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In viaggio sulla Route 66, la strada che compie 100 anni mentre gli Stati Uniti tornano alle urne

In viaggio sulla Route 66, la strada che compie 100 anni mentre gli Stati Uniti tornano alle urne
LUDLOW, CA – JUNE 16: A symbol based on the original Route 66 road signs is seen painted on the highway near an abandoned gas station (L) and Cafe on June 16, 2007 in Ludlow, California. Route 66 opened in 1926 stretching from Chicago to Los Angeles and became a western migration route for people looking for work during the great depression of the 1930’s or to escape the Dust Bowl disaster. Later it offered vacation getaways and driving adventures until 1985 when it was decommissioned as a federal highway. Due to neglect and commercial development Route 66, the first highway to connect the Midwest with the West Coast, has recently been added to the biennially compiled list of the world’s most endangered landmarks by the World Monuments Fund and the National Trust for Historic Preservation’s yearly list of the 11 most endangered historic places in America. (Photo by David McNew/Getty Images)

Perché l’America vota ancora come nell’Ottocento: viaggio sulla Route 66, la strada che compie 100 anni mentre gli Stati Uniti tornano alle urne

C’è qualcosa di profondamente americano nel fatto che, il 3 novembre 2026, milioni di cittadini siano chiamati a votare secondo un calendario stabilito quando, per raggiungere un seggio elettorale, poteva essere necessario mettersi in viaggio a cavallo e attraversare per ore campagne ancora prive di collegamenti moderni. In un Paese che ha trasformato l’automobile in un simbolo di indipendenza, costruito alcune delle infrastrutture più imponenti del pianeta e fatto del viaggio una delle grandi narrazioni della propria identità nazionale, le elezioni federali continuano infatti a svolgersi di martedì, nel rispetto di una tradizione legislativa che risale al 1845 e che conserva, quasi intatta, l’organizzazione della vita quotidiana di un’America prevalentemente agricola, nella quale il tempo della politica doveva conciliarsi con quello del raccolto, delle funzioni religiose e dei mercati settimanali.

Ma il 2026 offre un’altra coincidenza, forse ancora più significativa per raccontare gli Stati Uniti attraverso la loro storia: appena otto giorni dopo le elezioni di Midterm, l’11 novembre, la Route 66 celebra il centenario della propria istituzione, riportando al centro dell’attenzione quella lunga striscia d’asfalto che da Chicago conduceva fino alla California e che, nel corso del Novecento, è diventata molto più di una strada, trasformandosi prima in una via di fuga dalla povertà, poi nel simbolo del benessere del dopoguerra e infine in uno dei luoghi più riconoscibili dell’immaginario americano.

È una coincidenza che permette di osservare la storia degli Stati Uniti da una prospettiva diversa, seguendo il filo che collega l’America delle carrozze a quella delle grandi autostrade, la necessità di raggiungere un seggio elettorale al desiderio di attraversare un continente e le promesse di libertà individuale alle disuguaglianze che, per generazioni, hanno determinato chi potesse davvero permettersi di viaggiare, cambiare vita e partecipare alla società.

Perché gli americani votano di martedì: la risposta è nei viaggi a cavallo

Per comprendere perché gli Stati Uniti votino ancora oggi di martedì bisogna tornare al 23 gennaio 1845, quando il Congresso approvò una legge destinata a uniformare la data delle elezioni presidenziali, fino a quel momento organizzate dai singoli Stati in giornate differenti, all’interno di un periodo che poteva estendersi per diverse settimane. La decisione rispondeva anche a un problema politico concreto, perché il miglioramento delle comunicazioni e dei collegamenti rendeva sempre più facile conoscere i risultati di uno Stato mentre altrove si doveva ancora votare, alimentando il timore di interferenze e manipolazioni elettorali. La scelta di una data comune avrebbe permesso di concentrare le operazioni di voto in un’unica giornata, ma rimaneva da individuare il momento più adatto a un Paese la cui organizzazione economica, religiosa e sociale era profondamente diversa da quella contemporanea.

