sia ancora un luogo impossibile da raggiungere, impossibile da fotografare e impossibile da conoscere completamente.

Atlantide, la civiltà che abbiamo condannato a scomparire

Se esiste una città perduta che ha attraversato quasi indenne il passaggio dall’antichità alla cultura pop contemporanea, quella è Atlantide, anche se, a voler essere precisi, nel racconto originale non si trattava semplicemente di una città, ma di una grande potenza insulare.

La sua storia compare nei dialoghi Timeo e Crizia di Platone, composti nel IV secolo avanti Cristo, e racconta di una civiltà potente e ricchissima, situata oltre le Colonne d’Ercole, che avrebbe tentato di conquistare altri territori prima di essere sconfitta da Atene e successivamente inghiottita dal mare.

Secondo il racconto attribuito a sacerdoti egizi e tramandato attraverso Solone, gli eventi sarebbero avvenuti circa novemila anni prima dell’epoca del legislatore ateniese. Una collocazione cronologica che appartiene alla narrazione platonica e che non costituisce una datazione storica accertata.

Da allora Atlantide è stata cercata nell’Oceano Atlantico, nel Mediterraneo e in numerosi altri luoghi, mentre l’ipotesi che il racconto possa essere stato ispirato, almeno in parte, da catastrofi realmente avvenute nel mondo egeo continua ad alimentare interpretazioni e discussioni.

Nessuna identificazione archeologica, tuttavia, ha dimostrato che la civiltà descritta da Platone sia esistita.

Ma Atlantide possiede un elemento narrativo che la rende diversa da quasi tutte le altre città perdute: non è semplicemente un luogo che non riusciamo a trovare, è una civiltà che avrebbe conosciuto la propria distruzione proprio dopo aver raggiunto uno straordinario livello di ricchezza e potere.

La sua storia contiene quindi una domanda che riguarda anche noi: quanto può durare una civiltà prima che le sue stesse ambizioni diventino una minaccia?

È un interrogativo che attraversa i secoli e che rende Atlantide qualcosa di più di una fantasia archeologica, trasformandola nello specchio di una paura profondamente contemporanea, quella di vivere all’interno di un mondo che consideriamo destinato a durare e che invece potrebbe rivelarsi molto più fragile di quanto siamo disposti ad ammettere.

El Dorado, la città d’oro che all’inizio era un uomo

Fra le storie di città perdute, quella di El Dorado possiede probabilmente la trasformazione più sorprendente, perché la città che immaginiamo oggi non corrisponde al nucleo originario della leggenda.

Per comprenderlo bisogna tornare nell’attuale Colombia, sull’altopiano abitato dai Muisca, una popolazione precolombiana che aveva sviluppato una raffinata tradizione di lavorazione dell’oro e attribuiva agli oggetti preziosi un importante significato religioso.

Secondo le cronache coloniali, durante una cerimonia di investitura il nuovo capo di Guatavita veniva ricoperto di polvere d’oro e condotto su una zattera al centro di un lago sacro, dove venivano offerte agli dei quantità di oro e smeraldi.

L’uomo dorato, El Dorado, sarebbe diventato progressivamente, nell’immaginazione dei conquistadores europei, prima il sovrano di un territorio favolosamente ricco e poi una città interamente costruita con il metallo prezioso.

Una trasformazione che racconta molto più della mentalità degli esploratori che di quella della civiltà che avevano incontrato.

Nel Museo del Oro di Bogotá è conservata una piccola zattera votiva muisca, rinvenuta nel 1969 a Pasca, in Colombia, che rappresenta una scena cerimoniale tradizionalmente collegata alla leggenda. L’oggetto costituisce una testimonianza materiale della cultura e delle pratiche rituali da cui il mito ha tratto origine, non una prova dell’esistenza della città d’oro.

Ed è proprio questo il punto più affascinante della storia: El Dorado non era necessariamente un’invenzione nata dal nulla, ma una realtà culturale che, attraversando lo sguardo europeo, venne progressivamente trasformata in qualcosa di diverso.

Gli esploratori cercavano una città piena di ricchezze materiali e finirono per inseguire, per generazioni, una versione ingigantita di ciò che avevano sentito raccontare.

