Scusate, ci eravamo sbagliati. Anzi: senza «scusate». La sinistra occidentale, ispirata da Alexandria Ocasio-Cortez, molla d’emblée il woke e giura che, da adesso in poi, penserà ai salari. Ma il suo, più che un andare avanti – sarebbe ora – è un tornare indietro. Al marxismo. O almeno, a un’agenda redistributiva radicale. Dopodiché, se la politica psicopoliziesca stava aggravando la separazione dall’uomo della strada, non è detto che la svolta socialista – o islamosocialista, come nei casi della Grande Mela e del Michigan, dove spopola il dem Abdul El-Sayed – si traduca in un successo.
A New York, per esempio, Zohran Mamdani, il sindaco musulmano di origini ugandesi, eletto a novembre 2025 con un programma stile socialdemocrazia scandinava degli anni Sessanta, sta incontrando enormi difficoltà. Doveva tassare, ovvero tartassare i ricchi, per aiutare i poveri. Doveva rendere gratuiti i trasporti e calmierare i prezzi degli affitti. I risultati? Per ora, scarsi.
Il laboratorio di New York e la trappola del «piede a terra»
Mamdani sventolava una bandiera: la tassa sul «piede a terra». Un balzello approvato dalla governatrice dello Stato, Kathy Hochul, che ha competenza in materia fiscale. La gabola si doveva applicare alle seconde case unifamiliari di valore pari o superiore ai 5 milioni di dollari e agli appartamenti, anch’essi non adibiti a residenza principale, di valore pari o superiore al milione. Non esattamente una rarità, in città. L’ammontare del tributo sarebbe stato calcolato in rapporto a un’aliquota progressiva, a partire dal 4% del valore dell’immobile. Secondo il City Hall, la gabella avrebbe garantito entrate per almeno 500 milioni di dollari all’anno, a fronte di un bilancio che sconta un rosso da 5 miliardi. Mamdani era talmente esaltato all’idea, da aver girato un video davanti all’edificio in cui il finanziere miliardario Kenneth C. Griffin, nel 2019, aveva acquistato un attico da 238 milioni.
I paperoni di New York, però, non sono rimasti con le mani in mano. Tre proprietari hanno presentato ricorso. L’amministrazione è stata accusata di aver generato «grande confusione» segnalando migliaia di immobili potenzialmente tassabili, senza però individuarli con una precisa procedura legale. Un mese fa, un giudice statale, Wayne Ozzi, ha sospeso l’applicazione dell’imposta in attesa che venga emesso un verdetto, guastando le feste al sindaco pseudo-proletario. Il 31 agosto si è svolta un’altra udienza del procedimento. Nel frattempo, gli affitti medi di Manhattan hanno raggiunto il record storico di 6.655 dollari al mese (+10% in un anno). E ora c’è chi ringrazia Mamdani per aver innescato la rivolta dei ricchi.
Qualche settimana fa, a Times Square, la piazza della Grande Mela tappezzata di maxischermi luminosi, è comparsa una pubblicità pagata dalla Camera di commercio della Florida, che ironicamente ha nominato il sindaco «portatore di sviluppo economico dell’anno» nel Sunshine State. Dove, sostiene l’esecutivo del repubblicano Ron DeSantis, si starebbero trasferendo le famiglie benestanti della East Coast, terrorizzate dal Grande Fratello fiscale.
La migrazione verso le spiagge caraibiche della Florida, d’altronde, non è una novità: durante la pandemia, quando New York era sottoposta a un feroce regime di lockdown, proprio la “Pachamama” dei democratici radicali, Ocasio-Cortez, si fece paparazzare mentre sorseggiava sorridente un cocktail a Miami. Lì, di serrate e mascherine, non avevano voluto saperne niente.
Mamdani, comunque, non ha fatto inalberare soltanto i danarosi. La sua idea di costruire supermercati di Stato, tipo Unione sovietica, ha mandato su tutte le furie i gestori di mini market, per lo più esponenti delle minoranze etniche che lui dovrebbe tutelare. Pure loro, come i proprietari di appartamenti, gli hanno fatto causa.
Lo scudo della Silicon Valley e il dilemma di Gavin Newsom
È in guai simili anche un altro frontman dell’Asinello: Gavin Newsom, governatore della California, eterno candidabile alla Casa Bianca.
A scombinargli i piani ci ha pensato un sindacato, il Service employees international union-United healthcare workers West. Una sorta di Cgil del personale sanitario che, a ottobre 2025, aveva depositato la Proposition 40, proposta di legge statale per prelevare una tantum il 5% sui patrimoni da oltre 1 miliardo di dollari, destinando il 90% del ricavato agli ospedali e il 10% a istruzione e assistenza alimentare. A essere colpite sarebbero circa 200 persone e il gettito potenziale si avvicinerebbe ai 100 miliardi. La sorpresa è che qui, a differenza che a New York, Newsom è contrario all’imposta. Sa che di mezzo ci sono gli interessi dei superpotenti della Silicon Valley. Tant’è che, tra i principali promotori della campagna per affondare la Proposition 40, che sarà sottoposta a referendum a novembre, c’è Sergey Brin, fondatore di Google. Brin ha già destinato 100 milioni al comitato che si oppone alla legge. A questa somma si sono aggiunti i 10 milioni di Chris Larsen (creatore di diverse società del settore hi-tech) e i 7,5 di John Doerr, iscritto al Partito democratico, capitalista di ventura e presidente di Kleiner Perkins, il colosso degli investimenti nelle startup.
Il governatore teme che in California accada la stessa cosa che, secondo l’amministrazione della Florida, sta accadendo a New York: una fuga di massa degli uomini più abbienti verso Stati dove il fisco non si propone di perseguitarli. Brin, ad esempio, si è trasferito in Nevada. Anche Peter Thiel, il magnate di Palantir, ha donato 3 milioni al comitato anti Proposition 40 e ha pianificato un cambio residenza. Così come Travis Kalanick, cofondatore di Uber: è scappato in Texas lo scorso dicembre. Il punto è che, per come l’hanno pensata i sindacalisti, la tassa sarebbe retroattiva. Perciò Brin e compagnia si stanno esponendo. Newsom è in un cul-de-sac: se vincono i miliardari, faticherà ad accreditarsi quale paladino degli ultimi; se la spunta il sindacato, i ricchi scapperanno dalla sua California. Tranne, forse, Jensen Huang, presidente e ceo di Nvidia, che si è detto disposto a pagare il balzello.