Novembre rappresentava una soluzione pratica perché, nella società prevalentemente agricola dell’Ottocento, il raccolto autunnale era generalmente terminato e l’inverno non aveva ancora reso particolarmente difficili gli spostamenti, mentre la scelta del martedì era legata anche alla necessità di lasciare agli elettori il tempo di raggiungere i seggi, che nelle zone rurali potevano trovarsi a considerevole distanza dalle loro abitazioni. La domenica era tradizionalmente dedicata alle funzioni religiose e al riposo, il lunedì poteva essere utilizzato per mettersi in viaggio e il martedì diventava quindi il giorno in cui recarsi alle urne, evitando contemporaneamente il mercoledì, giornata di mercato in molte comunità agricole, secondo la ricostruzione storica comunemente riportata.

C’è poi un dettaglio che rende la formula legislativa ancora più interessante: la legge non stabilisce semplicemente che si debba votare il primo martedì di novembre, ma precisamente il martedì successivo al primo lunedì del mese, una distinzione apparentemente insignificante che impedisce all’Election Day di cadere il primo novembre. Anche questa scelta viene ricondotta alle consuetudini economiche dell’epoca, quando il primo giorno del mese era spesso dedicato alla chiusura dei conti del periodo precedente, rendendo poco conveniente sovrapporvi un appuntamento elettorale.

Non tutte le elezioni federali, tuttavia, furono immediatamente disciplinate dalla legge del 1845, che riguardava inizialmente la scelta dei grandi elettori presidenziali: il Congresso uniformò successivamente la data delle elezioni per la Camera dei Rappresentanti, con una legge del 1872 applicata a partire dal 1876, mentre l’elezione popolare dei senatori venne allineata al medesimo calendario dopo l’introduzione del suffragio diretto per il Senato, stabilito dal XVII emendamento alla Costituzione nel 1913.

La curiosità più significativa, dunque, non riguarda soltanto il fatto che gli americani abbiano conservato un’abitudine dell’Ottocento, ma che continuino a organizzare una parte fondamentale della propria vita democratica secondo un calendario nato quando gli spostamenti richiedevano tempi, mezzi e condizioni radicalmente differenti da quelli attuali.

Il 3 novembre 2026 si vota per le Midterm: che cosa cambia negli Stati Uniti

Le elezioni del 3 novembre 2026 sono le cosiddette Midterm, le consultazioni che si svolgono a metà del mandato presidenziale e che, a differenza delle elezioni generali del 2024, non prevedono la scelta di un nuovo presidente, ma il rinnovo dell’intera Camera dei Rappresentanti, composta da 435 membri, e di circa un terzo del Senato, i cui componenti rimangono in carica per sei anni e vengono eletti secondo un sistema di rinnovo scaglionato. Alla stessa data si svolgono inoltre numerose consultazioni per incarichi statali e locali, comprese quelle per alcuni governatori, rendendo il voto un appuntamento che coinvolge contemporaneamente diversi livelli dell’amministrazione americana.

La posta in gioco riguarda la composizione del Congresso per i due anni successivi e i rapporti istituzionali tra il potere legislativo e l’amministrazione presidenziale, perché il risultato elettorale determina gli equilibri parlamentari nei quali vengono discusse e approvate le leggi, esaminati i bilanci federali ed esercitate le funzioni di controllo sull’esecutivo.

Raccontare le Midterm attraverso la Route 66 significa però osservare il processo elettorale da un punto di vista meno convenzionale rispetto a quello delle grandi capitali politiche e dei dibattiti televisivi, attraversando territori nei quali le questioni nazionali si intrecciano con esigenze locali molto differenti, dalle infrastrutture al lavoro, dal costo della vita all’agricoltura, dal turismo alla gestione delle risorse e dei servizi pubblici.