La fascinazione contemporanea per El Dorado conserva qualcosa di quella stessa dinamica, perché ci invita a immaginare un luogo nel quale ogni desiderio materiale potrebbe essere esaudito, una specie di promessa assoluta di abbondanza che, proprio perché irraggiungibile, non deve mai confrontarsi con le inevitabili delusioni della realtà.

Shambhala, il regno che non si raggiunge soltanto con una mappa

Se El Dorado promette una ricchezza materiale illimitata, Shambhala rappresenta una forma molto diversa di desiderio: quello di trovare un luogo in cui l’umanità abbia conservato una conoscenza spirituale che il resto del mondo ha perduto.

Nella tradizione del buddhismo tibetano, Shambhala è un regno ideale legato agli insegnamenti del Kalachakra, la Ruota del Tempo, dove la conservazione della dottrina buddhista si intreccia a un complesso sistema di rappresentazioni religiose, cosmologiche e profetiche.

Nel corso del tempo il regno è stato associato, soprattutto nelle reinterpretazioni occidentali, all’immagine di una valle segreta fra le montagne dell’Asia, protetta dalla sua posizione geografica e accessibile soltanto a individui spiritualmente preparati.

Una rappresentazione suggestiva, ma che non deve essere confusa con una descrizione geografica verificata: nella sua tradizione religiosa Shambhala possiede significati che non possono essere ridotti alla ricerca di una città materialmente nascosta sull’Himalaya.

La forza della sua leggenda, però, nasce proprio da questa differenza rispetto alle altre città perdute.

Atlantide appartiene a un passato che sarebbe stato distrutto, El Dorado a una ricchezza che qualcuno avrebbe cercato di conquistare, mentre Shambhala rappresenta la possibilità che esista ancora una forma di vita diversa, preservata dalle contraddizioni del mondo esterno.

È la fantasia di una società che non abbia commesso i nostri stessi errori e nella quale la conoscenza, l’equilibrio e la dimensione spirituale non siano stati sacrificati alle esigenze del progresso materiale.

E questa idea, in un’epoca nella quale tutto sembra essere misurabile, acquistabile o accessibile attraverso uno schermo, continua a esercitare un fascino particolare.

Zerzura, la città bianca che il deserto non vuole restituire

Il Sahara è probabilmente il paesaggio che meglio riesce a trasformare una leggenda in una possibilità geografica. Le dune cancellano le tracce, il vento modifica continuamente la superficie del territorio e l’orizzonte può rendere difficile distinguere una presenza reale da un miraggio.

Non sorprende, quindi, che fra le sue sabbie sia stata cercata per secoli una città bianca, circondata da palme e protetta da elementi misteriosi, conosciuta con il nome di Zerzura.

Le sue descrizioni compaiono nella tradizione di racconti e testi arabi medievali, fra i quali viene citato il Libro delle perle nascoste, un’opera del XV secolo che mescolava indicazioni geografiche, tesori e suggestioni leggendarie.

Nel Novecento la ricerca di Zerzura coinvolse esploratori come l’ungherese László Almásy, che individuò alcune valli nell’area del Gilf Kebir, nell’attuale Egitto, ritenendo di aver trovato un possibile luogo d’origine della leggenda.

Ma la città bianca, con i suoi palazzi e i suoi tesori, non venne mai identificata. E la storia non si è fermata lì.

Nel maggio 2026 una spedizione guidata dall’esploratore spagnolo Miguel Gutiérrez-Garitano ha proposto una nuova possibile origine geografica del mito, spostando l’attenzione verso la regione dei laghi di Ounianga, nel nord-est del Ciad, dove sono stati individuati elementi del paesaggio e testimonianze archeologiche che, secondo i ricercatori coinvolti, potrebbero aver contribuito alla formazione della leggenda.

Si tratta di un’ipotesi interpretativa, non della dimostrazione definitiva che Zerzura sia stata ritrovata.