Lungo il tracciato storico della Route 66 si incontrano infatti otto Stati — Illinois, Missouri, Kansas, Oklahoma, Texas, New Mexico, Arizona e California — e un insieme di comunità che comprende grandi metropoli, centri industriali, cittadine rurali e territori delle popolazioni native americane, offrendo una prospettiva geografica sulla varietà sociale, culturale ed economica degli Stati Uniti.

La Route 66 compie 100 anni: la strada più famosa d’America nacque da un compromesso

L’11 novembre 1926 venne ufficialmente approvata la denominazione U.S. Route 66, destinata a identificare uno dei collegamenti più importanti tra il Midwest americano e la California, lungo un percorso storico di circa 2.448 miglia, pari a 3.940 chilometri, da Chicago verso la costa occidentale. La sua istituzione rappresentò una tappa importante nello sviluppo della rete stradale nazionale, ma sarebbe sbagliato immaginare che, nel novembre di quell’anno, fosse già possibile percorrere una moderna autostrada asfaltata da un capo all’altro del continente: la Route 66 nacque dall’unione di strade locali e statali preesistenti, molte delle quali erano ancora in condizioni precarie, e soltanto nel 1938 il suo intero tracciato risultò completamente pavimentato.

Persino il numero 66, diventato nel tempo uno dei simboli più riconoscibili della cultura americana, fu il risultato di una controversia amministrativa tra diversi Stati, inizialmente impegnati a rivendicare la denominazione U.S. 60 per le rispettive arterie stradali. Dopo una serie di discussioni, il 30 aprile 1926 Cyrus Avery, figura centrale nello sviluppo del collegamento tra Chicago e Los Angeles, e l’ingegnere del Missouri B.H. Piepmeier comunicarono attraverso un telegramma la disponibilità ad accettare il numero 66, individuato come alternativa a un’altra denominazione proposta per la strada.

Dietro un’icona della libertà automobilistica americana si nasconde quindi una vicenda di politica infrastrutturale, negoziati tra amministrazioni e rivalità territoriali, nella quale il numero destinato a diventare leggenda non rappresentava inizialmente una scelta simbolica, ma una soluzione amministrativa che permetteva di superare uno scontro sull’organizzazione della nuova rete viaria.

Ed è un dettaglio che nel 2026 acquista un significato ulteriore, perché il centenario della Route 66 coincide con i 250 anni della Dichiarazione d’indipendenza americana e con il settantesimo anniversario della legge con cui, il 29 giugno 1956, il presidente Dwight Eisenhower diede impulso alla realizzazione del sistema autostradale Interstate, destinato a modificare radicalmente i collegamenti e l’economia del Paese. Tre anniversari che raccontano altrettante fasi della storia degli Stati Uniti: la nascita della nazione, la costruzione delle grandi infrastrutture del Novecento e la trasformazione della mobilità in uno degli elementi centrali della vita americana.

La strada del sogno americano nacque anche per chi non aveva più nulla

Prima di diventare il percorso dei road trip, delle fotografie al tramonto e dei motel illuminati dalle insegne al neon, la Route 66 fu una strada percorsa da famiglie che non viaggiavano per piacere, ma per necessità, soprattutto durante gli anni Trenta, quando la Grande Depressione e il Dust Bowl, la devastante combinazione di siccità e tempeste di polvere che colpì le Grandi Pianure, spinsero numerosi americani ad abbandonare le proprie terre e a cercare nuove opportunità economiche in California. Il viaggio verso ovest diventò così una delle immagini più rappresentative della crisi sociale americana, immortalata da John Steinbeck nel romanzo Furore, pubblicato nel 1939, nel quale la Route 66 venne definita la Mother Road, la strada madre.

La California rappresentava una promessa di lavoro e di ricostruzione della propria esistenza, ma per molti migranti l’arrivo non significava necessariamente la fine delle difficoltà economiche, perché la disponibilità di occupazione, le condizioni di lavoro e l’accoglienza riservata alle famiglie provenienti dalle regioni colpite dalla crisi erano spesso molto differenti dalle aspettative maturate durante il viaggio.

La Route 66 divenne così una strada sulla quale si misuravano contemporaneamente la possibilità di cambiare vita e i limiti materiali di quella stessa promessa, trasformandosi in una delle espressioni più riconoscibili del sogno americano, inteso non semplicemente come aspirazione al successo economico, ma come possibilità di cercare altrove un futuro diverso.

Il confronto con l’America contemporanea nasce proprio da questa storia, perché le grandi questioni che interessano oggi le comunità attraversate dalla Mother Road — opportunità lavorative, costo delle abitazioni, trasformazioni economiche, accesso ai servizi e mobilità sociale — possono essere raccontate partendo da luoghi che, nel corso di un secolo, hanno conosciuto alcune delle trasformazioni più significative della società statunitense.

Il lato meno conosciuto della Route 66: quando la libertà di viaggiare non era uguale per tutti

La rappresentazione nostalgica della Route 66, con le sue automobili color pastello, i diner aperti tutta la notte e i motel dalle grandi insegne luminose, racconta però soltanto una parte della sua storia, perché durante l’epoca della segregazione razziale la possibilità di attraversare gli Stati Uniti in automobile non garantiva agli afroamericani la stessa libertà di movimento di cui godevano i viaggiatori bianchi.

Per molte famiglie nere, mettersi in viaggio significava dover pianificare attentamente le soste, individuare strutture nelle quali fosse possibile pernottare, trovare ristoranti disposti ad accoglierle e prestare particolare attenzione alle località nelle quali le discriminazioni razziali potevano tradursi in intimidazioni o violenze. A partire dal 1936, la pubblicazione del Negro Motorist Green Book, la guida ideata da Victor H. Green, offrì ai viaggiatori afroamericani informazioni sui servizi presso i quali avrebbero potuto trovare accoglienza durante i loro spostamenti, diventando uno strumento importante per affrontare i rischi e le limitazioni imposti dalla segregazione.

Secondo le ricostruzioni del National Park Service, la guida contribuì anche a sostenere le attività economiche gestite da imprenditori afroamericani lungo la Route 66, mentre la sua pubblicazione proseguì fino al 1966, due anni dopo l’approvazione del Civil Rights Act che vietò, tra le altre cose, la discriminazione razziale in numerosi luoghi aperti al pubblico.

È una storia che rende il centenario della Route 66 un’occasione per raccontare non soltanto il fascino della strada americana, ma anche il cambiamento dei diritti e delle opportunità di accesso agli spazi pubblici, facendo emergere una distinzione spesso assente nelle narrazioni turistiche: per generazioni, la libertà di viaggiare non è stata un’esperienza condivisa allo stesso modo da tutti gli americani.

Da Chicago alla California: otto Stati per raccontare le diverse Americhe

Partire da Chicago significa cominciare il viaggio in una delle grandi città americane e attraversare inizialmente l’Illinois, seguendo un percorso che collega il paesaggio urbano alle cittadine del Midwest e attraversa anche Springfield, luogo profondamente legato alla figura di Abraham Lincoln, prima di proseguire verso il Missouri e il Kansas. In quest’ultimo Stato si incontra una delle curiosità geografiche più sorprendenti dell’intera Route 66, perché il suo tracciato storico attraversa il Kansas per appena 13,2 miglia, poco più di ventuno chilometri, toccando le località di Galena, Riverton e Baxter Springs, dove una storica stazione di servizio conserva ancora oggi la memoria della strada.

Proseguendo verso l’Oklahoma si entra in un territorio che ha avuto un ruolo centrale nella nascita della Route 66, anche grazie all’attività di Cyrus Avery e alla città di Tulsa, mentre l’attraversamento del Texas conduce nel Panhandle, una regione nella quale la storia delle comunità agricole, il commercio e i collegamenti stradali hanno contribuito a definire lo sviluppo economico locale. Da qui il percorso continua verso il New Mexico, dove la strada attraversa paesaggi desertici, centri storici e territori legati alle popolazioni native americane, prima di entrare in Arizona e raggiungere la California attraverso il deserto del Mojave.