Ed è forse proprio questa continua possibilità di spostare il luogo della ricerca a rendere la città così seducente: ogni volta che un territorio viene esplorato senza trovare ciò che si cerca, la leggenda può trasferirsi qualche centinaio di chilometri più lontano, conservando intatta la promessa che il prossimo viaggio sia quello giusto.

Thule, l’ultima frontiera del mondo conosciuto

Esiste infine una città perduta che, almeno all’origine, non era nemmeno una città.

Thule compare nella geografia antica attraverso i racconti attribuiti a Pitea di Massalia, navigatore greco del IV secolo avanti Cristo, che descrisse una terra situata molto a nord della Britannia, raggiungibile dopo diversi giorni di navigazione e vicina a un mare caratterizzato da condizioni naturali insolite.

Nel corso dei secoli gli studiosi hanno cercato di identificare questa terra con località differenti, dalla Norvegia all’Islanda, fino alle isole Shetland, senza arrivare a una soluzione universalmente condivisa.

Il nome Thule ha finito così per diventare qualcosa di più di un riferimento geografico: l’espressione latina ultima Thule ha rappresentato per secoli l’idea del limite estremo del mondo conosciuto.

Nelle reinterpretazioni fantastiche moderne, quella terra settentrionale si è progressivamente trasformata in un luogo popolato da civiltà misteriose, conoscenze dimenticate e persino presenze extraterrestri, elementi che non appartengono alle testimonianze geografiche antiche e per i quali non esistono prove storiche.

Ma è interessante osservare come un luogo originariamente descritto da un esploratore sia diventato, attraverso la trasmissione dei racconti, il simbolo stesso di ciò che non possiamo ancora raggiungere.

Thule rappresenta forse la forma più pura della fascinazione per le città perdute: non la ricerca di qualcosa che è scomparso, ma il desiderio di arrivare là dove nessun altro è ancora arrivato.

E se il vero mistero non fosse ciò che abbiamo perduto, ma ciò che non abbiamo ancora scoperto?

La storia delle città perdute contiene però un paradosso che merita di essere ricordato: mentre continuiamo a inseguire civiltà leggendarie delle quali non possediamo prove, l’archeologia continua a riportare alla luce insediamenti realmente esistiti, capaci di modificare profondamente la nostra conoscenza del passato.

Nel gennaio 2024, per esempio, uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Science ha documentato un vasto sistema di insediamenti preispanici nella valle dell’Upano, nell’Amazzonia ecuadoriana, attraverso scavi archeologici e rilevamenti LiDAR, una tecnologia che permette di individuare strutture del terreno anche sotto la copertura della vegetazione.

Le indagini hanno rivelato piattaforme monumentali, piazze, strade e sistemi agricoli collegati fra loro, con un’occupazione del territorio documentata a partire da circa 2.500 anni fa.

Non era El Dorado e non era Atlantide. Era qualcosa di più interessante dal punto di vista storico: la testimonianza concreta di società amazzoniche la cui complessità era stata a lungo sottovalutata.

Forse, allora, dovremmo cominciare a distinguere il desiderio di scoprire qualcosa di sconosciuto dalla tentazione di trovare a ogni costo ciò che abbiamo già deciso di voler vedere.

Le città perdute, del resto, non parlano soltanto del nostro rapporto con il passato, ma anche del modo in cui immaginiamo il futuro. Atlantide ci mette davanti alla possibilità della scomparsa, El Dorado alla promessa della ricchezza, Shambhala al desiderio di una società diversa, Zerzura all’idea che esista ancora qualcosa che sfugge alla nostra capacità di controllo e Thule al bisogno di oltrepassare un confine.

Cinque luoghi, cinque desideri profondamente umani, un’unica convinzione che continua ad attraversare i secoli: il mondo non può essere soltanto quello che abbiamo davanti agli occhi.

Ed è probabilmente per questo che, anche quando sappiamo che una città potrebbe non essere mai esistita, continuiamo a cercarla.

Perché trovare Atlantide significherebbe risolvere un mistero durato millenni, ma continuare a immaginare che possa essere ancora là fuori ci permette di conservare qualcosa di altrettanto prezioso: la possibilità che la realtà non abbia ancora finito di sorprenderci.

© Riproduzione Riservata