Lungo il tracciato si incontrano anche numerosi territori tribali, un aspetto fondamentale per comprendere una storia americana che non comincia con la costruzione delle autostrade e che comprende comunità, tradizioni e forme di organizzazione sociale precedenti alla nascita degli Stati Uniti. La Route 66 attraversa territori storicamente legati a numerose nazioni native e la sua trasformazione in destinazione turistica ha avuto conseguenze significative anche per le attività economiche, le rappresentazioni culturali e la vita delle comunità indigene, la cui esperienza costituisce una parte importante della storia della Mother Road.

Il viaggio offre quindi la possibilità di osservare, attraverso una prospettiva geografica e culturale, quanto siano differenti le realtà locali chiamate a partecipare alle stesse elezioni federali, evitando di ridurre gli Stati attraversati a semplici categorie elettorali e raccontando invece le specificità delle comunità, le loro trasformazioni economiche e le questioni che incidono concretamente sulla vita quotidiana degli abitanti.

La strada che l’America ha costruito e poi cancellato

Uno degli aspetti più sorprendenti della storia della Route 66 riguarda il modo in cui la sua stessa popolarità contribuì a renderla progressivamente inadeguata rispetto alle esigenze della mobilità contemporanea, perché l’aumento del traffico automobilistico e commerciale spinse gli Stati Uniti a investire nella costruzione di collegamenti più veloci e capaci di sostenere volumi di circolazione sempre maggiori.

Con l’approvazione del Federal-Aid Highway Act del 1956, l’amministrazione Eisenhower diede impulso alla realizzazione del sistema Interstate, una rete di autostrade moderne che nel corso dei decenni successivi sostituì progressivamente il ruolo della Route 66 come principale collegamento tra numerose comunità del Midwest e la California. Il cambiamento permise di ridurre i tempi di percorrenza, ma comportò anche conseguenze economiche per le attività che avevano costruito la propria fortuna sul traffico di passaggio, perché la nuova rete autostradale aggirava molti dei centri abitati un tempo attraversati dalla strada storica.

Nel 1984, il completamento di un tratto della Interstate 40 nei pressi di Williams, in Arizona, segnò la sostituzione dell’ultimo segmento della vecchia highway ancora utilizzato nel sistema viario principale e, l’anno successivo, la Route 66 venne ufficialmente rimossa dalla rete delle strade federali, concludendo la propria storia amministrativa come arteria nazionale. La sua scomparsa dalle mappe ufficiali, tuttavia, non coincise con la fine del mito, perché associazioni locali, istituzioni e appassionati avviarono iniziative di tutela e valorizzazione dei tracciati storici, delle stazioni di servizio, degli alberghi e delle attività commerciali rimaste lungo la strada.

A cento anni dalla sua istituzione, il centenario rappresenta anche un’opportunità economica per molte di queste comunità, grazie a manifestazioni culturali, viaggi commemorativi, progetti di restauro e programmi di sostegno alle piccole attività che continuano a operare lungo la Mother Road.

Da Steinbeck a Hollywood, la Route 66 che ha costruito l’immaginario americano

La forza della Route 66 non deriva soltanto dalla sua importanza infrastrutturale, ma anche dalla straordinaria capacità di trasformarsi in un simbolo culturale riconoscibile ben oltre i confini degli Stati Uniti, attraversando letteratura, musica, cinema e televisione e diventando una delle immagini più familiari dell’America del Novecento.

Se John Steinbeck aveva raccontato la strada come una via di fuga dalla povertà, il secondo dopoguerra contribuì a trasformarla nel percorso delle vacanze familiari e della libertà automobilistica, accompagnando la diffusione delle automobili private, l’espansione dei consumi e la crescita del turismo interno. Nel 1946 Bobby Troup scrisse la canzone Route 66, resa celebre da Nat King Cole e successivamente interpretata da numerosi altri artisti, mentre negli anni Sessanta una serie televisiva intitolata proprio Route 66 contribuì ulteriormente a consolidare l’immagine della strada come luogo di incontri, avventure e continue possibilità di cambiamento.

Quel patrimonio culturale è sopravvissuto anche alla cancellazione amministrativa della highway, trasformando la strada in una destinazione turistica autonoma, nella quale l’esperienza del viaggio è diventata almeno altrettanto importante della meta finale. Lo dimostrano i motel storici, le insegne al neon e le stazioni di servizio restaurate, ma anche l’influenza esercitata dalla Route 66 sull’immaginario cinematografico contemporaneo, fino al film d’animazione Cars della Pixar, che ha contribuito a far conoscere la Mother Road anche alle generazioni più giovani.

Il paradosso del 2026: l’America vota di martedì, ma festeggia la Route 66 di mercoledì

A rendere ancora più interessante l’incrocio tra politica, storia e viaggio è un’ultima coincidenza del calendario: nel 2026 l’11 novembre, giorno esatto del centenario della Route 66, cade di mercoledì e coincide con il Veterans Day, la festività federale nella quale gli Stati Uniti rendono omaggio ai propri veterani militari. Le elezioni di Midterm, invece, si svolgono otto giorni prima, martedì 3 novembre, secondo una tradizione legislativa che continua a individuare in un normale giorno della settimana lavorativa la data delle consultazioni federali.

L’Election Day non è infatti una festività federale generalizzata, benché alcuni Stati prevedano disposizioni specifiche per consentire ai cittadini di assentarsi dal lavoro e partecipare al voto, mentre la diffusione delle modalità di voto anticipato e per corrispondenza ha progressivamente modificato il rapporto tra la data ufficiale delle elezioni e il momento in cui gli elettori esprimono concretamente la propria preferenza. Le modalità di accesso al voto anticipato e al voto per corrispondenza variano infatti da Stato a Stato, dando vita a un sistema nel quale una tradizione ottocentesca convive con strumenti e procedure sviluppati per rispondere alle esigenze della società contemporanea.

Il martedì elettorale, dunque, rimane una data comune per l’intera nazione, ma le modalità con cui i cittadini possono partecipare al voto sono regolate da normative differenti, creando un sistema nel quale una tradizione ottocentesca convive con strumenti e procedure sviluppati per rispondere alle esigenze della società contemporanea.

È proprio in questa sovrapposizione tra passato e presente che il centenario della Route 66 assume un significato particolare, perché la strada nata per collegare comunità un tempo isolate racconta una nazione che ha continuamente modificato le proprie infrastrutture, i propri mezzi di trasporto e le proprie abitudini di viaggio, conservando al tempo stesso alcune delle regole che ne hanno accompagnato la storia fin dall’Ottocento.

A distanza di centottantuno anni dalla legge che fissò il martedì elettorale e di cento anni dalla nascita della Mother Road, gli Stati Uniti si preparano così a vivere un novembre nel quale due appuntamenti apparentemente lontani — le urne e il centenario di una strada — permettono di ripercorrere una stessa storia nazionale, fatta di distanze da superare, territori da collegare e opportunità da cercare. E se nel 1845 raggiungere un seggio poteva richiedere un’intera giornata di viaggio, nel 1926 la Route 66 contribuì a trasformare l’idea stessa di distanza, facendo della possibilità di attraversare il continente uno dei simboli più duraturi dell’esperienza americana.

Il 3 novembre 2026 gli americani torneranno alle urne e, otto giorni dopo, la strada che ha accompagnato alcune delle grandi trasformazioni sociali ed economiche del loro Paese compirà cento anni, offrendo l’occasione di guardare alla storia degli Stati Uniti attraverso una prospettiva nella quale il diritto di scegliere il proprio futuro e la possibilità di mettersi in viaggio sono due espressioni, differenti ma profondamente intrecciate, dell’identità americana.

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